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Il calcio senza calcio

Il calcio senza calcioIl rischio che corriamo è questo: un calcio senza calcio, uno sport senza agonismo, una competizione priva di contendenti. Quello che una volta era un gioco popolare, adesso è soltanto affare, noioso affare rivelato da un’interminabile sequela di inchieste su ruberie, corruzioni e abusi di potere.

La settimana scorsa la serie B, con gli arresti di Antonio Pulvirenti a Catania, prima la serie A, con gli scudetti rubati, assegnati e poi restituiti, per non parlare delle delinquenziali serie minori, dove si annidano le trame più strette tra società calcistiche e investimenti mafiosi.

Ma tutto questo è noioso, indiscutibilmente noioso. Sì, perché noioso è diventato il calcio italiano, privo di stimoli, dove la Juventus vince senza nemmeno gareggiare, dove non c’è partita che non evochi il sospetto di una combine. Nessuno ha dimenticato la figuraccia collezionata negli ultimi mondiali in Brasile, una vergognosa ritirata a casa di un gruppetto di strapagati cacciatori di farfalle. Strapagati, certo, perché nel calcio italiano girano denari, non qualità, competizione, competenza tecnica o vocazione. Manca il sapore della conquista, della guerra contro l’avversario, dell’eroismo sudante sul campo.

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Quell’agonismo che fa crescere – com’è disegnato nel romanzo Breve storia del talento di Enrico Macioci, uscito con Mondadori quest’anno – non c’è più, s’è polverizzato. Resta un calcio fiction nel mondo surreale delle scommesse.

Ma quanto c’è voluto per arrivare a questo punto? Nei frammenti berlinesi di Kapuściǹski, appare il passaggio repentino dall’estate all’autunno nell’ingiallire, in una notte lenta, delle foglie sugli alberi berlinesi. Una stagione che marcisce in una sola notte nella realtà delle attività umane non esiste, anche se i tempi della decadenza si accelerano ovunque, nella politica come nello sport. Così nel calcio italiano, dove la rovina prende il sopravvento negli anni Novanta mostrando il suo destino ingiallito e opaco.

Se nella Fifa il discutibile Blatter è stato costretto infine a dimettersi, dopo una settimana di pressioni, in Italia il non meno chiacchierato Tavecchio presiede tranquillo e stabile tutta la Federcalcio. Siamo dunque alle solite: la truppaglia italiota che non se ne va, che non si leva dalle scatole; ma così facendo, si spegne il senso della disciplina sportiva, dell’agonismo atletico, in un oblio tutto nazionale. Altrove, in Sudamerica, il calcio ha ancora una valenza sociale e politica, di riscatto dentro un continente che, per fortuna, dà lezioni di civiltà al vecchio e moribondo occidente bianco europeo. Lì si tende a premiare il merito, da noi, invece, il calcio ha perso identità, s’è smarrito, è rimasto senza calcio, appunto: così fragile da non riuscire più a stare in piedi.

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