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“Ilustrado” di Miguel Syjuco

IlustradoLo ammetto. Ci sono ricascato di nuovo. Mi riprometto ogni volta di non badare alle frasi stampate in prima e in quarta di copertina, di eccellenti scrittori, importanti testate giornalistiche o personaggi di spicco.

“Ilustrado è un libro estremamente convincente, dall'impatto straordinario. Il suo autore un giorno potrebbe davvero riuscire a vincere il Nobel”. Galeotta fu questa frase dello scrittore irlandese Joseph O'Connor (fratello della celebre Sinead) a cui è stata commissionata la prefazione di questo libro.

Leggo: Autore filippino, Opera prima. Me ne innamoro subito.

Mi intimorisce un po' la consistenza di questo libro costruito su 470 pagine, ma se non mi sono fatto fermare da “L'ombra dello scorpione” di Stephen King con le sue 800 e più pagine, non mi blocca più nessuno (prossimo traguardo: la Bibbia).

Il libro è magistralmente frammentato in piccoli capitoli che cambiano per narratore, argomento e stile. Tante storie che girano come in un vortice che si basa su di un unico argomento: è morto uno scrittore filippino, Salvador Crispin, in circostanze misteriose e il suo ultimo manoscritto, una specie di “Gomorra” sul potere nelle Filippine, è scomparso.

Un giallo?

Per niente. Tutta la vicenda è narrata dall'allievo di Salvador, Miguel (omonimo dell'autore), suo connazionale. Miguel, come il suo maestro, è fuggito dalla sua patria natale per stabilirsi in America. Le vicende famigliari che ci troviamo ad affrontare vedono correre su due binari paralleli le vite dei due scrittori, con un tocco di autobiografia di Syjuco. Il romanzo fa inoltre leva su di una straordinaria e ponderata raccolta di finte citazioni ed estratti di fittizi libri di Salvador Crispin, tanto che si fa fatica a collocare la figura dello scrittore morto nel mondo della finzione.

Syjuco crea un gioco in cui Crispin diventa reale e il manoscritto che l'allievo sta cercando è qualcosa di altrettanto vero, è quello che aspettiamo durante tutto il romanzo: la verità.

Cito lo stesso autore, mentre amichevolmente prende in giro i suoi lettori sul meccanismo da lui usato per “verosimigliare” la figura di Crispin Salvador:

“Parlavamo di personaggi della finzione come se fossero persone da cui imparare qualcosa. Quasi a dire che la gente del mondo reale era troppo impalpabile, troppo privata e poco vera […] visto che Giulio Cesare non è per noi meno reale di Holden Caulfield, e Pol Pot è vivo come Giuda Iscariota”.

Questo libro è un caleidoscopio che lo scrittore riesce a costruire, senza far perdere mai il lettore fra i tanti capitolini, per narrare allo stesso tempo la storia di una ricerca, di un amore perso, di un conflitto famigliare-adolescenziale, delle rivoluzioni filippine e per finire ovviamente di una morte misteriosa.

Personalmente il libro mi ha tenuto con il fiato sospeso per l'umanità di Miguel (il protagonista, non l'autore, ma il confine, ripeto, è molto labile), umanità non intesa come bontà d'animo ma come verosimiglianza col mondo che mi appartiene. Come può una persona nata nelle Filippine, che ha vissuto in Canada e girato il mondo, essermi così affine? La risposta sta nella bravura di Syjuco nell' aver trovato quello che molti scrittori cercano per anni ovvero l'universalità della propria scrittura.

Quello che Miguel Syjuco voleva dire, lo dice. A tutto il mondo. Il che fa sperare in bene, visto che questo è solo il suo primo romanzo pubblicato. Il finale (ma guarda un po') è a sorpresa, ma va riletto più volte. Non è immediato, come non lo sono le cose più profonde.

E ancora una volta, questo autore in questa sua storia, vi sorprenderà.

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