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Giuseppe Berto racconta com’è nato “Il male oscuro”

Giuseppe Berto racconta com’è nato “Il male oscuro”Il male oscuro di Giuseppe Berto, edito nel 1964 da Rizzoli (di recente ripubblicato da Neri Pozza Editore), si aggiudica nello stesso anno il Premio Viareggio e il Premio Campiello, segnando così un punto di svolta nella fama letteraria dell’autore.

Lo stesso Berto accompagnò il romanzo con un’appendice nella quale spiegò la genesi de Il male oscuro sia in rapporto alla nevrosi di cui egli stesso soffrì sia in relazione ad aspetti più propriamente stilistici.

Riportiamo qui di seguito un estratto di quell’appendice perché contiene spunti interessanti su uno dei romanzi più importanti del Novecento e su uno scrittore che resta, per certi versi, ancora molto controverso.

 

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Berto comincia a raccontare di quel momento che i critici definirono come crisi del neoralismo e lo fa sia in chiave critica sia per collocare bene la sua formazione e le sue prime esperienze di scrittura.

In quel momento di trapasso (la crisi del neorealismo, ndr) ciascuno ebbe le sue avventure e a me capitò, credo, una delle peggiori: Il brigante, che è con Le terre del Sacramento di Jovine uno dei due romanzi marxisti della nostra letteratura, uscì, naturalmente senza l’appoggio di nessun partito, nel 1951, cioè in pieno tempo di maccartismo. Molti lo presero a insolenze. Emilio Cecchi gli dedicò una memorabile stroncatura nella quale tentò una via del tutto insolita per lui, l’umorismo, e pare anche che ci sia riuscito, ma certo non posso dirlo io dato che l’esperimento l’ha fatto sulla mia pelle. Comunque credo che si sbagliasse nei motivi per cui il libro doveva essere condannato e che gli mancasse la buona volontà, o la sensibilità, il coraggio di trovare le ragioni per cui poteva essere salvato. Stava a me dimostrare che aveva torto cioè far vedere che, pur sotto un impianto ingenuamente neorealistico, quel romanzo conteneva i segni di una giusta evoluzione, ossia aveva, rispetto ai romanzi precedenti, una maggiore penetrazione psicologica e un linguaggio più curato e complesso. Bastava sviluppare le premesse. Mi venne la nevrosi.

 

E così Berto introduce il tema della sua nevrosi e del suo percorso di guarigione, incluso il rapporto con la psicoanalisi:

Della mia nevrosi potrei dire come del suicidio di Pavese: non mi è venuta per questo, ma sicuramente m’è venuta anche per questo. La nevrosi è una malattia basata sulla paura. Paura di tutto: della morte, della pazzia, della gente, della solitudine, del movimento, del futuro. Per uno scrittore è, particolarmente, paura di scrivere. Nella nostra storia letteraria abbiamo due insigni esempi di scrittori nevrotici: Italo Svevo, che per oltre vent’anni riuscì a non scrivere nulla, e Carlo Emilio Gadda che imposta i suoi rari romanzi su trame robuste, addirittura con un bel delitto dentro, e inevitabilmente si perde nel nulla.

La nevrosi è una malattia subdola nel senso che l’ammalato continuamente oscilla tra la disperazione di non guarire mai più e la speranza di guarire miracolosamente da un giorno all’altro, e così non si cura o si cura in modo sbagliato, e arrischia davvero di rimanere involtolato per sempre nel suo male. Comunque la cosa indispensabile perché un nevrotico possa mai tornare ad una vita normale, o quasi normale è la volontà di guarire. Io credo di non averla perduta se non nei brevi periodi delle peggiori crisi. Ho scritto infatti, nel decennio della malattia, un diario intitolato Guerra in camicia nera, il dramma L’uomo e la sua morte sulla fine di Salvatore Giuliano, e alcuni racconti. Ma il romanzo, ambizione ultima di un narratore, non voleva uscire. Ne cominciai due e tutti e due si fermarono, il primo perché mi sembrava difettasse dell’idea generale, come direbbe Cecov, e il secondo perché mentre stavo lavorando mi venne una crisi talmente terrificante che mi bloccai al punto dov’ero arrivato. A quel tempo ero quasi certo che non avrei scritto mai più. Poi la disperazione mi portò a tentare, dopo che avevo provato e scartato decine di medici d’ogni scuola e tendenza, la psicoanalisi.

Giuseppe Berto racconta com’è nato “Il male oscuro”

L’esperienza di Berto con la psicoanalisi è anche l’occasione per raccontare del suo analista, che lo invitò a scrivere un romanzo ex novo abbandonando del tutto i due precedenti esperimenti falliti.

