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Il secolo d’oro e di dolore di Leonide, l’ultima dei Longobardi

Il secolo d’oro e di dolore di Leonide, l’ultima dei LongobardiIn Grande secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore), Vincenzo Pardini ci restituisce il romanzo di Leonide Francesca Lusetti, l’ultima dei Longobardi, antica casata della Garfagnana, discendente – come si vorrebbe – dallo stesso Liutprando. Stirpe di dèi, ma soprattutto di guerrieri per i quali, uomini o donne che siano (come nel caso di Leonida, appunto), la terra è ancora il bottino da conquistare, difendere, mantenere. E la terra, i suoi ritmi, i cicli, la natura è un punto centrale della narrazione. Forse, il baricentro vero e proprio.

Di fatto, si fa un po’ fatica a definirlo romanzo, a incasellarlo in un macro-genere letterario, non perché si presenti agli occhi del lettore come biografia o cronaca o documento (o se pure così appare all’inizio, la sensazione è breve, e lascia presto il posto a un coinvolgimento di più ampio respiro), ma perché, in ultima analisi, qualunque definizione calzerebbe stretta, avanzerebbe o scarseggerebbe, per eccesso o per difetto: questo lavoro di Pardini non ha una misura unica con cui essere, sebbene non etichettato, ché le etichette sono sempre brutte, oziose e fini a sé stesse…, quanto meno inquadrato. E allora lo si prende – e lo si apprezza – per quello che è: il lungo racconto della vita di una donna, Leonide appunto, dalla sua nascita nel 1899 alla sua morte nel 1983, una vita lunga poco meno di cent’anni, che gli storici hanno ribattezzato “il secolo breve” e Pardini “grande secolo d’oro e di dolore”, e questa sì, invece, è una definizione azzeccata, perché non vi è dubbio che il Novecento sia stato (anche senza ripercorrerlo puntigliosamente) anni di immenso dolore ma anche di grande splendore, di conquiste, innovazioni, limiti e orizzonti sempre spostati un po’ più in là. E tuttavia, la discrasia tra le due espressioni si giustifica col fatto che il tempo al quale si rivolge l’autore, pur essendo lo stesso sotto il profilo cronologico, non lo è sotto quello individuale, attinente cioè la nostra Leonide Lusetti: per lei il Novecento è il secolo della parabola di famiglia, d’oro nei punti ascendenti e di dolore in quelli discendenti.

 

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Ed ecco ritornare un motivo vecchio (o classico?) della letteratura: l’intreccio tra microstoria personale e macrostoria sociale, politica, economica. Come dire che la storia di Leonide potrebbe essere, né più né meno, la storia di una delle nostre nonne sullo sfondo di quella catena (breve? d’oro? di dolore?) che ha formato il secolo passato. Non è un caso, dunque, se a raccoglierne il testimonio è il nipote Fiorenzo che ne «protegge» il ricordo attraverso un legame più intimo dell’amore, un’ispirazione interiore fatta di sensi, un odore, un sapore, una visione interiore, una presenza spirituale più che occulta, giacché, come sottolinea Pardini, seppure un qualcosa di oscuro si ordiva nell’animo della donna, bisognerebbe raccontarla come «un’altra storia».

 

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Il secolo d’oro e di dolore di Leonide, l’ultima dei Longobardi

Torniamo quindi a questo libro, una trama semplice, fatta di piccoli fatti: la famiglia, anzi la costellazione familiare, secondo un’interpretazione molto in voga in questi ultimi anni, intesa come psicogenealogia all’interno della quale cercare lo scenario inconscio dei propri confini, suggestioni, relazioni.

 

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Da qui il rapporto coi fratelli, il matrimonio con Basilio, la nascita dei figli, Artemisia e Giorino, le diaspore, i rovesci, il legame ferino, radicato e radicale con la terra, cordone ombelicale mai tagliato. Tutto assume una valenza simbolica, una metafora che perfora la materia di cui è fatta. Piccoli punti disomogenei di un ricamo a trama ora più fitta ora più larga. Quell’intreccio tra Storia, storia e storie di cui si diceva pocanzi, concetto vissuto, viziato e abusato ma che Leonide, sorprendentemente, ribalta a modo suo: «[…] È tutta una finzione», come amava dire di fronte agli accadimenti della vita.

Il secolo d’oro e di dolore di Leonide, l’ultima dei Longobardi

Vincenzo Pardini accompagna il viaggio terrestre di Leonide con il ritmo piano dell’affabulazione senza retorica, riuscendo a imprimere al libro lo stesso respiro del racconto breve, che non significa fiato corto. Tutt’altro, in trecento e poco più pagine si dipana con mano esperta l’essenza stessa del narrare: tramandare, non perdere né sprecare il patrimonio di fatti che ognuno porta in sé, che è poi il senso della vita e di tutte le cose, «come giorni e stagioni che cambiano ma mai si disperdono».  

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