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“Il tuo sguardo su di me”, intervista a Margherita Giacobino

“Il tuo sguardo su di me”, intervista a Margherita GiacobinoCon Il tuo sguardo su di me (Mondadori, 2021) Margherita Giacobino aggiunge un altro tassello alla sua personale esplorazione dell’universo femminile, iniziata alla fine degli anni Novanta con Casalinghe all’inferno (Baldini&Castoldi, 1997) e proseguita attraverso libri che parlano di donne, di famiglie, di anziane alle prese con un presente sempre più complesso, come nel recente L’età ridicola (Mondadori, 2018).

Questo nuovo romanzo, essenzialmente autobiografico, racconta il rapporto della narratrice con la madre, una bellissima figura di donna forte e complessa, poco convenzionale e capace di caricarsi sulle spalle il peso della gestione di una famiglia in cui il marito evita la sua quota di responsabilità. Una madre capace di essere per tutta la vita un modello per la figlia, ma al tempo stesso di rivendicare la libertà delle sue scelte, spesso anticonformistiche rispetto alla mentalità corrente e all’ambiente circostante, Una madre, soprattutto, di cui la figlia conserva una profonda nostalgia, dopo esserle stata vicina per tutta la vita fino al declino e alla scomparsa, come l’autrice ci ha confermato nel corso di questa intervista.

 

Lei aveva già raccontato molto della sua famiglia nel precedente romanzo, Ritratto di famiglia con bambina grassa. Come mai ha deciso di tornare sull’argomento?

La famiglia è un argomento infinito, su cui sono stati scritti volumi molto più corposi dei miei, pensiamo soltanto a Storia di amore e di tenebra di Amos Oz, e cito solo questo perché l’ho letto da poco. In Ritratto avevo parlato della famiglia allargata, a partire dalla generazione dei miei nonni e bisnonni, ma Il tuo sguardo su di me è dedicato interamente alla figura di mia madre e al suo rapporto con me. Scriverlo è stata per me una necessità dopo la sua morte, perché la morte non mette fine ai rapporti ma li cambia profondamente, cambia la prospettiva, mette in luce cose che prima non si vedevano con chiarezza. Inoltre mi interessava parlare del rapporto tra una madre e una figlia un po’ diverso da quelli più comunemente descritti nei libri. La madre, qui, non è solo o tanto quella che impartisce, o nega, cura e tenerezza, né quella a cui contrapporsi (come spesso capita nella vita e nelle narrazioni), ma è anche e soprattutto una figura portatrice di razionalità, coraggio, intelligenza, dignità. Questo è stato mia madre per me, nei fatti, senza mai che su queste cose si facessero dei discorsi. Volevo mettere in luce quanto possa esserci nel rapporto madre-figlia di illuminante, di ideale, e anche di immaginativo.

 

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Quello che colpisce leggendo il suo romanzo è il ruolo portante non solo della madre protagonista, ma di tutta la famiglia che la circonda, famiglia che peraltro è declinata quasi esclusivamente al femminile, con figure maschili che appaiono deboli e restano sullo sfondo. Pensa che la sua vita sarebbe stata del tutto diversa se suo padre avesse avuto un ruolo più forte all’interno della sua famiglia?

Il fatto che la mia famiglia sia stata declinata quasi tutta al femminile non è una mia scelta narrativa ma la realtà. In questo libro la figura maschile è quella di mio padre, che potrà anche essere un individuo debole ma ha una forte incidenza sulle vicende della famiglia e del mio libro. Penso d’altronde che situazioni come quella che racconto non siano così insolite. Nel mondo reale i padri sono spesso assenti e, più spesso di quanto si ammetta, poco responsabili. Lo sono, in un loro modo svagato e divertente, anche i padri nei romanzi di Jane Austen. Io però sono grata a mio padre di essere stato quel che era, perché da lui ho ereditato un carattere insofferente e immaginativo, e perché senza saperlo è stato lo strumento di liberazione di mia madre e mia.

Sarei stata diversa con un padre diverso? Rovescerei la domanda: quante donne sarebbero diverse se avessero avuto una madre come la mia?

