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“In tempi di luce declinante” di Eugen Ruge

Eugene Ruge, In tempi di luce declinanteUn’immersione nel socialismo reale mentre si sgretola, pezzo per pezzo, è la filigrana di In tempi di luce declinante, romanzo umbratile e destabilizzante che in Germania ha vinto il Bücherpreis 2011, recentemente pubblicato in Italia per Mondadori nella traduzione di Claudio Groff. Il suo autore è Eugen Ruge, ultracinquantenne berlinese al suo esordio letterario, ma che con la scrittura ha sempre avuto un rapporto di familiarità: è stato traduttore, sceneggiatore e regista.

Il titolo, quanto mai azzeccato, evoca direttamente quella luce radente, crepuscolare, prossima alle tenebre che ghermiscono inesorabilmente una famiglia disgregata, la fine di un’utopia politica e il Paese che ne è stato protagonista. L’affresco narrativo di Ruge abbraccia un arco temporale che va dal 1952 al 2001, ovvero un’epoca in cui il Mondo è stato messo a soqquadro svariate volte, dal blocco sovietico all’affermazione dell’Occidente. Il tutto è visto attraverso la lente di una famiglia borghese nella ex Repubblica democratica tedesca, lungo quattro generazioni. Siamo nei dintorni di un romanzo borghese, dove i grandi eventi della Storia vengono relegati sullo sfondo, ma accendono comunque di una luce sghemba e definitiva le piccole vicende dei singoli. Molto di quanto accade si svolge in famiglia, spesso in ricorrenze speciali come il novantesimo compleanno di Wilhelm, il capostipite ormai rimbambito, che canta la canzoncina del partito che «non sbaglia mai», mentre i convitati a un party dove niente fila per il verso giusto gli conferiscono una tronfia e fasulla onorificenza, simbolo di un mondo che si sta polverizzando, dove i figli non comprendono i padri e i nipoti parlano idiomi ancor più sconosciuti. Come per I Buddenbrok, se non fosse che dello stile di Mann nel romanzo di Ruge c’è poco. Piuttosto, direi, è possibile rintracciarvi, per accostamento, lo scarno rigore delle pellicole di Kieslowski, della saga di Heimat o, sempre a mio avviso, di alcuni riferimenti narrativi come Lo scherzo di Milan Kundera e – forse il diretto predecessore di In tempi di luce declinanteLa torre di Uwe Tellkamp.

Ha un carattere epico la storia di Wilhelm e Charlotte, due comunisti che scelgono l’esilio in Messico durante la lotta al nazismo. Dei loro due figli rimasti in patria, solo Kurt tornerà dal gulag, dall’orrore della dittatura stalinista per reinventarsi una carriera di storico del regime, sempre guardato con imbarazzo da parenti e amici. Alexander è il figlio di Kurt e di Irina, sovietica sensuale e pragmatica, che sembra uscita dalla penna di Cechov. Alexander vive il disincanto sociale e politico del suo tempo: milita, giovanissimo, nella guardia di frontiera e già all’epoca prende dolorosamente coscienza che non vedrà mai dal vivo un concerto dei Rolling Stones! Riuscirà, tardivamente, a fuggire a Ovest poco prima della caduta del Muro, quello stesso Muro che convinceva il nonno Wilhelm, sempre pronto a stigmatizzare quei “disfattisti”. Kurt, invece, “si fa il bozzolo”: riesce a vivere abbastanza bene i suoi ultimi anni, anche se i suoi fantasmi lo raggiungeranno più volte, come nell’episodio (uno dei momenti più intensi del libro) della passeggiata nella taiga, di ritorno a casa, fino a spegnersi in una definitiva afasia – lui, così abile a scrivere e tenere discorsi–, risucchiato nel suo passato più accettabile, nella sua personale adorazione per Irina, poi vilmente tradita.

