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Il dolore dei ricordi. ESTRATTO da “Confessioni di uno zero” di Giovanni Di Iacovo

Il dolore dei ricordi. ESTRATTO da “Confessioni di uno zero” di Giovanni Di IacovoUna donna senza memoria è la protagonista di Confessioni di uno zero, romanzo di Giovanni Di Iacono edito da Castelvecchi. O meglio è una giovane donna che ha perso la memora a seguito di quello che sembra essere un incidente. E da qui il romanzo racconta il tentativo di Vienna Colantonio di recuperare i suoi ricordi non con l’aiuto della famiglia o del promesso sposo Pietro, bensì grazie a Luciasino che emerge dal passato insieme a una serie di diari che permetteranno a Vienna di ricostruire la sua vita. Il problema è che ciò che emerge non ha nulla di rassicurante ma racconta una vita drammatica e spiazzante vissuta per lo più ai margini della società e della famiglia.

Qui di seguito un estratto dalla prima parte del romanzo.

 

Prologo

Estratto da:

Sebastiano Zerrolli

Il Percome dell’Amore. Confessioni di uno che cià sempre i lupi nel sangue.

2 febbraio 1996

 

BRANO CONSIGLIATO: WALK ON THE WILD SIDE, LOU REED.

 

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Quando la più assoluta normalità ti sembra così strana, vuol dire che hai davvero passato una vita del cazzo.

Eppure, la mia, non è che fosse iniziata malaccio. Da ragazzino mio padre m’insegnava la terra, a distinguere l’erba medica dal grano ancora verde, quel grano che un giorno riuscii persino a tagliare. C’era da vedermi: un gesto ampio e deciso della falce, con una gioia come di uccidere, come di creare. La natura è ostile come un ricordo a piegarsi. In campagna, cielo e creatura sono ad attenderti e grazie a loro tu ti ritrovi. In città, invece, nei giorni d’inverno, ci si perde lungo uno stesso piano umido di vento e non sai più nulla ci si perde e amen. Per fortuna puoi sentire le ossa che si ricompongono con un lento respiro appena sei nel tepore di una stanza. I tram e le auto oltre al vetro della finestra sono un corpo altro e più grande che si cerca nell’aria che lo taglia.

Quel giorno, ero in strada e al freddo. Pur se ovunque era pieno di realtà, io me ne andavo con una tremenda fantasticazione nel cranio verso l’officina Nirvana Gomme.

Era in fondo a una lunga via buttata dietro al carcere di Pescara dove non si sapeva mai dove camminare. Sui marciapiedi, gli anziani se ne stavano seduti sulle sedie tirate giù da casa, così potevano maledire i passanti con più efficacia. Sulla strada, dove passano poche macchine, pochissimi motorini e moltissimi motorini truccati, tre grossi cani senza guinzaglio né niente, altezzosi come sultani dell’asfalto dissestato, se ne stavano lì a ringhiare a chiunque. Cammina cammina tutto teso, con questi ritagli di foto di Michael J. Fox stretti in mano, l’unico che mi metteva un po’ di cuore era Ninodangelo, il cavallo di un’antica famiglia zingara del quartiere che passava le giornate su e giù lungo l’ampio balcone al terzo piano. Un cavallo dal piglio saggio e bonario che ti scruta mentre passi sotto al suo palazzo. Poi però, appena gli fai un saluto, l’educatissimo Ninodangelo sempre si dà una scrollata di testa, come per ricambiare.

E intanto ero arrivato.

Il dolore dei ricordi. ESTRATTO da “Confessioni di uno zero” di Giovanni Di Iacovo

Per noi ragazzi di Pescara, il Nirvana non era solo un’officina che offriva servizi da gommista, da elettrauto e da coffe shop olandese. L’officina Nirvana Gomme era per noi tipo l’Oracolo di Delfi.

Ci lavorava Andrea, insieme a un pakistano suo amico di cui non ho mai capito il nome, ma che poi era quello che, nei fatti, mandava avanti la baracca. Andrea, quando le cose si mettevano bene e c’erano clienti e lavoro, si spaventava, si sentiva soffocare e allora di colpo partiva, se ne andava in viaggio a smuovere la polvere del mondo.

Prima faceva il camionista, ma lo faceva chic, era il plusultra dei camionisti. Aveva la passione per la poesia, il rock psichedelico, le droghe psichedeliche e Michael J. Fox.

Un giorno con i suoi viaggi toccò l’India, dove rimase per diversi anni e si riempì di quattrini, vattelappesca il percome ci sia riuscito. In quel periodo visse degli espedienti più bizzarri. Finì pure in galera, perché tentò di contrabbandare dei camaleonti dalla Thailandia a Nuova Delhi. Nel bagno della dogana cercò di ricoprirsi di questi camaleonti convinto che così mimetizzati sarebbero passati inosservati. Che esemplare asinino!

Ebbene, a un certo punto se ne ritornò a Pescara insieme a questo giovane pakistano con denti bianchissimi, quasi li avesse usati solo per sorridere.

Aprì l’officina Nirvana Gomme e si creò nel retro un piccolo ufficio, dove se ne stava tutto speloncato per i fatti suoi. Niente calendari di sisone nude o riviste di motori ma un grosso narghilè che non funziona e incensi sempre accesi.

Da quel giorno, si fece chiamare Il Gommistico.

Il Gommistico aveva una risposta per tutto, e se non ce l’aveva, te la trovava così, bum! A volte ti faceva delle previsioni su futuro che non è che tu ci capissi molto, specie se non ci eri mai stato nei paesi strambi dei camaleonti suoi.

«Le parole del Gommistico, solo il Gommistico può capirle per davvero», ti fa lui, e tu che puoi fare, starti zitto e ringraziare, perché comunque l’anima te l’aveva allungata. E di parecchio.