“Il tuo sguardo su di me”, intervista a Margherita Giacobino

Un tempo, soprattutto nei piccoli borghi, le famiglie erano quasi sempre allargate e i bambini crescevano sperimentando numerosi rapporti affettivi: zii, nonni, cugini. Nelle città invece ha prevalso molto presto, anche per motivi logistici, la famiglia mononucleare. Secondo lei cosa abbiamo perso, o eventualmente guadagnato, in questo cambiamento?

Non sono una nostalgica, però mi sono trovata spesso a compatire in cuor mio i bambini di oggi, specialmente quelli di città, che non scorrazzano, non possono mai andare in giro da soli, non vengono mandati neanche a comprare il pane sotto casa da soli. Io, che ricordo pomeriggi trascorsi con una banda di altri scatenati nel cortile, provo pena per i bambini costretti a giocare in casa da soli con un tablet o un cellulare. Però poi mi dico che i desideri di ognuno sono commisurati alle condizioni della sua vita, e che forse questi bambini non desiderano nemmeno quello che per me era così essenziale, la libertà di correre per i prati e di andare a casa di questa o quella zia o zio senza stare a pensarci su, in qualunque momento.

Non la metterei in termini di perdere o guadagnare: siamo cambiati, viviamo in un mondo più complicato. Una cosa che però vorrei sapere è: come leggono i bambini di oggi. Leggono? libri di carta, con le illustrazioni? sognano sulle pagine?

 

Abbiamo avuto periodi in cui la famiglia è stata demonizzata e considerata l’origine di tutte le problematiche negative di un individuo. Nel suo libro la famiglia ha invece un ruolo nel complesso positivo, nonostante le incertezze del rapporto fra i genitori. Lei ha mai attribuito ai suoi genitori la colpa di qualche suo problema?

A casa mia vigevano principi e motti tipo: datti un andi (una mossa), non piangerti addosso, su, su non facciamone un dramma. Non si usava dare la colpa ad altri, e neanche soffermarsi troppo sui problemi, se non per risolverli, certo non per lamentarsi. Lo trovo una base utile per affrontare il quotidiano.

Perciò no, non credo di aver mai dato la colpa ai miei. La sola cosa che ho davvero rimproverato a mio padre era che, essendo stato irresponsabile lui, non potevo più esserlo io.

Sì. la mia famiglia nel complesso mi stava bene così, non ho mai desiderato averne un’altra, fare cambio con qualcuno dei miei compagni di scuola. Era una famiglia atipica, tollerante, dotata di senso pratico e di humor.

“Il tuo sguardo su di me”, intervista a Margherita Giacobino

Quando una persona cara viene a mancare lascia inevitabilmente dietro di sé una scia di rimpianti, di parole che non sono state pronunciate o di cose che non sono state fatte insieme. Qual è il rimpianto più grande che le è rimasto nei confronti di sua madre?

Non lo direi neanche alla mia psicanalista – se ce l’avessi. Quello che mi ha lasciato è stato soprattutto il rimpianto di lei stessa, il non averla più. Come ha detto Roland Barthes a proposito della propria madre, la sua morte non è tanto una mancanza ma piuttosto una ferita, qualcosa che fa male al cuore dell’amore.

 

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Come scrittrice si trova più a suo agio nel raccontare storie personali come questa oppure nell’inventare personaggi di fantasia?

Non avrei mai pensato, vent’anni fa, di scrivere di argomenti personali. Eppure a un certo punto ho capito che proprio di quello, delle persone e dei fatti reali e quindi anche di me, dovevo parlare.

Anche le scrittrici invecchiano.

Scrivere di cose vere, della propria realtà, di fatti e persone reali, è molto più difficile che inventare, per me. Mi ha richiesto molto più lavoro, perché la cronaca, la biografia, tende a imprigionarti, a chiederti una fedeltà fasulla. Attenersi esclusivamente ai fatti è noioso. E poi, quali sono i fatti? Alla fine ti rendi conto che niente, nella tua vita, è oggettivo.

Bisogna trovare una formula che ti permetta di raccontare cose vere inventandole.

Scrivere richiede libertà, è un processo di trasformazione. È essenziale trovare il tono giusto, che non tradisce ma non imprigiona, non banalizza.

Non sono la prima a sperimentare questa difficoltà. Dorothy Allison ha scritto pagine illuminanti sulla scrittura autobiografica nella sua prefazione alla raccolta di racconti Trash che parlano della sua famiglia e della sua vita.


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Per la prima foto, copyright: Andriyko Podilnyk su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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