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“Il ritmo di Harlem”, intervista a Colson Whitehead

“Il ritmo di Harlem”, intervista a Colson WhiteheadIn Italia per partecipare a un festival letterario, Colson Whitehead ha parlato ai blogger del suo ultimo libro, Il ritmo di Harlem (Mondadori, 2021 – traduzione di Silvia Pareschi), uscito in Italia qualche mese fa (qui la recensione), storia di Ray Carney, un commerciante di mobili che vive nella Harlem dei primi anni Sessanta e si barcamena tra una rispettabile attività di negoziante di mobili e un meno rispettabile lavoro di ricettazione e smercio di oggetti rubati, fino a ritrovarsi invischiato in un affare malavitoso di grandi proporzioni, che rischia di mandare all’aria questo precario equilibrio.

L’intervista, tuttavia, ha toccato altri argomenti al di là di questo libro.

 

Con Il ritmo di Harlem lei ha scritto un romanzo dai toni polizieschi, centrato sulla realizzazione di un grosso colpo criminale. L’impressione è che non si possa prescindere dalla rappresentazione di Harlem come di un luogo in preda alla criminalità, alla violenza e all’illegalità. Sarebbe possibile raccontare questo quartiere in modo diverso?

Harlem è un quartiere molto dinamico, con una forte componente di criminalità, che però negli ultimi due decenni è scesa molto. Tantissimi suoi abitanti sono persone assolutamente normali, che studiano, lavorano e non si drogano. Io ho scritto un poliziesco e quindi mi sono soffermato sugli aspetti negativi, ma ci sono tanti altri libri e film che affrontano altri aspetti del quartiere. Però credo che il lettore alla fine sia meno interessato a leggere della normalità rispetto alla criminalità.

 

Lei si misura con generi e argomenti molto diversi tra loro. Come sceglie una storia e il modo in cui raccontarla: le arriva prima la storia o la scelta del genere in cui inquadrarla?

L’angolazione e il modo di narrare sono cose che vengono dopo l’idea iniziale, che di solito mi arriva in una maniera abbastanza semplice. Mi chiedo se sarebbe divertente scrivere un libro sulla storia di un piccolo criminale che cerca di sistemarsi con un colpaccio, come in questo caso, o sulle ferrovie, come nel romanzo La ferrovia sotterranea.

Tutti i generi hanno una loro dignità e io amo il mio lavoro perché mi permette di esplorare tutti i generi letterari. Certo, finora non mi è ancora venuto in mente di scrivere un romanzo sentimentale, una bella storia d’amore, ma un giorno chissà…

 

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Sia in I ragazzi della Nickel che in Il ritmo di Harlem c’è una sorta di duplicità, di conflitto: nel primo tra l’idealista Curtis e il cinico Turner, nel secondo una scissione interiore del protagonista. Come le vengono in mente queste antinomie morali?

Dipende dalla vicenda. Non mi sento un autore alle prese con troppe questioni morali, mi occupo di problemi che devono essere risolti.

Nel primo romanzo ci sono due modi decisamente contrapposti di intendere la vita, uno ottimista e uno pessimista. Sono due filosofie incompatibili e in contrasto tra loro. In quest’ultimo romanzo Ray cerca di restare a galla in un mondo che lo penalizza per via della sua razza, e la questione è più complicata perché il personaggio giudica e riconosce le sue mancanze morali, ma ho cercato di raccontarne una quotidiana umanità.

 

Perché ha scelto di ambientare la sua storia in un periodo preciso, quello dei fermenti dati dalla segregazione razziale e poi dalla sua fine, quindi molto particolare per Harlem, rispetto ad altri momenti ugualmente significativi del passato?

I miei primi due romanzi erano contemporanei, ma poi mi è sembrato di aver finito le cose da dire al presente e ho pensato che scrivere romanzi storici, ambientati in epoche passate, offra la possibilità di disporre di materiali creativi di prim’ordine. Sono poi passato dal Sud a New York e nella storia della città c’erano diversi momenti significativi. Avevo pensato, ad esempio, al blackout del 1977, poi alle rivolte contro la polizia nel 1944 e nel 1964, finché ho scelto i primi anni Sessanta.

 

Come convivono nella sua scrittura espedienti più fantastici, come nel caso del romanzo La ferrovia sotterranea, ed elementi più reali che compongono le storie?

Come ho detto prima, prima mi vengono le storie e poi penso a come metterle sulla carta. Gli espedienti a cui lei accenna sono tutti strumenti che servono a costruire una storia, basta scegliere quello più adatto. La ferrovia sotterranea non è mai esistita, ma l’idea mi è servita a costruire la mia idea di America. È un fatto della storia che le teorie razziali poi utilizzate dai nazisti sono nate da uno scienziato americano, e questo mi ha permesso di fare un parallelismo tra le persecuzioni naziste in Europa e quelle agli afroamericani negli USA, ma non tutti gli elementi vanno bene per tutti i libri.

