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Il silenzio degli adulti e il dolore dei bambini

Il silenzio degli adulti e il dolore dei bambiniLa bambina dagli occhi d’oliva è una lettura che lascia il segno. Esce per Arkadia, a firma di Davide Grittani e, a dispetto del tempo che può passare da quando lo si è letto, quando si torna con la mente alla bambina di cui Grittani racconta, si sente tutta la storia ripiombarti addosso come una pioggia torrenziale. Ti inzuppa, fino alle ossa.

Sono tanti i temi che La bambina dagli occhi di oliva porta alla luce: la memoria, la solitudine, il suicidio, i soprusi. I silenzi degli adulti. Il male che questi silenzi possono provocare. Il dolore degli indifesi. Specie, dei bambini.

Scritto con uno stile scorrevole e coinvolgente, La bambina dagli occhi d’oliva è una perturbante costrizione ad affrontare le brutture del mondo. Perché queste esistono anche quando si cerca di sfuggirle. E, forse, semmai le si volesse fermare, lo si può fare solo parlandone.

In occasione dell’uscita del romanzo, di come questo sia nato e di alcuni dei temi racchiusi tra le pagine, ne abbiamo parlato con Davide Grittani.

 

Come nasce lidea de La bambina dagli occhi doliva?

Lavoravo da tempo sulle colpevoli distrazioni degli adulti, sulle “nostre” pratiche autoassolutorie: come genitori, come donne e uomini intendo. Poi il Covid ha accelerato tutto, ho visto con maggiore chiarezza ciò che faticavo a vedere: noi adulti adoriamo l’indulto, viviamo sotto costante processo dentro un tribunale di anime in cui – qualsiasi cosa abbiamo detto o fatto – le responsabilità sono di altri, quasi sempre dei bambini. E’ colpa dei bambini se la società che gli consegniamo non solo non li vuole, ma in alcuni casi li detesta. Questo romanzo – per quanto possa fare un piccolo autore, come me – rappresenta un personale risarcimento all’infanzia e all’adolescenza, a quelle fasi di vita nei confronti delle quali non riusciamo ad assumerci responsabilità. La bambina dagli occhi dolivanon è un romanzo sulla pedofilia, è un romanzo sulle omissioni, sui fantasmi che agitiamo in nome del meglio e del bene, è un romanzo sulle assenze e sui loro effetti.

 

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Dimenticare ed essere dimenticati quasi un privilegio. La memoria in che modo può fare male o mettere paura?

Sì, essere dimenticati può rivelarsi un privilegio. Ma se alla memoria si può in qualche modo anche riuscire a sfuggire, ai sensi di colpa no. Ecco, quei piccoli tarli che lavorano all’oscuro, mentre ci sembra che tutto vada magnificamente bene … spesso diventano le fondamenta del nostro malcontento. I sensi di colpa sono i fantasmi più duri a morire. Non hanno cittadinanza nelle nostre vite, eppure le abitano da sempre e per sempre. Ci si può dimenticare ed essere dimenticati, non ci si può scansare da queste folate di responsabilità che aggrediscono le coscienze. E se uno ne è dotato, causano danni enormi.

Il silenzio degli adulti e il dolore dei bambini

Sandro è davvero così cinico come appare? Dovesse descriverlo, con quali parole lo farebbe?

Il mio personaggio, appunto Sandro Tanzi, è solo un “prototipo dei codardi” che crescono nei nostri condomini, che vivono al piano di sotto al nostro. Quelli ai quali basta che tutto vada bene, perché il resto del mondo è solo un lontano rumore di fondo. A me questa società – così italiana, barbara e molto mediocre – mette più paura degli assassini. In linea generale, mi mette più paura chi osserva un delitto che chi lo esegue. E a Sandro Tanzi succede una cosa che nella vita succede abbastanza spesso, la chiamata in causa da parte di quei sensi di colpa cui facevo riferimento. Quando tutto sembrava al riparo da ogni guasto e da ogni possibile incidente, ecco che arrivano “i fantasmi più duri a morire”. Se il passato è polvere, i sensi di colpa sono gli acari che ci rendono allergici. Che gonfiano gli occhi, impediscono di respirare. Eppure, nessuno li vede.

