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“Il riporto” di Adrián N. Bravi

“Come non vedere la decadenza della società nel passaggio dal riporto alla rasatura?”

Il riporto di Adrian N. BraviArduino Gherarducci, integralista del riporto, vive secondo un preciso manifesto: il disonore non sta nella calvizie in sé ma nel volerla camuffare con espedienti meschini come cappelli, toupet o, peggio ancora, la rasatura tipo palla da biliardo. L’unica soluzione degna per un uomo d’onore è il riporto.
Dopo questa insolita premessa urge qualche nota sull’autore de Il riporto (Nottetempo, 2011), Adrián N. Bravi.  Argentino, ma residente nella leopardiana Recanati, ha iniziato la sua carriera di scrittore in lingua spagnola. Dal 2004 scrive in italiano e lavora come bibliotecario nella vicina Macerata. Sono molti gli accenni biografici che ha in comune con il suo Arduino (città, area professionale e richiami esotici), ma c’è un dettaglio in particolare che balza agli occhi dal bianco/nero della quarta di copertina: è calvo.
Per Arduino i capelli non sono altro che “escrementi che il corpo butta fuori, lentamente, come le unghie”.Dall’età di tredici anni non vede l’ora di liberarsi della sua chioma per seguire le orme dei suoi avi e sfoggiare il “riporto”. Non quello “classico” paterno, alla moda dei Salesiani, in cui una ciocca laterale, dalla tempia, viene sistemata per coprire la pelata. Non lo convince neppure il modello più elaborato di suo nonno, il cosiddetto riporto a doppia riga, ottenuto facendo incontrare centralmente le due lunghe basette laterali; quello a cui ambisce Arduino è il riporto imperiale, alla Giulio Cesare, con i capelli della nuca pettinati in avanti fino a definire una specie di frangetta.  
Ma Arduino non ha vita facile e quel suo riporto, frutto di un gran lavoro di pettine e colla di pesce, viene continuamente deriso da chi lo circonda. In più, nulla può contro i colpi di vento o l’aria condizionata, che riuscì a spettinarlo perfino il giorno del suo matrimonio.
Professore ordinario all’Università di Bari, vive in bilico fra il giudizio altrui e i rischi atmosferici. Respira la malinconia leopardiana della sua terra e si sente “soddisfatto della propria tristezza”, finché un crudo affronto al suo riporto, ovvero alla parte più intima e vulnerabile di sé, non accelererà una crisi esistenziale da cui non vorrà far ritorno. Anzi, per dirla alla Spinoza, citato continuamente nel romanzo, il suo sarà un percorso da cui non potràesimersi, come tutti gli esseri umani governati da una legge divina che tutto determina.
Proprio il filosofo olandese autore dell’Ethica (1677) -di cui Arduino custodisce gelosamente più copie -getterà luce sulla “necessarietà” degli eventi. In un mondo privo di libero arbitrio, Arduino incarna l’uomo spinoziano incapace di autodeterminare la sua vita. Così anche la fuga in Lapponia, dove Arduino sogna di poter “cavalcare le renne, intagliare il legno, affogare nel Lago Inari, guardare l’aurora boreale”, non è che uno di quegli eventi che hanno ragione di esistere nella misura stessa in cui esistono e solo in apparenza sono frutto di scelte individuali.
Non si può dire che questo sia un romanzo che intrattiene. Bravi ha voluto scrivere un libro sul pensiero di Baruch Spinoza e lo ha fatto abbozzando un personaggio tragicomico avente, sulle spalle, una croce che è l’emblema dell’etica razionalista e panteistica spinoziana: proprio i capelli, o la loro assenza -che condiziona la vita di Arduino ­-sono simbolo di un qualcosa già deciso, quella dotazione immodificabile di Dio su cui l’uomo non può operare. Certo, esistono pettinature ad hoc come il riporto o la rasatura, si può ricorrere ai trattamenti per stimolare la ricrescita, oppure al trapianto, ma la calvizie resta ineluttabile come tutte le cose terrene che obbediscono a una legge superiore. Arduino Gherarducci cerca di coprire i buchi con il riporto ma, lo capirà alla fine, un’acconciatura vale l’altra. Come tutti, non fa altro che vivere una vita già stabilita, illudendosi di aver dato una svolta cosciente alla sua esistenza.

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