 

In una passata intervista lei disse che il film che rappresentava di più l’America odierna era Mad Max, e questo prima dell’assalto al Campidoglio dell’anno scorso. Aveva avuto una sorta di premonizione?

Per me gli Stati Uniti sono usciti dai binari già da un bel pezzo, quindi non servivano doti divinatorie ma bastava semplicemente guardarsi attorno: cortei neonazisti nel 2017, violenza armata e sparatorie ovunque uscite fuori controllo da almeno un decennio… la società americana è ormai disgregata.

“Il ritmo di Harlem”, intervista a Colson Whitehead

Cosa la spinge a scrivere storie ambientate nel passato?

Sono convinto che oggigiorno un trentenne arrabbiato abbia una visione più nitida del mondo contemporaneo rispetto a me che sono ormai un uomo di mezza età, con figli e una casa di cui occuparsi. Se non hai nulla da dire su un argomento taci, per cui ho trovato più opportuno rivolgermi al passato, provare a mettermi nei panni di chi ha vissuto nei tempi precedenti. Il lavoro di documentazione rappresenta uno stimolo ulteriore. Leggere le memorie degli schiavi nelle piantagioni è stato interessantissimo e mi ha permesso di appropriarmi del loro lessico perduto, che ho cercato di riprodurre.

Per Il ritmo di Harlem ho consultato raccolte di giornali del 1961: in uno il resoconto della campagna elettorale per l’elezione del sindaco di New York era affiancato dalla pubblicità di un grande negozio di mobili… Le ricerche ti danno sempre un sacco di idee.

 

Visto che lei non ha paura di affrontare generi diversi, cosa pensa di chi fa distinzioni fra letteratura alta e di genere?

È certamente un fatto di snobismo. Penso che chi fa questo genere di distinzioni faccia letture limitate. Negli USA la distinzione dei generi è caduta ormai in disuso, non viene quasi più considerata. Gli autori mescolano i generi, troviamo fantascienza in mezzo a romanzi alti.

 

Cosa pensa della serie tv tratta da La ferrovia sotterranea?

Credo sia la cosa più bella che mi sia capitata nella vita: è un lavoro meraviglioso, intelligente e io non avrei potuto pensare a niente di meglio.

 

L’esperienza degli ultimi anni di pandemia e restrizioni ha influenzato la sua attività letteraria?

Sono stato fortunato perché durante il lockdown i miei figli potevano seguire la scuola su Zoom, mentre mia moglie e io abbiamo continuato a lavorare da casa. In realtà è stato un periodo creativo perché ho scritto molto più del solito, non potendo fare altre cose.

 

La questione razziale è al centro della sua produzione letteraria: secondo lei è un dovere per ogni scrittore afroamericano prendere una posizione precisa su questo?

Io ho scritto sia libri che affrontano tematiche razziali sia libri che non ne parlano per nulla. Mi rendo conto che forse in molti c’è l’aspettativa che uno scrittore o scrittrice afroamericana debba scrivere solo di quello, ma per me scrivere è altro: sviluppare idee e progetti che interessino. Un tempo gli scrittori afroamericani erano davvero pochi e sembrava che dovessero scrivere a nome di tutti i neri, ma oggi non è più così. Ci sono tante differenze all’interno degli afroamericani e non è obbligatorio parlare solo del mondo dei neri. Volendo, potrei scrivere anche una biografia di Benjamin Franklin e nessuno potrebbe criticarmi.

 

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Siamo incuriositi dal movimento della “cancel culture”, come tentativo d’intervenire abbastanza pesantemente sul passato, ripudiando ad esempio determinati scrittori perché hanno espresso nelle loro opere concetti in uso ai loro tempi ma considerati oggi inaccettabili, col rischio però di eliminare molte opere importanti. Lei cosa ne pensa?

L’ultima domanda delle interviste che ho fatto in questi giorni è sempre stata sulla “cancel culture”, che a quanto pare qui ha avuto una risonanza molto grande. A me tutto questo movimento sembra una scemenza e partecipare a un dibattito sul tema è una cosa che trovo avvilente: ritengo di non avere proprio nulla da dire sull’argomento.

 

Qual è in poche parole la “sua” New York?

Se dovessi mai pronunciarmi in via definitiva su New York avrei chiuso e potrei andare a casa, quindi non lo faccio. Cerco di trovare la mia idea definitiva sulla città ma lo faccio in maniera sempre diversa in ogni libro. Ho scritto di New York in forma di saggio, in forma allegorica e realistica, ma la mia ricerca continua. In principio provavo ansia scrivendo di temi di cui si erano già occupati molti altri autori, ma adesso ho superato le mie paure: qualsiasi tema tocchi, so che è già stato affrontato da qualcun altro, spesso anche più bravo di me, quindi ho smesso di preoccuparmi. Cerco sempre di fare il mio lavoro nel modo migliore possibile: se avrò fatto bene magari mi ritroverò vicino ai grandi della letteratura che mi hanno dato ispirazione.


Per la prima foto, copyright: Kurt Cotoaga su Unsplash.

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