Non credevo allora nella psicoanalisi e temo di non crederci neppure adesso, per quanto riconosca che dev’essere vero il principio su cui la psicoanalisi si fonda, ossia l’idea che noi nella nostra primissima infanzia abbiamo amato e odiato in modo incontrollato e spaventoso, abbiamo avuto paure terribili e mostruose, gioie incontenibili, attrazioni e ripulse prepotenti, e tutto questo benché dimenticato è rimasto dentro di noi, depositato nell’inconscio, da dove continua ad influire in misura determinante sulla nostra condotta. Il punto di forza della psicoanalisi, ad ogni modo, non è tanto la dottrina quanto l’analista. Io ebbi la fortuna di trovare un uomo straordinariamente buono, intelligente, comprensivo, attento, amoroso. Egli mi aiutò a uscire senza eccessivo sconforto dalle crisi più brutte del male, mi condusse gradatamente a guardare dentro me stesso senza paura o vergogna di ciò che vi avrei potuto trovare perché qualunque cosa vi avessi trovato sarebbe stato sempre qualcosa di attinente all’uomo, mi portò a mettere ordine nella mia coscienza, coltivò e rinforzò la voglia che avevo di guarire. Sostenuto da lui ricominciai a scrivere come un paralitico che dopo l’attacco di trombosi rieduca a poco a poco gli arti immobilizzati e li riporta a compiere i movimenti: scelsi una ventina dei racconti già scritti e li riscrissi tutti da cima a fondo, rifacendoli anche tre o quattro volte in qualche punto, modificandoli e approfondendoli, arricchendoli di nuovi spunti: ne venne fuori il volume Un po’ di successo. Ora potevo provarmi a scrivere un nuovo libro. L’analista mi consigliò di non insistere nei due tentativi di romanzo da anni riposti nel mio cassetto, era preferibile che tentassi una storia del tutto nuova, e non dovevo pretendere troppo da me stesso, la cosa essenziale essendo che arrivassi comunque alla fine del lavoro, non dovevo per alcun motivo fermarmi prima della fine.

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Ed ecco come Berto arrivò a Il male oscuro:

Così scrissi Il male oscuro, che è press’a poco il racconto della mia malattia. Lo buttai giù in Calabria, in un luogo isolato che si chiama Capo Vaticano, impiegando poco più di due mesi di tempo, senza gravi difficoltà. Era come se avessi scoperto il bandolo d’un filo che mi usciva dall’ombelico: io tiravo e il filo veniva fuori, quasi ininterrottamente, e faceva un po’ male si capisce, ma anche lasciarlo dentro faceva male. Ricordavo le parole del Prometeo incatenato che poi ho voluto mettere sul frontespizio del libro: “il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”. La grande paura era di fermarmi e forse fu questa paura che mi fece trovare un modo di scrivere, sembra, abbastanza nuovo: periodi interminabili che corrono per pagine e pagine senza punti, con pensieri che si collegano l’uno all’altro in apparente libertà – sono, in fondo, le associazioni della psicoanalisi – ma con un costante desiderio di ordine, di logica, di chiarezza.

Arrivato alla fine bisognava, si capisce, riscrivere tutto da capo, magari più volte, ma ormai la materia c’era e c’era anche l’arco del racconto. Prima d’andare avanti però era necessario vedere un’altra cosa, cioè se per caso altri non avessero già scritto nello stesso modo. Temevo Joyce, che conoscevo fino a Dedalus, non oltre. Misi in bella copia una trentina di cartelle e le portai a un critico di mestiere, di quelli che sanno press’a poco tutto. Esaminò il mio scritto e giudicò che non vi era alcuna connessione con Joyce. Casomai ci potevano essere delle affinità con i francesi dello sguardo e del nuovo romanzo, ma questo non mi faceva paura: non li conoscevo, ed erano troppo nuovi perché potessero essermi arrivati per via indiretta. Così continuai nel mio lavoro, abbastanza tranquillamente. Mi pareva di avere alle spalle Svevo e Gadda, ed era a mio avviso una buona compagnia. Naturalmente riscrivere il libro mi costò molto più tempo e fatica di quanto non mi fosse costato scriverlo: ci misi un anno e mezzo. Il titolo lo trovai ne La cognizione del dolore di Gadda: “Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato.”

Giuseppe Berto racconta com’è nato “Il male oscuro”

Berto si sofferma anche su una possibile classificazione dell’opera.

Il male oscuro è e non è un romanzo.

