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“Il ritorno del Budda” di Gajto Gazdanov: un giallo psicologico con al centro l’uomo del Novecento

“Il ritorno del Budda” di Gajto Gazdanov: un giallo psicologico con al centro l’uomo del NovecentoIl ritorno del Budda di Gajto Gazdanov ricompare in Italia grazie a una nuova pubblicazione della Voland Edizioni, datata maggio 2015.

L’edizione è stata possibile grazie alla traduzione dal russo di Fernanda Lepre e alla compartecipazione dell’Istituto della traduzione letteraria russa.

Il giallo fa parte di una lauta produzione, successiva alla seconda guerra mondiale e che si può rintracciare cronologicamente dagli anni Cinquanta fino alla morte dell’autore nel 1971. Gazdanov, sulla cui biografia sappiamo davvero poco, fu costretto all’esilio ancor minorenne in Ucraina e in Siberia. Dopo gli anni Venti trovò una sistemazione a Parigi dove lavorò come operaio in varie fabbriche. Oltre al successo del primo libro Una serata da Claire, lo ricordiamo per Il fantasma di Alexander Wolf e per il romanzo ristampato nella primavera di quest’anno, come indicato poco sopra.

Fondamentalmente il genere di tutti e tre i successi citati è sempre identico: possiamo definirlo un thriller a sfondo psicologico-onirico, un dramma teatrale kafkiano e pirandelliano o anche, nel caso specifico, una storia d’amore.

La prima pagina del libro apre, si potrebbe dire, ex abrupto con “Morii” e un lunghissimo monologo del protagonista, uno studente venticinquenne, squattrinato e poco volenteroso, che si sostenta con collaborazione saltuarie e che vive nei bassifondi della città di Parigi. Non è la mancanza di denaro liquido a preoccuparlo, nemmeno la familiarità con gli strati sociali bassi della capitale francese, bensì una malattia di cui è pienamente cosciente, ma dalla quale non riesce a guarire: soffre di visioni oniriche incontrollabili che si dilatano per ore e ore e per colpa delle quali confonde la realtà con l’irrealtà. Proprio in una di queste immagini mentali si ritrova rinchiuso in un carcere dello Stato Centrale, accusato di un omicidio non realizzato da lui e vittima di un processo dall’aspetto molto kafkiano. Un’altra sera immagina che uno dei suoi più recenti amici, un ex clochard divenuto milionario grazie a una circostanza inaspettata, presentato con il nome di Pavel Alksandrovic Scerbakov, muoia per desiderare la pace dopo una vita trascorsa fra miseria e improvvisa ricchezza all’età di quasi settant’anni.

Le due costruzioni mentali astratte eppur verisimili si trasformano in realtà preoccupante e drammatica, quando il signor Scerbakov viene ammazzato con una coltello (taglia carne) nel suo appartamento parigino. Per una serie di circostanze sfortunate il nostro studente deve difendersi davanti al procuratore, al giudice e all’ispettore da un’accusa di omicidio. Sarà stata solo una visione o macchinalmente il protagonista ha mutato l’incubo in realtà? Riuscirà a discolparsi? In che modo?

In Il ritorno del Budda Gajto Gazdanov sceglie un’ambientazione tipicamente da romanzo noir, fra le case sconquassate del quartiere Latino e quelle pericolose non distanti il Moulin Rouge, in ambienti dove clochard, prostitute, vecchie osterie dominano sul fascino della Parigi più nota.

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“Il ritorno del Budda” di Gajto Gazdanov: un giallo psicologico con al centro l’uomo del NovecentoLo studente protagonista, nei suoi modi di costruire il pensiero, ricorda molo Raskolnikov di Delitto e castigo, uno dei romanzi più celebri di Dostoevskij. Data la distanza non siderale fra il celebre romanziere e Gazdanov non è da escludere che molte idee e gran parte della costruzione narrativa derivino dalla scuola romanzesca russa del secolo prima.

Della figura letteraria novecentesca, in questo libro ritroviamo, sul piano narrativo, una caratteristica fondamentale: la presenza centrale dell’Io narrante (il racconto è riportato in prima persona e la stessa non è mai nominata) fortemente coincidente con il protagonista, con un’equivalenza dei piani che ricorda i testi pirandelliani, talvolta anche nel vagare filosofico del personaggio.

Altra influenza innegabile, come risulta evidente dal capitolo dedicato alla prigionia nello Stato Centrale, è quella di Kafka con i suoi processi, con l’identità mai svelata dei suoi attanti e con la rappresentazione metaforica della condanna dell’uomo moderno.

Tutta questa miscela letteraria si ritrova in un romanzo che alterna frame narrativi a illimitate sequenze dove la suspense accende sempre più il lettore. Talvolta anzi la spezzettatura, più simile a un thriller cinematografico che a un giallo narrativo, taglia troppo la sequenza del racconto, con l’effetto non di creare maggior tensione emotiva, bensì fastidio durante la lettura.

Perché scegliere di leggere un classico della letteratura russa di metà Novecento come questo libro di cui vi abbiamo parlato? Certamente l’affascinante fusione fra realtà e fantasie deliranti trasporta il lettore in una ormai dimenticata Parigi degli anni Venti, mai descritta noiosamente, ma presentata a tocchi sapienti di macchie colorate, dove i dialoghi fra i personaggi non sono batture brevi, ma incroci di punti di vista e concetti storici non ritrovabili nei romanzi del Duemila.

Coloro che amano la letteratura noir, il giallo e il delitto a sfondo psicologico ritrovano nella mistura di Gazdanov soddisfatte le loro istanze, potendo apprezzare un autore che non si contorce mai in labirinti (periodi) intricati, ma riesce con nettezza e chiarezza a delineare il pensiero umano.

Fra macchie di sangue, androni oscuri, pensioni povere e figure losche si nasconde la delicata storia d’amore, mai concretizzata, fra lo studente e un suo vecchio amore mai sopito, una ragazza di nome Catherine. Pochi accenni al loro passato romantico, molti monologhi sui rimpianti attuali. Vige un solo punto di vista, quello dell’innamorato e le fasi della love story sono tracciate appena appena visibilmente. Un altro mistero nel mistero, che nel finale trova un nodo che lo scioglie e che fa di questa donna più una soccorritrice nella confusione che una vera e propria amante, letteriaramente parlando sembra più una Beatrice dantesca che una Pamela Anderson.

Il ritorno del Budda di Gajto Gajto denota fin dal titolo un senso di ritorno e di reincarnazione di qualcosa o qualcuno, ma questo circolo è solo un dramma psicologico o un’esperienza reale? Ecco, in questo interrogativo è insito il fascino del romanzo.

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