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Il viaggio e l'evoluzione. Arthur C. Clarke e il suo “2001: Odissea nello spazio” - II

Odissea nello spazio“L'uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo, una corda sull'abisso. Ciò che vi è di grande nell'uomo è che egli è un ponte e non un termine. Ciò che si può amare nell'uomo è che egli è un passaggio e un tramonto”. In questi termini Nietzsche descriveva il viaggio dell'umanità.

In accordo con ciò Clarke, in “2001: Odissea nello Spazio”, crea il personaggio di David Bowman: egli è il ponte, il punto di passaggio tra Moon-Watcher, Guarda-la-Luna, la scimmia antropoide del Pleistocene, e Star-Child, il Bambino-delle-stelle, il neonato che darà origine ad un'umanità superiore e non più limitata dalla materia.

 

Ho accennato la volta precedente che il monolite scandisce il ritmo della narrazione. Ma segna anche la profondità del mistero e la dialettica filosofica che si cela nel romanzo e ancora di più nel film di Kubrick.

Clarke nel suo diario descrive il monolite come “un dono delle stelle”. È lo strumento di una civiltà aliena, lasciato ai terrestri ancora “bambini” perché possano evolversi.

 

Moon-Watcher è catturato nella notte da un suono arcano, scricchiolante e ininterrotto. All'alba si trova davanti al monolite. La misteriosa pietra nera ha la capacità di risvegliare una forza creativa mai conosciuta prima. Moon-Watcher scopre, superandosi, un'arma per attaccare e per difendersi. In ultimo intuisce che ha instaurato un dominio sulla realtà che lo circonda, ma non sa ancora come utilizzarlo pienamente.

Milioni di anni più tardi il dottor Floyd trova in un cratere della Luna il solito monolite. Esso emette alcuni segnali nel sistema solare. Questi indicano che è giunto il tempo in cui l'uomo deve compiere un altro passo in avanti, un passo che lo farà altro da sé. E sarà Bowman (arciere o rematore di prua) che compirà da solo questo cammino. Bowman riesce a sopravvivere, ma precipita oltre l'infinito, in un universo spazio-temporale del tutto ignoto. Incontra il suo doppio e si addormenta in un laboratorio, posto a milioni di anni luce dalla Terra. Durante il sonno il tempo scorre all'indietro, per poi immobilizzarsi per un attimo eterno e ricominciare il ciclo successivo. In quell'attimo un neonato, Star-Child, apre gli occhi e l'entità che era stata Bowman non esiste più. L'inarrestabile ciclo della vita ha partorito il superuomo.

 

Clarke aveva scritto che il monolite era “un dono delle stelle”. Forse un dono divino? Contempliamo forse la mente di Dio quando ci inabissiamo insieme a Bowman, tra le galassie, sprofondiamo nel buio, nell'interspazio stellare e lentamente ci immergiamo tra figure simboliche e mitiche fino a che rimiriamo i nodi luminosi di un cervello che pulsa nell'universo?

No, non sarebbe corretto leggere in termini teologici “2001: Odissea nello Spazio”. Sia il romanzo che il film dovrebbero essere interpretati piuttosto in termini cosmologici.

 

“Era il padrone del mondo, e non sapeva affatto che cosa fare in seguito. Ma avrebbe pensato qualcosa”. Con queste parole termina sia l'ultimo capitolo di “2001” che il primo. Quelle parole sono riferite a Moon-Watcher mentre si sforza di capire il potere dell'arma scoperta e anche a Star-Child mentre medita sui propri poteri ancora non utilizzati.

 

Il Bambino-delle-stelle che è la fine di un ciclo e l'inizio di un altro: la circolarità, l'eterno ritorno.

 

“Il mondo si afferma da sé, – scrive Nietzsche – anche nella sua uniformità che rimane la stessa nel corso degli anni, perché è ciò che deve eternamente ritornare, perché è il divenire che non conosce sazietà né disgusto né fatica.”

 

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