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Il corpo di Benito Mussolini nel racconto di Antonio Scurati

Il corpo di Benito Mussolini nel racconto di Antonio ScuratiIl corpo di Benito Mussolini è fin dall’inizio al centro della propaganda fascista. Non è un caso che Margherita Sarfatti, proprio nel momento in cui l’ulcera duodenale di Mussolini destava maggiori preoccupazioni, abbia scritto all’allora ministro dell’interno, Luigi Federzoni, chiedendo se fosse il caso di continuare a mostrare in giro il «Gran Feticcio». E non è un caso nemmeno il fatto che, nel febbraio del 1925, la segreteria della presidenza del Consiglio abbia rilasciato un comunicato ufficiale per diffondere la notizia della guarigione di Mussolini:

«La malattia, di cui ha sofferto l’onorevole Mussolini, può considerarsi guarita, tuttavia il medico curante ha imposto al presidente del Consiglio un certo periodo di riposo e di riguardo… Oggi il presidente del Consiglio s’è alzato dal letto durante qualche ora e si è intrattenuto a lungo colloquio nel suo studio col ministro dell’interno, on. Federzoni.»

 

Il corpo del Duce è salvo e può essere ancora mostrato, esibito. Proprio di questo racconta Antonio Scurati in alcune pagine del suo M. L’uomo della provvidenza (Bompiani), secondo volume della trilogia dedicata a Mussolini e seguito di M. Il figlio del secolo che, edito sempre da Bompiani, si è aggiudicato il Premio Strega.

 

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Il capitolo, emblematicamente intitolato Benito Mussolini, Istituto luce. In nessun luogo, in ogni tempo, si apre proprio con la svestizione del Duce:

«L’uomo, che indossa un paio di enormi occhiali scuri e tondi per schermarsi dal sole, si spoglia, prima della maglietta e poi della canottiera, sfilandosele entrambe dalla testa. Lo fa in fretta, senza esitazioni, quasi precipitandosi verso la nudità, spudorato, osceno, oltraggioso. Porge entrambi gli indumenti a qualcuno che resterà per sempre fuori dall’inquadratura, poi, per un istante, se ne rimane inerte, stentoreo, stolido, non agisce ma nemmeno patisce, semplicemente sa, lo sguardo oscurato, il cranio glabro, il torso nudo.»

Il corpo di Benito Mussolini nel racconto di Antonio Scurati

Quali sono le conseguenze di questo denudamento, di questa esibizione spudorata, oscena e oltraggiosa del proprio corpo?

«Mentre il nastro perforato della pellicola si svolge irreparabilmente sul rocchetto dentellato, e mentre l’immagine s’imprime irrimediabilmente sul nitrato d’argento della sua parte sensibile alla luce, quest’uomo cessa di avere un corpo e lo diviene: in questo istante, e per sempre, quest’uomo coincide esattamente con il suo corpo, senza resti, senza dubbi, quest’uomo diviene se stesso incarnandosi nel proprio corpo. Quest’uomo è, ora, un corpo.»

 

Mussolini è diventato il suo stesso corpo. E dopo aver evidenziato come si sia trattata della prima volta che un capo di Stato «si sia mostrato nudo in mezzo al suo popolo», Scurati prova ad analizzare le conseguenze di tutto ciò:

«A petto di quel corpo denudato, nessun argomento è più lecito, nessun ragionamento, nessuna obiezione, nessuna giustizia, legge, giurisprudenza, nessun appello alla divina provvidenza, alla umana pietà, alla clemenza. Al popolo non resta che adorare. Adorare quel corpo, o straziarlo. Quel corpo è un evento, crea da sé la propria drammaturgia, divide il tempo in un prima e in un dopo. I contadini, maschi e femmine, congregati a centinaia attorno a quel torso nudo, pur avendo tutti un corpo, e in ragione di ciò, sono entusiasti, riluttanti, sgomenti. Da questo momento in avanti, lo presentono oscuramente, il potere irradierà da quel corpo, da quel corpo e da nessuna altra fonte, sino alla dedizione fervente, o alla carneficina.»

Il corpo di Benito Mussolini nel racconto di Antonio Scurati

E in tutto questo Mussolini realizza anche un connubio molto più importante:

«L’uomo che fu Benito Mussolini, e che adesso è una particola sacra del suo stesso corpo – ventre, torace, spalle, braccia, mani, schiena –, preparandosi a trebbiare il grano in un qualche agro romano, a separare la granella dalla paglia e dalla pula in mezzo a un folla di lavoratori della terra, li fa suoi, li possiede e ne è posseduto, si stende su di loro, con atto di copula sessuale e di gesto medicamentoso, pelle contro pelle, corpo su corpo, al tempo stesso penetrazione ed escrescenza, fallo eretto e tessuto cicatriziale ipertrofico a rimarginare le ferite aperte della nazione.»

 

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Perché questa mietitura del grano assume un valore così importante? Cosa rappresenta? Scurati fornisce una spiegazione che va oltre il mero dato empirico:

«La mietitura è compiuta. La gloria, il suo splendore, sono una qualità della luce.

La falcidia delle spighe, mischiando simboli di vita e di morte in un unico emblema, è già avvenuta. La battaglia del grano – questa la promessa formulata da quel corpo nudo – si combatterà su di un campo da cui sarà bandito ogni inganno, ogni oscurità, ogni equivoco, su cui saranno dimenticati i secoli di solitudine, d’angoscia, d’inconcludenza, le ere glaciali del nostro scontento, le epopee della miseria, le apocalissi svuotate di ogni rivelazione. Ora inizia un’altra età degli eroi, si torna finalmente alla battaglia come evento fatidico, momento della verità in cui le controversie si decidono irrevocabilmente, gli individui mostrano il proprio valore, le identità si definiscono reciprocamente e, soprattutto, la stentata vicenda umana trova il proprio senso entrando in un racconto memorabile.»

 

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Insomma, il Duce si pone tra altri corpi, e corpo in mezzo ad altri corpi, pronuncia le sue promesse per il futuro:

«Ora il Duce del fascismo, calzoni bianchi, petto nudo, voce metallica, in piedi in mezzo alla ressa di altri corpi come il suo, può solennemente promettere il pane al popolo, agitando le braccia minacciose, la voce strozzata in gola come in un urlo di guerra:

“Camerata macchinista, accendi il motore!”

“Camerati contadini, la trebbiatura comincia!”»

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