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"Il terrazzino dei gerani timidi" di Anna Marchesini

"Il terrazzino dei gerani timidi" di Anna MarchesiniDopo la lunga assenza dalla scena artistica (dovuta principalmente a motivi di salute) Anna Marchesini omaggia il pubblico italiano con un romanzo intenso e delicato, Il Terrazzino dei gerani timidi. Frutto di un’acuta riflessione sui fatti e sulle cose della vita, il romanzo analizza l’animo e le emozioni umane con lucidità, senza mai cadere in patetismi forzati né pietismi mielosi ma, anzi, mantenendo l’energia e il vigore asciutto – e profondamente comico – che ha sempre caratterizzato il lavoro e la scrittura (seppur teatrale o televisiva) di Anna Marchesini, caustica e impareggiabile attrice e autrice di apprezzato talento, famosa per aver fatto parte del Trio con Massimo Lopez e Tullio Solenghi e per aver dato voce a una carrellata di personaggi unici e spassosissimi. Il Terrazzino dei gerani timidi è il primo romanzo di quest’attrice che ha alle spalle una formazione classica e letteraria molto forte (attualmente insegna all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, dove è stata bocciata due volte prima di essere ammessa.

Nel romanzo, di indirizzo autobiografico, Anna racconta la vita attraverso gli occhi di una bambina e, come per ogni bambino, le esperienze sono tutte vissute per la prima volta. Il problema è che, da quel momento in avanti, si cominciano a esplorare le proprie emozioni più intime, ma non si possono capire, almeno non fino in fondo, quelle degli altri, nonostante lo vorremmo, perché siamo attratti dagli altri come da noi stessi. Il terrazzino pieno di gerani è il luogo più tranquillo della casa, quello in cui rifugiarci per riflettere e meditare, il punto da cui è possibile vedere le altre case e, quindi, le altre vite. Per la bambina, avida di conoscenza, quel terrazzo è riparo e consolazione, è luogo di elezione e osservazione, vuol dire riflessione su tutto quello che appare invisibile eppure esiste, vuol dire cullare sogni e desideri, vuol dire capire l’amore per i libri e la poesia. È un luogo fisico, ma anche un luogo dell’anima, un posto che Virginia Woolf avrebbe chiamato “una stanza tutta per sé”.

La Woolf nel suo saggio dall’omonimo titolo esplorava la possibilità di avere una “stanza” e, quindi, una forza, una capacità e la libertà personale di una donna di potere esprimere pari sensibilità e valore artistico (ma non solo) di un uomo. La bambina – Marchesini, invece, non ha sesso ed è come se non avesse età. È un’anima che vuole – ma forse anche deve- riconoscere le invisibilità che si nascondono sotto la buccia del mondo e delle esistenze. È molto attenta la bambina, e descrive le cose con una sensibilità e una cura per il particolare finissime. Quasi sempre erano gerani. Un colore spento, si sarebbe detto quasi lilla, il fiore moscio, pallido opaco, insulso; non attirava nemmeno una vespa. Gerani tutti infila, ordinati nei vasi tutti uguali –immobili segnaposto delle ore del tempo all’aperto – tutti dello stesso colore. Erano stati tentati in passato diversi innesti manipolando la pianta madre, ormai esasperata e sfinita quasi estinta, ma le piantine avevano gettato ogni volta a sorpresa fiori di una tinta più angusta, un colorito spento, assopito, tramontato, qualcosa come fossero sempre le sette di sera. I gambi, stecchi sottili senza alcuna bizzarria o chissà quale incrocio capriccioso; esili e tremanti, sorreggevano foglie, simili a giovani camerieri inesperti e impalati i vassoi vuoti alla fine di una festa. Leggendo queste parole, dando loro il giusto ritmo e osservando le pause, riusciamo a entrare nel cuore e nell’animo della protagonista e sembra quasi che riusciamo a sentire le stesse emozioni, le stesse paure, le stesse sensazioni.

Sul suo sito, Anna Marchesini così commenta "Il terrazzino dei gerani timidi": Dice di me, ma chiunque può infilarsi nella storia, parla di cose accadute o che sarebbero potute accadere, ma soprattutto di come ho imparato a guardare le cose e a scrutarle anche in ogni loro minuta parte sensibile e invisibile e poi parla dei sogni, della forza mitica e rivoluzionaria che esercitano nella mia vita, parla dell’infelicità e della sua straordinaria bellezza e poi parla del silenzio dentro il quale soltanto si possono ascoltare, si possono vedere le voci piccole, le voci che non contano, un silenzio denso e immobile, muto e assordante.

