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Grandi fotografi grandi narratori - 7: Ugo Mulas

Ugo MulasNegli anni ’50 del ventesimo secolo, il quartiere di Brera a Milano era considerato una sorta di  Montmartre in scala ridotta. I giovani artisti che frequentavano l’Accademia di Belle Arti trascorrevano il loro tempo libero nei locali del quartiere, dove non era raro assistere ad animate discussioni fra coloro che sarebbero in seguito diventati i maggiori esponenti dell’arte contemporanea italiana.

Il bar Jamaica, ai cui tavolini a pochi passi dall’Accademia siedono oggi i giovani rampolli della Milano-bene per il rito dell’happy hour, era allora  un locale dall’aspetto molto modesto, una specie di latteria con le pareti a piastrelle e i tavolacci di legno scuro. Qui usavano riunirsi per mangiare e bere in compagnia numerosi pittori e scultori, alcuni già noti nell’ambiente artistico,  altri ancora sconosciuti di belle speranze.

Ed è qui che un giorno capita, armato di una macchina fotografica avuta in prestito, anche Ugo Mulas (Pozzolengo, 28 agosto 1928 – Milano, 2 marzo 1973), trasferitosi a Milano dopo il liceo per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Ha preso subito l’abitudine di frequentare il Jamaica, e inizia quasi per caso a fotografare le persone che vanno e vengono dal locale o i vari gruppi impegnati a discutere attorno ai suoi tavoli.

Nasce così una doppia vocazione, per la fotografia e per l’arte, che farà di Mulas il fedele narratore di una storia dell’arte contemporanea italiana dagli anni ’50 ai ’70: alle immagini colte in modo estemporaneo nei locali di Brera seguono infatti ritratti più formali di artisti, scrittori, critici d’arte, giornalisti, architetti e designer, ripresi sia nei loro ambienti naturali – gli studi dove nascono le loro opere -, sia durante gli eventi  cui partecipano.

Nel 1954 Mulas inizia a frequentare la Biennale di Venezia e ne diviene ben presto il fotografo ufficiale, partecipando a tutte le edizioni fino a quella del 1972.

A partire dal 1962 partecipa anche quasi ogni anno al Festival Dei Due Mondi di Spoleto, così che anche attori, registi e musicisti entrano a far parte della sua personalissima galleria di ritratti, che tra il 1964 e il 1967 viene ampliata dagli artisti americani che in quel periodo stanno animando la Pop Art newyorkese, come Roy Lichtenstein o Andy Warhol. Il libro nato dai suoi viaggi negli Stati Uniti, intitolato New York arte e persone verrà poi considerato dagli stessi artisti della Pop Art come un importante manifesto del loro movimento artistico.

Ma gli interessi di Mulas non si limitano alla fotografia d’arte: fin dai primi anni della sua permanenza a Milano, la metropoli lo affascina in modo particolare. Influenzato dalla poetica del Neorealismo, che nello stesso periodo offre al pubblico le sue massime espressioni cinematografiche attraverso i film di Rossellini, De Sica, De Santis e altri, Mulas si dedica a fotografare  “quello che non si vede o non si vuol vedere” della città, secondo una sua frase divenuta celebre. La “sua” Milano è una città di periferie, d’interni modesti e di persone solitarie colte sugli sfondi desolati di strade e quartieri costruiti in fretta e male, spesso lasciati anche a metà negli anni vorticosi e disordinati del boom economico postbellico.

Un altro momento importante della carriera di Mulas è costituito dalla lunga collaborazione con Giorgio Strehler, che lo vuole come fotografo di scena al Piccolo Teatro negli anni ’50 e ’60: sono sue certe celebri immagini dei grandi spettacoli di quel periodo, oltre ai ritratti dei maggiori attori dell’epoca, da Tino Carraro a Milly, incluso Bertolt Brecht colto durante un soggiorno milanese. La poetica dello “straniamento” promossa dal drammaturgo tedesco affascina Mulas, che cerca di applicarla alle sue immagini fotografiche.

Ugo MulasSecondo questa teoria, il pubblico dovrebbe evitare l’immedesimazione nei personaggi, conservando un atteggiamento il più possibile distaccato per vivere ogni atto scenico come qualcosa di totalmente nuovo ed “estraneo” alla propria mentalità: allo stesso modo, Mulas si sforza di essere del tutto impersonale, come se la macchina fotografica registrasse le immagini indipendentemente dalla sua presenza, salvo poi rendersi conto, negli anni successivi, dell’impossibilità di escludere il ruolo del fotografo.

Le riflessioni sulla propria arte e sulla fotografia in generale si concretizzano, al principio degli anni ’70, nelle Verifiche: una serie di immagini molto particolari, veri e propri esperimenti effettuati utilizzando le tecniche più disparate alla ricerca di un’inafferrabile “essenza della fotografia”, come quando Mulas stampa a contatto sulla carta sensibile la grana di una pellicola vergine, o affianca due storiche immagini di Vittorio Emanuele II (di cui una evidentemente modificata in sede di stampa) tratte dall’archivio Alinari per evidenziare l’uso del ritocco.

A poco più di quarant’anni Mulas viene colpito da una grave malattia e  nel 1973 muore  a Milano lasciando molti progetti incompiuti, ma le sue opere, e soprattutto il grande lavoro di ricerca teorica, ne fanno uno dei maestri della fotografia italiana.

 

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