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Il perdente neocolonialismo italiano

Il perdente neocolonialismo italianoChe ci andiamo a fare in Libia? Nello scatolone di sabbia che già ci fruttò amare sconfitte e più di un’accusa di torture e sevizie? L’Italia prova a esportare, come tentano di fare altre potenze medie europee come la Francia, un pezzo del suo afflato neocolonialista mettendosi a capo di una possibile coalizione di terra in Libia.

Mentre la guerra cambia natura, si fa coi droni e con la guerriglia terroristica, il nostro Paese medita e si sonda, numeri alla mano, sulla possibilità di intervenire via terra nei Balcani libici: dove da Misurata verso est nulla è più certo delle pallottole e degli odi tribali.

Non sto qui a dire che Gheddafi non andava ucciso, lo sanno anche le pietre, ma che si possa intervenire nuovamente senza una precisa posizione in un territorio che conta almeno duecentomila combattenti fondamentalisti, lo vedo difficile.

 

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Quando Gheddafi era nostro amico, ci siamo fatti ricattare costantemente con la minaccia delle partenze dei migranti dalle coste libiche: abbiamo così allungato la vita al Raìs senza porci troppe domande di carattere umanitario. Adesso che Gheddafi non c’è più, ma che la costellazione tribale libica si è mescolata alla galassia fondamentalista, il nostro unico problema pare essere individuare una strategia militare mettendo in secondo piano l’attività diplomatica.

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La Libia, per chi ancora non lo avesse capito, è il nuovo terreno di conquista dello Stato Islamico: un secondo califfato ancora policefalo, ma non per questo meno pericoloso. Per chi? Per i libici, in primo luogo, perché ci vivono e sopportano le angherie dell’Isis. E per tutti i Paese vicini, prima la Tunisia che ha già subito attacchi e attentati a opera di fondamentalisti formatisi nelle tante Madrasse del terrore libico.

Ma la situazione libica è anche, o semplicemente, lo specchio del separatismo europeo, dove ciascuno fa quel che vuole dei propri confini mettendo a sicuro repentaglio la compattezza che adesso serve più di prima.

Così come in Libia i territori rispondono a pulsioni contrastanti, in Europa ogni Stato affronta l’emergenza profughi e la possibilità di intervenire in un conflitto aperto secondo coscienza nazionale, senza una regia comune.

 

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Ci domandiamo che fine abbia fatto, per esempio, la commissaria Ue agli Esteri Mogherini, grande assente dal dibattito intorno alla Libia, dal momento che gli stati comunitari procedono in ordine sparso, inseguendo i sondaggi più del buon senso.

E dunque, nella totale confusione che regna intorno al Mediterraneo, una scelta neocolonialista all’italiana sarebbe la peggiore, la più perdente: e rischieremmo di incattivire le cellule dello Stato Islamico che attraversano la Penisola.

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