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I racconti delle ferite dell’animo. “Un mucchio di bugie” di Giulio Mozzi

I racconti delle ferite dell’animo. “Un mucchio di bugie” di Giulio MozziUn mucchio di bugie di Giulio Mozzi (Laurana editore, 2020) è una raccolta di racconti già apparsi dal 1993 al 2017 e rappresentano quasi una summa del lavoro di Mozzi come narratore. Venti racconti in cui i personaggi sono sofferti e sofferenti, alle prese con la loro coscienza, fermati nell’attimo in cui hanno raggiunto la consapevolezza del cambiamento.

Mozzi riesce a sondare le parti più buie e a entrare in profondità nei labirintici pensieri dei personaggi, a tirare a galla quello che c’è di più disturbante, colpendo in pieno petto il lettore.

Storie in cui la morte fa sentire la sua presenza leggera, in cui la mancanza e l’assenza diventano motivo poetico, momento chiave in cui i personaggi si liberano di qualcosa che li blocca, il momento chiarificatore in cui l’evento si manifesta loro sotto una luce diversa. Se c’è un filo che lega tutti i racconti è quello del «morire» che si interseca con quello del decadimento e del disfacimento del corpo, della malattia, della ripugnanza Ed è precisamente quella smagliatura che Mozzi riesce a raccontare con maestria, non è la vita in sé dei personaggi a tenere la narrazione, ma lo sviluppo del momento che coincide con il mutamento che un giorno arriva e all’improvviso fa percepire le cose in maniera diversa da come venivano percepite prima, senza però riuscire a capire da dove tutto sia cominciato. E l’aspetto più interessante di Mozzi è proprio la capacità di una narrazione fluida che si spiega attraverso l’esposizione più cruda della fisicità e quindi della morte intesa anche in senso di fine di un precedente modus cogitandi.

 

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In Treni Mario, quasi un alter ego di Mozzi, sta andando a Roma dove forse c’è una donna che lo aspetta. Qualche giorno prima gli è arrivata una lettera dove c’era scritto «mi manchi, vorrei che tu fossi qui», ma non «vieni». Mario sta viaggiando, sta andando perché sente una mancanza, ma non sa cosa gli manca. La donna che pensa di amare è appunto solo un pensiero, un pretesto per cambiare per un momento la sua vita, dare una svolta a «ciò che in fondo non vuole cambiare».

I racconti delle ferite dell’animo. “Un mucchio di bugie” di Giulio Mozzi

In Una vita felice Severo è un diacono che a differenza del nome che porta è sempre stato accogliente e gentile con tutti, sforzandosi di comportarsi sempre secondo giustizia e di essere, pur non riuscendosi, servo tra i servi. Anche Richesse protagonista de La morte di Richesse desidera fino alla fine di essere giusto tanto che «si dimenticava di salvarsi la pelle». Entrambi quindi ricercano un segno che possa portarli a essere ciò che desiderano, in uno sforzo continuo di dare piacere, di renderli appunto servitori degli altri.

Ne Il bambino morto una madre, pur avendo perso il proprio bambino all’età di quattro anni, si comporta come se fosse ancora vivo preparandogli da mangiare, rifacendo il suo letto fino a quando prenderà tragicamente consapevolezza della morte. Una presa di coscienza che coincide con il pronunciare da parte della madre il nome del figlio che fino a quel momento aveva solo chiamato «il bambino». Questa presa di coscienza coincide con un linguaggio elaborato e semplice al tempo stesso che si evolve e si esprime attraverso immagini e similitudini che riportano sempre al momento in cui tutto finisce e il corpo diventa brutto, deforme, vuoto.

I racconti delle ferite dell’animo. “Un mucchio di bugie” di Giulio Mozzi

Giulio Mozzi ci racconta con un talento narrativo fuori dal comune storie di vita ordinaria, storie di uomini e donne feriti nella carne e nell’anima che all’improvviso a causa dell’irrompere dell’amore, della follia, della morte, comunque di un evento interno o esterno prendono consapevolezza della loro vita e del suo mistero. Che sia su di un treno, in un ufficio postale, in un appartamento, lungo una strada. Così accade a Vanessa, l’impiegata dell’omonimo racconto, in cui la protagonista è estranea al suo stesso corpo grasso, gonfio, «come se una malattia penetrando dentro il suo corpo ne avesse aumentato il volume» e questa malattia è cominciata quando un diavolo di nome Roberto è entrato nel suo corpo e ora le parla attraverso le macchine dei conti correnti. In Apertura c’è Lorenza che lavora in un magazzino di prodotti farmaceutici e si procura dei tagli perché le ferite la fanno sentire viva, con le ferite del suo corpo comunica con il mondo che attraverso di esse entra in lei.

 

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Nei suoi racconti Mozzi esplora l’animo umano cercando ciò che c’è di divino in ognuno dei personaggi che racconta mantenendo fede a un’esigenza di verità e di onestà che non viene mai meno. Attraverso esistenze ferite e alienate, attraverso la perdita di se stessi vengono raccontati attimi di vita che quando non passano attraverso il dolore si esprimono in immagini che svaniscono come fantasmi dopo essersi insinuate non solo nello spazio del racconto, ma dentro di noi.


Per la prima foto, copyright: Atharva Tulsi su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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