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I buoni sentimenti non bastano. “Quando tornerò" di Marco Balzano

I buoni sentimenti non bastano. “Quando tornerò" di Marco BalzanoUna formula ben formata, fbf, è per la logica l’unità fondamentale per poter sviluppare proposizioni vere o false all’interno di un modello, di una realtà. Un concetto, a tratti, complesso, ma il cui succo è questo: in logica, si possono produrre formule ben formate, sensate se vogliamo, con valore di verità falso per il modello di riferimento. Lo stesso può accadere nei romanzi, tutto dipende dal modello che abbiamo scelto.

Se si guarda, quindi, la storia di Quando tornerò di Marco Balzano (pubblicato da Einaudi), abbiamo una formula ben formata. È piacevole, intensa, emotivamente coinvolgente. Ma se guardiamo il valore di verità, non tutte le proposizioni sono vere. Perché non tutto il mondo è paese. E forse non basta un giro fino a Iași, affezionarsi a un tema – seppur nobile – per sentirsi a casa in una cultura, in una società estranea e lontana. Meglio raccontare il dramma della Sindrome Italia, la depressione che affligge le donne impegnate nella cura degli anziani, dal punto di vista di un italiano, figlio, nipote, cugino di una persona assistita da una caregiver, anzi, da una badante, per essere ancora più aderenti al lessico. Sarebbe stato più onesto, e l’impalcatura, l’algebra della trama non si sarebbe deformata, smagliata, restituendo così un romanzo, sì, probabile – e godibile – nella geografia umana dei sentimenti, ma poco realistico.

Condurmi nell’ospedale pediatrico di Iași, per esempio, e non raccontarmi le difficoltà, i problemi, i malfunzionamenti di un sistema che nel 2017 ha portato in strada genitori e medici a protestare è un’assenza che non trova una spiegazione immediata. Qualcuno dei lettori potrebbe avere cugini o fratelli ricoverati in quell’ospedale, la comunità romena in Italia è numerosa. O forse si presume che questa non legga?

 

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Così facendo, si finisce per raccontare una storia che pare avvenga nell’entroterra romagnolo, dove si cena guardando il tiggì, si truccano i motorini (sarebbe davvero interessante contare il numero dei motorini di Iași), si paga cinque euro (euro, in Romania?) l’ingresso in discoteca – in che periodo è ambientato Quando tornerò? Prima o dopo il 2000? A Iași si frequentano i club, non le discoteche, dopo il 2000 (quindi siamo prima?), ma i protagonisti hanno gli smartphone (quindi dopo il 2000?), si mangiano panini-pastrami – dove sono finiti i mici, le salsicce da intingere nella senape? – e per le grandi occasioni si chiamano gli zingari con baffi folti a suonare il violino, come in un film di Kusturica. Un po’ come se si volessero addomesticare le terre lontane per renderle più riconoscibili, più simili al mondo a cui il lettore è abituato. Ma a che pro, allora, ambientare il romanzo altrove?

Ammetto di aver letto Quando tornerò con interesse e curiosità. Speranzosa. Qualcuno si interessa al mondo degli invisibili, mi sono detta, per qualcuno gli immigrati esistono, ergo io esisto. E mi ha urtato ogni imprecisione, ogni istante in cui l’autore non si è posto il problema di cosa potessero produrre i suoi buoni sentimenti (che, per inciso, danneggiano quanto i cattivi sentimenti). È questo uno dei grandi problemi dell’altro: invece di coglierlo nella sua autenticità, cerchi di renderlo più simile a te perché così ti fa meno paura. Nasce da qui il buonismo. Che brave queste donne dell’Est a imparare l’italiano con le canzoni di Vasco Rossi e di Zucchero, fallo tu, se sei capace, impara tu il romeno con le canzoni di Gabriel Cotabiță – che, poi, Vasco Rossi è noto in Romania quanto Gabriel Cotabiță in Italia –, che si sacrificano lasciando mariti e figli nel cuore della notte perché troppo straziante il dolore di dire loro addio, per poi salire su un pullman che le porta dritte a Milano, a prendere servizio dalla famiglia che le attende. Ricordano il mito dello Zburător – questo sì romeno! –, che narra le vicende di un bello e dannato che arriva al volo (zburător, colui che vola) di notte nelle stanze delle fanciulle per rubare la tranquillità delle loro esistenze.

I buoni sentimenti non bastano. “Quando tornerò" di Marco Balzano

Daniela, la protagonista di Balzano, è uno Zburător al contrario, lascia la casa, di notte, ma sottrae comunque la pace a chi ci vive. In compenso, educa a distanza, restituisce affetto in moneta e si annienta spaccandosi la schiena prima con il padre di Ernesto, poi con la madre di Matteo, e in mezzo, fingendosi mamma, con i figli di due avvocati milanesi.

 

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Èun dettaglio, però, ciò che mi è rimasto incagliato nella mente e mi ha fatto soffrire. Daniela è a Milano, al parco, su una panchina, lavora a uncinetto – o a maglia? A cos’altro potrebbe lavorare una donna dell’Est un giorno grigio e disperato? – e guarda le sue simili. E pensa, con un guizzo di coscienza, che se loro – le badanti, s’intende – fossero più consapevoli e scioperassero, l’Italia si fermerebbe. Un po’ come i leoni, le zebre, le gazzelle, i cani, i gatti, le lucertole: se il regno animale si rendesse conto della propria forza, chi lo comanda, lo sfrutta, lo usa sarebbe spacciato. In gioventù, e non solo, ho cambiato più di un pannolone, ho spazzato case non mie, ho messo anche il borotalco sotto il seno prosperoso di una ex insegnante, ma non ero inconsapevole della mia importanza, del mio ruolo, del mio posto nel grande puzzle. Se non si sciopera non è per mancanza di coscienza, la falla credo vada cercata in altre logiche. Per cui, sebbene comprenda – di nuovo – le buone intenzioni dell’autore, tengo a precisare che io sapevo molto bene cosa poteva succedere se non mi fossi presentata a casa del signor Luigi, il sabato, dalle 16 alle 18. Non percepivo affatto il mio grado di coscienza pari a quello di un animale – tenero o feroce che sia.

Un libro può aprire finestre su mondi di cui prima non ci importava, la sua potenza è davvero sorprendente. Per esempio, Bram Stoker ha trasformato la Romania nel paese dei vampiri. Spero il romanzo di Marco Balzano non trasformi la Romania nel paese delle donne Zburător, con l’aggiunta dell’aggravante: la depressione.


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