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“Il diario di Sintra” di W. H. Auden, C. Isherwood, S. Spender (e altri)

Il diario di SintraNegli ultimi giorni del 1935, gli scrittori inglesi Christopher Isherwood e Stephen Spender, con i rispettivi compagni Heinz Neddermayer e Tony Hyndman, mollarono tutto e se ne andarono a vivere in una casa di campagna dalle parti di Sintra, a pochi chilometri da Lisbona. Qui tennero un diario collettivo, che Matthew Spender (figlio di Stephen) ha riportato alla luce solo l’anno scorso, quando è uscito in prima mondiale nella traduzione italiana di Luca Scarlini per l’editore Barbès di Firenze. Il libro è composto dalle pagine del diario pubblico alternate a brani più o meno inediti di diari privati e lettere che, come in un gioco di specchi, completano la narrazione dei piccoli eventi di vita quotidiana di queste due coppie, presto affiancate da altri amici, fra cui Humphrey Spender (fratello minore di Stephen) e Wystan H. Auden, che al gioco diaristico degli amici non prese parte e nel libro compare quasi solo in copertina, per intuibili ragioni di mercato.

 

Come scrive Matthew Spender nell’introduzione: «Quaranta anni prima, Oscar Wilde non avrebbe mai pensato di vivere con uno dei ragazzacci che prendeva come amanti». Perciò il libro ha valore soprattutto come documento sociologico, testimonianza di un passaggio importante per un pugno di intellettuali che non solo avrebbe fatto della propria omosessualità materia letteraria, ma che avrebbe provato a viverla pionieristicamente nelle forme del “normale” ménage di coppia, sia pur dissimulato dalla vita di gruppo e nascosto nell’eremo di Sintra, comodo rifugio dove inseguire l’utopia di vivere scrivendo e amando. L’esperienza, in realtà, fallisce subito. A pesare, come in un romanzo di Edward M. Forster (citato di passaggio anche in queste pagine), sono soprattutto le differenze di classe e di cultura. Fa particolare tenerezza il povero Heinz Neddermayer, giovane tedesco spiantato che Isherwood aveva conosciuto qualche anno prima. Heinz non può vantare tutte le buone letture del resto della combriccola, non parla inglese e ha sul capo la mannaia delle autorità tedesche, che vogliono richiamarlo per la leva obbligatoria. Dal compendio biografico delle ultime pagine si viene a sapere che, dopo una losca storia d’inganni, cadrà nella rete della burocrazia nazista e finirà sul fronte, riuscendo comunque a sopravvivere alla guerra mondiale.

 

Per il resto, chi si aspettasse illuminazioni geniali e routinière di poeti in servizio 24 ore su 24, potrebbe restare assai deluso. Fatte salve le debite differenze, che una lettura più attenta può sempre rilevare, il libro conferma l’adagio latino secondo cui il buon Omero, ogni tanto, dormicchiava pure lui. Questi ragazzi spesso si rivelano banali turisti, superficiali e frettolosi come un qualunque rappresentante della nutrita colonia di camones (i portoghesi li chiamano così, da come on) che ogni anno vanno a svernare in Algarve, badando bene di non farsi contaminare troppo dalla cultura locale che vada oltre il mitico Bulhão Pato (scrittore e gastronomo dell’Ottocento, noto ai più per un sughetto omonimo, che sulle vongole è una delizia).

 

Quasi a conferma della “displicenza” (arcaismo che in italiano voleva dire dispiacere, ma in portoghese, ancora oggi, indica altezzosa indifferenza) con cui il Portogallo è relegato sullo sfondo di questa vacanza d’inglesi col baedeker, il libro si fa anche veicolo di poche ma errate informazioni storiche, che non si capisce mai bene a chi attribuire. Per esempio quelle che danno Salazar morto già nel 1962 o fanno risalire la costruzione del palazzo di Mafra a re Giovanni IV. Possiamo metterle tra i non pochi refusi del volume o fra le pagine in cui il Portogallo merita solo descrizioni di indigeni rozzi, parlanti una brutta lingua e con un’architettura così e così. In compenso, le domestiche, l’affitto e il cibo sono incredibilmente a buon mercato. Proprio i brani sulla servitù rendono chiaro lo sforzo intellettuale di uno come Spender, che studiava il liberalismo, simpatizzava per i repubblicani spagnoli, ma cercava di non aderire al comunismo. La paura che dappertutto schizzassero in alto gli stipendi parlava più forte. Non è questa, in fondo, la generazione di poeti che s’infatuò per la Spagna in guerra ma, diceva Orwell, bastava leggere la loro poesia civile, sul “necessary murder”, e capivi subito che non avevano mai imbracciato un fucile? Dal Diario di Sintra si deduce che ciò valeva anche per la ramazza e le pentole.

 

Insomma questo libro, pieno comunque di preziosità rare, può essere visto come pittura di paesaggio da cui traspare un autoritratto di gruppo, quello di una minoranza che non sfugge alle regole della tribù del vicinato anglofono: dal tè delle cinque all’attesa per i discorsi di Sua Maestà alla radio. Un paio di mesi prima del loro arrivo se n’era andato (ma all’altro mondo) un poeta portoghese fluente anche in inglese, perché aveva studiato in Sudafrica, e che proprio dal mercato editoriale anglosassone si aspettava di trovare la via d’uscita dal semi-anonimato delle pubblicazioni d’avanguardia di Lisbona. Qualcuno dice che fosse omosessuale anche lui, a vari gradi di latenza che la psicoanalisi applicata agli studi letterari non potrà mai decifrare. E anche lui gestiva una comune di intellettuali litigiosi, ma ce li aveva tutti in testa, non a Sintra, e li chiamava “eteronimi”. Se si fossero incontrati, chissà...

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