 

A un certo punto, fa trasparire tra i pensieri di Sandro questa affermazione: non si dovrebbero portare al mondo figli, se non si è capaci di curarsi di altri, oltre che di se stessi. Sandro parla di unillusione? Detto altrimenti: come si può fare per vincere limpulso di sopravvivere, in quanto specie e bagaglio genetico, attraverso laltro? La procreazione, a tratti, sembrerebbe un gesto molto egoistico.

Nell’idea tutta egoistica e narcisistica di Sandro, i figli dovrebbero essere al centro di tutto. Ma questo bisogno di attenzioni evidenzia innanzi un’infanzia piena di lacune, piena di vuoti e di affetti attaccati con lo scotch da imballaggio. Certo che la procreazione non dovrebbe essere un atto egoistico, ma quando osservo – molto da vicino, con un alto senso etico come dovrebbero fare gli scrittori – le vite di alcuni padri miei coetanei, che non hanno ben capito la differenza di responsabilità tra un bambino e un iphone, beh … allora penso che servirebbero maggiore consapevolezza e soprattutto maggiore coscienza del bene quando si mettono al mondo persone che dipendono (in tutto e per tutto) da te. Dal tuo modello. Dalla tua educazione. Dal tuo riferimento etico, dal tuo entusiasmo e dal tuo coraggio. Lo dico da genitore, da padre di tre figli che ogni giorno assiste a disastri pedagogici inenarrabili … tutti consumati in nome del bene. Ovviamente.

 

 

La solitudine è un tratto molto profondo nella vita di Sandro, specie fino a un certo punto, ma forse anche dopo, quando questa pare si diradi un po. Quanto pesa la solitudine nella vita di Sandro?

Molto. La solitudine pesa moltissimo nella vita di tutti, tutti noi. Facciamo finta di non darle peso, di non darle importanza. Ma il continuo ricorso ai social media, a elementi di “distrazione di massa”, a stereotipi visivi e a comportamenti plateali come quelli a cui molto spesso assistiamo – tipo due coniugi che si fanno gli auguri via social, per me il massimo del fanatismo narcisistico – sono elementi che raccontano in maniera inequivocabile la nostra solitudine. Sandro ne è un testimonial, ma anche uno che vuole uscirne. Uno che ha capito che la vita, quella che si è persa fino a quel momento, risiede altrove. Un positivo, a suo modo anche un piccolo eroe.

 

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Al centro de La bambina con gli occhi doliva si trovano i bambini, la loro fragilità, e i grandi che se ne approfittano. C’è rimedio? Cosa si può fare? O meglio: in quanto spettatori, siamo ugualmente colpevoli?

I rimedi ci sarebbero, ma nessuno sembra prenderli in considerazione. Tutto ruota intorno agli adulti. L’estetica. Il gioco. Le abitudini. I vestiti, gli elettrodomestici. I soldi. Soprattutto i soldi. La ricerca disperata della felicità. Abbiamo tracciato intorno a noi una società a misura di soli adulti, in cui i bambini non sono nemmeno degli ospiti ma addirittura degli incidenti. Fateci caso, quando rifiutiamo un invito a cena … lo facciamo con dispiacere e con la motivazione “eh, ma noi abbiamo i bambini”. Questo sono diventati per noi, una gabbia, un impedimento, un ostacolo. Di più, spesso un alibi. Non una risorsa, ma una amputazione. Eppure ci riempiamo continuamente la bocca con programmi futuri che hanno a che fare con loro, li inseriamo dentro una retorica narrativa – la specialità di alcuni colleghi che non hanno figli sono i romanzi in cui si parla abbondantemente del rapporto genitori-figli, in Italia uno solo (per me) ne è capace: Niccolò Ammaniti – che fa rabbrividire per cinismo e sciatteria. La bambina dagli occhi dolivaè un romanzo in difesa di chi non ha difesa, le conseguenze della mia feroce ma speranzosa storia – cioè la violenza su una bambina, che ho intenzionalmente dedicato a Dolore O’Riordan dei Cranberries – sono le conseguenze tipiche di chi è stato lasciato solo, senza alcun controllo, senza nessuna vigilanza, senza un riferimento vero, senza un maestro. Ecco, gli adulti non sono più maestri. Hanno smesso di essere esempi. Insieme alla buona educazione e al senso estetico del mondo, quella degli adulti (intesi come strade, come interpreti del tempo e non narciso del loro tempo) rappresenta per me l’assenza più pesante che avverto. Principalmente sulla mia pelle.

 

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Per la prima foto, copyright: Bermix Studio su Unsplash.

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