Dopo il doppiaggio (ha doppiato anche cartoni animati giapponesi), le tavole del teatro e gli studi televisivi, Anna Marchesini ha voluto confrontarsi anche con la pagina scritta e, perché no, con gli scaffali delle librerie. Però, forse, no, non è il suo primo incontro con la letteratura. Lei i libri li conosce, li ha letti, li ha recitati sui tanti palcoscenici italiani calcati. Con questo libro ci conferma che la scrittura la conosce bene, che sa smontare e ricomporre i pezzi che servono per dar senso all’anima e al pensiero. La parola, alla fine, è un mezzo che lei usa a suo modo e plasma per arrivare alle persone. È una parola che si fa subito voce, gestualità incorporea, che dona scorrevolezza alla frase e a ciò che si è deciso di  comunicare. E la Marchesini la parola la studia nei libri, nella sua amata letteratura “alta” verso la quale prova profonda reverenza. Ma ricordiamolo, è anche una donna comica, che ha nel sangue l’arte di far sorridere pure delle cose più dolorose. Anna itiene che la comicità nasca da un modo di guardare le cose e sia, quindi, una forma molto alta di espressione (artistica oltre che umana) soprattutto per la capacità di rovesciamento delle parti e delle esperienze, anche se solo nelle forme e nei significanti. La felicità e la gioia possono diventare parenti della tristezza e della frustrazione (anche se sembra impossibile) solo se smontati e visti da un’altra angolazione. Nel romanzo, l’autrice svela con delicatezza gli eventi che l’hanno portata a confrontarsi con il dolore e la malattia e, soprattutto, con la precoce consapevolezza che, ahimè, non è la felicità a renderci vivi, almeno non solo. La bambina che passa pomeriggi interi sul balcone tra i gerani, gioca al dottore col cugino, si prepara alla prima comunione, vede con la morte nel cuore la madre che si ammala capisce già che è l’infanzia il momento fondante della nostra esistenza, che è da come abbiamo vissuto quel periodo che si svilupperà tutta la nostra esistenza. Perché l’infanzia è formata da tante “prime volte” e le prime volte sono quelle che rimangono impresse per sempre. E poi la bambina va avanti e se ne fa altre, di domande, sperimenta altre consapevolezze: la scoperta di Babbo Natale e Befana che non esistono, la scuola dalle suore, le prime pene d’amore, le riflessioni sul senso della vita.

Leggiamo quest’altro passaggio che, tra l’altro, chiude il romanzo: Respirai profondamente l’aria della sera, si trascinava dietro un tiepido profumo di gerani, mi assalì il timore che tutto sarebbe rimasto autentico e immutabile come quei vasi indifferenti, nulla era certo – mi dissi – ero stanca, quel difficile esercizio di equilibrio, in bilico tra l’infanzia, il presente e il futuro remoto, aveva incredibilmente moltiplicato il tempo; per la prima volta erano davvero esistiti istanti gemelli trascorsi a braccetto, lontani tra loro nel tempo. Un po’ più avanti: Ecco – mi dissi – questo preciso attimo è gioia. Il silenzio là fuori era così dolce che mi pareva di sentirne il canto; da qualche parte avevo letto che tutto è armonia se solo riusciamo a sentirla, così rimasi in ascolto ed ebbi cura di muovermi senza spostarlo. Il Silenzio. Questa parte, bellissima e intensa, evidenzia le capacità narrative della Marchesini, sia per quello che riguarda la voce narrante, ovvero quell’io che esce fuori e si svela completamente, che per la forma, che ricorda un po’ il flusso di coscienza modernista tanto caro a Joyce e alla Woolf (a parte il fatto che Anna sa usare bene la punteggiatura… ).

La bambina legge tanto, legge accucciata fra quei gerani che hanno sempre sete, cominciando da Pirandello per arrivare a Proust, innamorandosi ogni volta dell’autore col quale si vorrebbe addirittura fidanzare. La fascinazione di Anna Marchesini per il mondo che la circonda è forte, ed è forte anche nei confronti di quelle parole che usa per rivoltare l’animo umano per poterne scrutare fino in fondo le possibilità espressive ed emotive. Il terrazzino dei gerani timidi è, perciò, un bel libro alla cui autrice vanno attribuiti due grossi pregi: aver saputo individuare e raccontare scene e situazioni con profondità e complessa bellezza poetica e aver saputo trovare lo stile appropriato allo spirito del romanzo, dal periodare ampio fino all’uso di parole raffinate ed eleganti, che l’hanno aiutata nella descrizione di sentimenti e sapori antichi, come quelli di una volta, che pensavamo non esistessero più. La bambina del romanzo sogna di scrivere un libro dove custodire il silenzio del terrazzino e il suo sogno lo conoscono solo i gerani, che hanno saputo mantenere il segreto. Lo sguardo della bambina, e quindi della stessa autrice, è sempre oltre quello che si considera materialmente visibile, attento a individuare e tratteggiare tipi umani, personalità e sensazioni. In definitiva, Il terrazzino dei gerani timidi è un soprattutto un libro intimo e intimista, che insegna a comprendere e custodire il valore grandissimo del silenzio. 

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