Nel primo capitolo, ambientato nel 2001, Alexander scopre di avere un linfoma incurabile e abbandona il padre demente per intraprendere un viaggio nella memoria della famiglia, in Messico, dove i suoi nonni, Charlotte e Wilhelm, vissero il loro grande momento. Ma in Messico (altro momento clou del romanzo) Alexander troverà solo una bruciante disillusione: tutta la sua vita gli apparirà come un gigantesco inganno. Smarrito e vulnerabile, finirà per farsi derubare da due giovani ladruncoli. Il racconto procede per salti temporali: si apre col 2001, poi si torna al 1952; si va a poco prima della caduta del Muro, poi nel 1973 e così via. Ruge struttura un romanzo ambizioso e con poche concessioni ai “brevi respiri” del momento (la versione cartacea conta 346 pagine); la narrazione procede comunque fluida, servita da una scrittura piana. Il registro più utilizzato, tra momenti felici, ironici o malinconici, è quello del grottesco, che, secondo l’autore, è il tono più adatto a rappresentare i tedeschi orientali e la Ddr. In proposito, Ruge sembra calcare la mano su alcuni elementi al limite dello stereotipo: le stramberie di Wilhelm, i rapporti conflittuali tra padre e figlio in Kurt e Alexander (lo scontro tra due opposte e fin troppo definite visioni del mondo), la volitività di Charlotte, donna della nomenklatura con aspirazioni dirigenziali, talvolta petulante; la pronuncia russa di Irina, gli equivoci linguistici tra i rappresentanti russi della famiglia, specie la nonna Nadja, e quelli tedesco-orientali. Non è facile gestire una tale pluralità di voci in un arco di tempo così ampio ma, al di là di qualche momento di fiacca, il montaggio a sequenze temporali diversificate mantiene desta l’attenzione del lettore, e pur ripetendo in alcuni capitoli gli stessi episodi, il racconto si arricchisce via via di ulteriori dettagli e punti di vista dei differenti personaggi che entrano in azione.

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Eugene RugeIn tempi di luce declinante ruota come una giostra che accelera, rallenta e a volte sterza repentinamente. Così è la Storia di queste generazioni, sballottate tra tempi vecchi e nuovi: il comunismo, il partito, le infinite discussioni di politica; Lubjanka e i sogni puerili dell’Occidente; il Muro e i cetrioli sott’aceto, le Trabant e le librerie svedesi; i gulag e Yuri Gagarin; il movimento hippy e l’assassinio di Trotskij. E tutto, in questi grandi e piccoli fatti, sembra convergere sulla festa di compleanno di Wilhelm, che leggiamo e rileggiamo, autentica metafora del disfacimento della famiglia e del sistema totalitario, dove anche il figlio e la moglie che Alexander abbandona per andare a Ovest saranno presenti. Ma per il piccolo Markus i partecipanti alla celebrazione contano poco o nulla. Lui è un tedesco europeo moderno, uno per cui la memoria è labile e va ulteriormente anestetizzata e distorta con sostanze psicotrope, specie dopo che nella Germania riunita l’eredità dei genitori si concretizzerà in un pugno di mosche: un padre in fuga e una madre che si risposa con un pastore: un’onta per una famiglia di atei!

C’è, nell’opera di Ruge, una buona dose di autobiografia. Anche suo padre fu internato in un gulag, come Kurt. Nel libro, l’autore immagina che Kurt avesse un fratello, anche lui prigioniero, proprio come fu per suo padre. E in effetti, nel romanzo, lo spettro sempre presente nel pensiero dei suoi famigliari, ma di cui non si parla mai, è proprio Werner, la vittima delle atrocità staliniste, argomento tabù per i tedeschi della Ddr. «(…) mi ricordo la crudeltà o lo squallore di tante cose», ha rivelato Ruge in una recente intervista. «La differenza con la realtà, però, è essenziale. Mio padre e mio zio sono tornati entrambi, ma è stato un tale miracolo, che se avessi fatto tornare Werner, sarebbe stato un falso storico. Dai lager ai tempi dell’Urss, soprattutto durante la guerra, era quasi impossibile tornare, era durissimo sopravvivere lì».

Come Alexander, Eugen Ruge si è spostato a Berlino Ovest, poco prima della caduta del Muro. Sentiva di non farcela più a vivere in quel sistema. Con In tempi di luce declinante ha voluto ricostruire in parte gli anni trascorsi nella Ddr. Non lo ha fatto con l’ambigua nostalgia per un mondo che fu e non tornerà, nelle sue luci e ombre; né col cinismo di chi rivendica un pensiero politico o ha una ferita da esibire. Lo ha fatto col distacco che conferisce finezza e valore al suo lavoro e permette di apprezzare questo romanzo anche a chi non è tedesco e non è stato direttamente coinvolto in questi radicali cambiamenti storici.

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