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“I figli dell’ultimo banco” di Augustin d’Humières

“I figli dell’ultimo banco” di Augustin d’HumièresA cosa serve studiare il latino e greco? È una domanda che, mio malgrado, mi sento rivolgere spesso e per questo ho accolto con grande entusiasmo il libro di Augustin d’Humières, I figli dell’ultimo banco, (Piemme, pagg. 160) traduzione poco felice del più efficace e poetico titolo originale “Homère et Shakespeare en banlieue”.

D’Humières insegna lettere classiche in un liceo di periferia dell’Île-de-France e da quindici anni, con straordinaria energia e abnegazione, porta avanti un progetto grandioso: iniziare le banlieue al greco antico. Una follia, se lo stesso presidente Nicolas Sarkozy, in un’intervista a “20 Minutes”, ha dichiarato: “Avete tutto il diritto di studiare le lingue antiche. Ma perché il contribuente dovrebbe pagare per questo?”.

Boicottato dai suoi stessi colleghi e dal preside e ostacolato dalla pedante burocrazia, il professore non molla: personalmente si reca nelle scuole medie per cercare alunni o si presenta alle giornate d’iscrizione per convincere genitori e alunni ad iscriversi ai corsi di greco e latino: “stretti nelle loro tute sportive, padre e figlio mi squadravano ridendo come dei turisti appena sbarcati in una capitale straniera guarderebbero un mercante di amuleti esotici”. Nonostante questa forte diffidenza iniziale, ad oggi le classi di greco del professore sono seguite da più di cento alunni – un vero e proprio miracolo – e tra mille difficoltà alcuni dei ragazzi delle periferie, a digiuno di teatro, sono riusciti a rappresentare con successo Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare.

A suggello del prodigio scolastico, commuove la testimonianza, nella Postfazione, di Jacqueline de Romilly, insigne filologa e tra le prime donne ad insegnare latino e greco, che ricorda l’incontro casuale, avvenuto nel 1940, con un civile tedesco bloccato in Francia: “lui non sapeva il francese, io non conoscevo il tedesco”, ma comunicarono attraverso il primo verso dell’Odissea, “segno della nostra educazione parallela, del nostro mondo comune”.

Sebbene alcune disorganicità nel libro – la prima parte è poco utile ai fini del progetto di d’Humières – il lavoro ha il pregio di far riflettere e ha portato immediatamente alla mia memoria le parole che spesso ripeto a chi mi interroga sull’importanza delle lettere classiche oggi.  Sono le parole di Antonio Gramsci, nel Quaderno 12:

“Non si imparava il latino e il greco per parlarli, per fare i camerieri, gli interpreti, i corrispondenti commerciali. Si imparava per conoscere direttamente la civiltà dei due popoli, presupposto necessario della civiltà moderna, cioè per essere se stessi e conoscere se stessi consapevolmente. La lingua latina e greca si imparava secondo grammatica, meccanicamente; ma c'è molta ingiustizia e improprietà nell'accusa di meccanicità e aridità. [...] Il latino si presenta (così come il greco) alla fantasia come un mito, anche per l'insegnante. Il latino non si studia per imparare il latino; il latino, da molto tempo, per una tradizione culturale-scolastica di cui si potrebbe ricercare l'origine e lo sviluppo, si studia come elemento di un ideale programma scolastico, elemento che riassume e soddisfa tutta una serie di esigenze pedagogiche e psicologiche; si studia per abituare i fanciulli a studiare in un determinato modo, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere che continuamente si ricompone in vita, per abituarli a ragionare, ad astrarre schematicamente pur essendo capaci dall'astrazione a ricalarsi nella vita reale immediata, per vedere in ogni fatto o dato ciò che ha di generale e ciò che di particolare, il concetto e l'individuo”.

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