Però mica te le faceva gratis le consulenze, eh. Dovevi fargli delle offerte, come a un oracolo di quelli coi controcazzi. Gli dovevi offrire delle foto di Michael J. Fox.

Davanti a lui, anche i più duri parevano conigli sotto i fari. Nessuno osava chiedergli se quei peyote che ci voleva per forza vendere fossero davvero peyote e non porcini secchi e nessuno osava chiedergli sconti sull’erba rossa o sulle gomme termiche.

Il Gommistico era astuto, dispettoso e permaloso. E questi erano i suoi lati migliori.

Quel pomeriggio ero pieno di coraggio (avevo ormai raggiunto i vent’anni) quindi mi avventurai nel suo retrobottega per porgli le tre domande che mi ululavano nella testa dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina.

Perché a me, certe volte, capita che non lo capisco proprio che cosa diavolo devo fare, pare che lo sbagliato se ne stia lì, a ogni bivio, a ghignare e ghignare. E quindi finisce che ti viene l’auto-odio e allora ti butti speranzoso sulle cose che non conosci, che non capisci. È come quando cerchi le chiavi e vedi in tutti i posti possibili e niente, manco per il cazzo che le trovi. Allora che devi fare, devi fare che ti metti a cercarle nei posti impossibili e magari ti riescono dietro al lavandino.

Eccomelo lì a gambe incrociate e piedi nudi, il Gommistico.

Aveva lunghi capelli castani oleosi, sopracciglia oblique scure, bocca mobile, sottile, una giacca scura a righine bianche che ai tempi di Kerouac era pure elegantissima ma che ora insomma, ed era aperta su un petto nudo color cuoio, affollato di collanine.

Il dolore dei ricordi. ESTRATTO da “Confessioni di uno zero” di Giovanni Di Iacovo

Il rumore dello spurgatore di freni dell’officina mi echeggiava nel cervello come lo sfrigolio di tonnellate di soffritto di cipolle.

In quel momento per me un po’ splendid-orrido, il Gommistico mi fece cenno di accomodarmi.

Io mi sedetti per terra, incrociai malamente e con leggero dolore le gambe e poi depositai davanti a lui, sette-otto ritagli di foto di Michael J. Fox.

Avvertivo quella rigidità muscolare e quella salivazione alla bocca che di solito mi dicono che devo dire immediatamente qualcosa.

«Buonasera signor Gommistico, vorrei farle tipo le tre domande. Se non le scoccia, eh, sennò ripasso».

Dopo istanti di livido silenzio, il Gommistico deglutì con il pomo d’Adamo che gli saliscendeva sotto a un pizzetto sparso. Poi sentenziò: «Io mi scoccio in ogni istante della mia vita tranne quando posso usare i miei poteri magici. Il lavoro è il male che ci distrae con l’affanno di cifre e quattrini e ci fa dimenticare la magia. Poggia soldi e foto su quel tappetino. Bravo. Un giorno, i robot faranno tutti i lavori manuali che l’uomo fa oggi. Mai più a buttare giornate in queste sporche officine! Così, l’uomo si dedicherà solo a quelle attività che i robot non potranno mai realmente ricopiare, cioè la creatività, la musica, la poesia, l’assunzione di droga e il sesso tantrico. Avanti con le domande».

Cercai di staccare la lingua dal palato, quel ragionamento straordinario mi aveva reso la bocca secca e pesante.

«Grazie Gommistico. E condivido tutto, naturalmente. Faccio subito. Dunque, ecco. I miei genitori, è per causa mia che sono morti?».

 

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Gli occhi del Gommistico erano fessure selvagge, psicotiche, che ti svolazzano dentro l’anima in cerca di elementi schifosi con i quali identificarsi.

«Il bambino e il morto hanno sempre torto. Ma il morto di più».

Deglutii, cercai di arginare le mille interpretazioni di questa frase ma non avevo tempo, quindi proseguii con la seconda domanda.

«Allora, ecco. Ho finalmente scoperto qual è la malattia che ho tipo da sempre. Siccome ci potrei crepare sia mai sia tra tipo un minuto, quale delle due sarà?».

Il Gommistico iniziò a parlare, poi s’interruppe, respirò profondamente, borbottò che si era dimenticato di bere il caffè, chiuse gli occhi, li riaprì e sentenziò: «Il cavallo con una testa che guarda dietro e una che guarda avanti, fa doppi pianti».

Poi, il suo sguardo rapace spaziò ovunque, risucchiando l’ossigeno dell’officina.

Il cuore mi batteva alla cazzo di cane. Mi feci coraggio e gli feci l’ultima domanda.

«Mi raccomando questa, Gommistico, eh. Allora, dunque: Vienna… Vienna Colantonio è guarita?».

Il labbro di sotto gli si arricciò cementando la fronte in un aggrotto di concentrazione.

Se avessi avuto un terzo occhio sulla fronte, sarebbe stato anch’esso puntato verso di lui.

A occhi chiusi, sfiorò con cura e concentrazione le zigrinature degli pneumatici accanto a lui.

Mi piantò le pupille in faccia e mi disse: «L’uomo vizioso di tabacco, all’inferno si porta la pipa».

All’epoca non potevo certo immaginare che dietro quest’apparente fesseria si celava una fondamentale rivelazione per la mia vita e quindi, tutto farfuglione, mi limitai a tossire un: «In che senso?».

Ma poi mi morsi la linguaccia.

Solo il Gommistico può capire ciò che dice il Gommistico.

Anche se a volte, secondo me, non ci riesce manco lui.


Per la prima foto, copyright: Yoann Boyer.

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