Come romanzo è la storia di un mezzo intellettuale di provincia che viene a Roma sognando di scrivere un capolavoro e finisce per vivere ai margini del cinema tra i caffè di Via Veneto e quelli di piazza del Popolo, pieno d’invidia per quelli che hanno fortuna. La morte del padre e alcuni madornali errori clinici lo conducono alla nevrosi. Nonostante questo si sposa, ha una figlia, continua a lavorare alla meno peggio scrivendo per il cinema, spaesato e ridicolo e sempre più ammalato. Infine ricorre a uno psicoanalisti che mette in luce la vera causa della nevrosi: la censura troppo stretta di un Super-Io rigido e pletorico. Curandosi assiduamente riesce a guarire, ma una volta guarito scopre che la moglie lo tradisce ormai da alcuni anni. È un colpo spaventoso, che minaccia di travolgerlo. Tuttavia il dolore rimane dolore, non si trasforma in angoscia. È la prova della sua guarigione dalla nevrosi. Però non riesce ad accettare il male che gli hanno fatto: si ritira in un luogo solitario come un anacoreta, rifiutando la società e la famiglia, sempre più pensando al padre, alla fine identificandosi in lui nell’accettazione della morte.

Come non-romanzo, Il male oscuro è la descrizione di una nevrosi da angoscia e della cura per guarirla e delle esplorazioni nell’inconscio per mezzo dei sogni e delle associazioni. Il mio libro ha dei precedenti illustri nella nostra narrativa: prima di tutto La coscienza di Zeno di Svevo e poi La cognizione del dolore di Gadda, aborto di romanzo ma mirabile descrizione d’un nevrotico. Io seguo le loro strade, però con un’assoluta indipendenza di modi narrativi e con una preparazione del tutto svincolata dalla letteratura, poiché racconto un’esperienza personale. Inoltre credo che nessuno prima di me si sia spinto così a fondo, senza preconcetti né divieti, nell’analisi di un uomo. Se la malattia del protagonista era annidata nell’odio per il padre, nelle funzioni sessuali, nell’ansia di trovare Dio, nei meccanismi intestinali, negli abissi della masturbazione, nell’avvilimento di fronte ai radicali, nell’esaltazione del primo bacio, nel terrore dell’omosessualità, nell’ossessione del cancro, nella smodata ambizione, nei torbidi stimoli segreti, ebbene lì bisognava che io l’andassi a cercare col coraggio di arrivare il più possibile in fondo, non dimenticandomi ciò che il mio analista mi aveva insegnato: qualsiasi cosa fosse venuta fuori, sarebbe stata comunque qualcosa di attinente all’uomo. Ecco, proprio questo è ciò che può dare una giustificazione al mio libro e in particolar modo alle sue parti più crude e diciamo pure sgradevoli: la validità verso tutti, l’esplorazione di una parte di noi stessi che forse non abbiamo il coraggio di guardare, ma c’è, esiste in noi, e nasconderla non serve che a renderci sempre più ammalati e infelici.

Nonostante racconti la più straordinaria sequela di disgrazie che possano capitare a un uomo, Il male oscuro non è, spero, un romanzo deprimente e neppure noioso. Ha, spero, un continuo umorismo che si mescola anche agli avvenimenti più tragici e tristi. Non è certo un’invenzione mia: Svevo e Gadda ci sono arrivati assai prima e meglio di me, e d’altronde un nevrotico non potrebbe scrivere se non fosse sostenuto dall’umorismo: una fortuna in mezzo a tanti malanni.

 

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In quest’anno 1964 compio cinquant’anni. Ho un sacco di fobie: non viaggio in treno né in aereo né in nave, non salgo oltre il quarto piano delle case, non mi chiudo nelle sale da concerto, non vado ai funerali, non m’intaso con la macchina nelle strade del centro, non mangio frutta né verdura, non saluto le persone antipatiche: potrei continuare per un pezzo. Sono quindi ancora malato e credo che non guarirò mai. Però sono guarito quel tanto che volevo disperatamente guarire, ossia non ho più paura di scrivere. Cinquant’anni sono molti ed è doloroso pensare d’aver perduto in una malattia i dieci anni più fecondi della vita. Però a pensarci bene non sono stati del tutto perduti: mi hanno insegnato a sentire e a riflettere come forse non sarei mai riuscito a fare se fossi stato sempre in buona salute. Sono abbastanza sicuro di me stesso mentre scrivo e so di essere moderno, aperto a tutti i problemi del nostro tempo anche se l’idea di un bussolotto che gira intorno alla terra con un uomo dentro mi dà, in fondo, parecchio fastidio. Uscire dopo tanti anni con un nuovo romanzo – che non è certo un romanzo facile e potrà essere preso anche in malo modo – mi fa paura, ma non molta. So di avere, giustamente, tanti nemici: a causa del mio carattere scorbutico e degli atteggiamenti spesso intransigenti. A causa di questi stessi difetti però ho anche qualche amico, e mi basta.

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