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Il vulcano Sylvia Plath. “Euforia” di Erin Cullhed

Il vulcano Sylvia Plath. “Euforia” Erin CullhedC’è un vulcano in copertina; un vulcano che sembra eruttare proprio quel titolo che immediatamente cattura la nostra attenzione: Euforia. Un romanzo su Sylvia Plath. Ancora Sylvia, che, prepotentemente torna a far sentire la sua voce filtrata, questa volta, dalla penna di Erin Cullhed, scrittrice svedese famosa al giovane pubblico Young Adult. Questo è il suo primo romanzo destinato a un pubblico adulto.

Arrivato in Italia nel 2022 grazie a Mondadori e nella traduzione di Monica Corbetta, Euforia vede la luce, in realtà, durante lo scorso 2021, in piena pandemia. Fresco di stampa, ottiene il più importante e prestigioso riconoscimento letterario svedese – il Premio August – aprendo le porte del successo internazionale a Cullhed, venendo, infatti, tradotto in ben 19 lingue.

Un’ossessione – che possiamo ben comprendere – quella dell’autrice svedese per Sylvia Plath. È impossibile, infatti, non rimanere ipnotizzati dalla storia della poetessa americana, così breve, ma anche così intensa e tragica. Eppure ci viene da domandare: cosa spinge una scrittrice specializzata in narrativa Young Adult ad affrontare un “mostro sacro” come Plath? La risposta è più semplice di quel che pensiamo: entrambe, infatti, sono donne, sono scrittrici e condividono ben più del genere e della professione.

Esattamente come la Sylvia Plath di questo romanzo, anche Cullhed è madre di due bambini piccoli, moglie di uno scrittore e, come lei, è in lotta per trovare spazio e tempo da dedicare al proprio lavoro. È l’empatia, prima di ogni cosa, forse, ad aver dato il via a questo racconto intenso e doloroso, che ci richiede (se non impone) di assaporarlo a piccole dosi, per evitare di venirne sopraffatti.

 

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Euforia, infatti, racconta l’ultimo anno di vita di Sylvia che, come sappiamo, si toglie la vita l’11 febbraio 1963, dopo aver amorevolmente sistemato casa e aver preparato la colazione ai suoi bambini. È il racconto di un dolore che cresce e si complica in modo esponenziale a ogni pagina, andando a delineare il profilo di una donna geniale, ma profondamente sola. Una donna che sa amare tantissimo, ma che non riesce a incanalare il suo amore nel modo in cui vorrebbe; quella perfezione a cui tende sempre e che tanto la ossessiona, intacca ogni atomo del suo essere, ogni istante e aspetto della sua vita.

Il 1962 è un anno cruciale per Sylvia perché è l’anno in cui diventa madre per la seconda volta e romanziera per la prima – The Bell Jar(in italiano La campana di vetro) verrà pubblicato nel gennaio del ’63 –, ma è anche l’anno del grande tradimento di suo marito Ted Hughes, dell’abbandono e della solitudine. L’euforia di Sylvia, da cui poi il titolo, è un’euforia effimera ed estremamente labile. Tanti cambiamenti nel giro di poco tempo non sono mai facili per nessuno, per Sylvia diventano qualcosa di impossibile. La sua vita è dominata da conflitti irrisolti, dal fantasma di un padre che le manca da sempre e da Ted che sta diventando sempre di più un fantasma anche lui.

Il vulcano Sylvia Plath. “Euforia” Erin Cullhed

Ci facciamo carico della sofferenza di Sylvia, mentre pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo precipita sempre più nell’abisso. Euforia è una sorta di monologo interiore attraverso il quale ci viene dato il privilegio di entrare nella mente geniale di questa immensa scrittrice americana. Cullhed riesce perfettamente a tradurre la poesia e il dolore delle parole di Sylvia in una prosa scorrevole e allo stesso tempo intensa. Ci basta leggere qualche passaggio per rendercene conto:

«Era proprio come mi aveva detto lui: un falso. Falsità e poesia, mai realtà. Lui amava l’immagine di me. Lui amava il tipo. L’americana, quella emotiva, la poetessa. Lui amava le mie alte pretese (e le odiava). Lui amava avere una moglie. Lui amava che io pensassi e poi rimuginassi sui miei pensieri fino a sbriciolarli, tanto che in seguito nei miei scritti non ne rimaneva più niente. Lui amava che ci provassi, ma senza riuscire. Che mi alzassi e mi scornassi, come una capra. Che fossi la persona che desideravo diventare. Lui amava la mia imperfezione, e io stavo lì in mezzo cercando di diventare perfetta».

Ted è la fiamma che alimenta, ma che, allo stesso tempo, consuma e distrugge l’anima di Sylvia; è il magnete che tiene insieme tutte le parti sparpagliate e spezzettate che compongono l’essenza di Sylvia. Cullhed ci fornisce, qui, l’anatomia di un amore fortissimo ed estremamente tossico; l’amore tra due menti brillanti che vogliono la stessa cosa, ma non riescono a non farsi consumare dalla competizione. Alla fine, è Sylvia a perdere, e non riusciamo a non rammaricarcene. È impossibile, infatti, non provare empatia per questa donna così grande, eppure così estremamente fragile.

 

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Siamo certi che se Sylvia fosse vissuta oggi le cose sarebbero andate diversamente e questo lo dobbiamo anche a Cullhed che, scegliendo per il suo romanzo un finale “aperto”, ci consente di immaginare una conclusione diversa, in cui la nostra eroina ottiene, finalmente, la libertà e il riconoscimento che merita. E quel vulcano in copertina, allora, può diventare un simbolo di rinascita e non più di distruzione.

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