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“Giorni perduti” di Charles Jackson

Charles Jackson, Giorni perduti«Il barometro della sua indole volubile indicava che era in arrivo un periodo di baldoria». È Joyce. Ma no, è Charles Jackson. Oppure è l’impiegato Farrington del racconto Rivalsa (pubblicato nelle differenti edizioni di Gente di Dublino anche con il titolo Un’Ave Maria oppure Parallelismo), o ancora è Don Birnam, il mattatore di Giorni perduti (The lost weekend in originale).

L'incipit del romanzo è una frase presa a prestito da un racconto di James Joyce, ed è solo il primo assaggio di una giostra di citazioni che comincia a girare dall’epigrafe (dove c’è un primo tributo all’Amleto) e non si ferma più. Riscoperta, riavviata solo oggi in Italia (a settant’anni esatti dalla sua pubblicazione), la giostra di quest’opera immensa annovera tra le illustri comparse Dostoevskij, Cechov, Thomas Mann, Francis Scott Fitzgerald e tanti altri autori immortali che trovano il capofila in Shakespeare, citato una serie innumerevole di volte, in maniera esplicita oppure confondendo nel testo le parole di Otello, Amleto, Macbeth, Re Lear con quelle del narratore e del protagonista.

E questa altro non è che una moderna tragedia shakespeariana, dramma umano di un alcolizzato cronico devastato solo da se stesso e dal piacere del bere, «il bere il bere il bere», che cade e ricade in una spirale dalla quale non se ne esce perché in sostanza non se ne vuole uscire («…lui aveva dentro di sé il seme dell’autodistruzione»). Quello di Jackson è un personaggio caleidoscopico, così sfaccettato da essere potenzialmente infinito: Don Birnam e i suoi fantasmi alcolici (ed ecco ancora il Bardo, la cui opera è ricca di fantasmi, ma anche per il cognome del protagonista, che è ripreso dalla foresta di Birnam del Macbeth); Don Birnam appassionato di musica classica (Beethoven, Mozart, Debussy, Shubert…), di pittura (Utrillo, Cezanne, Rouault) e di cinema (stregato da Greta Garbo, ma nomina anche Marlene Dietrich); Don Birnam in cui abitano tutti i sentimenti che alimentano la disperazione: rimorso, senso di colpa, disprezzo, vergogna, paura del fallimento; Don Birnam che inganna chi gli sta vicino con promesse che non manterrà mai, tenta di rubare una borsetta, mente, cerca di dare in pegno la sua Remingtonperché «L’alcolista è disposto a fare qualsiasi cosa per ottenere l’alcol di cui ha disperatamente bisogno. Qualsiasi cosa»; Don Birnam che respira un senso di inferiorità sin da giovanissimo, con le sue plurime occasioni mancate, la frustrazione costante, un bambino che venera come eroi quelli più grandi, un adulto non cresciuto che rifugge dalle responsabilità; Don Birnam che piace alle donne («Ma perché ci doveva sempre essere qualche donna innamorata senza speranza di un alcolizzato senza speranza…») ed è invece un omosessuale represso; Don Birnam tubercolotico guarito e alcolizzato impossibile da guarire, e allora «Arrivederci alla prossima ricaduta».

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Charles JacksonIl resto è un intreccio di divagazioni, circuiti di pensiero che si inceppano, incubi, scene di delirium tremens condite da spaventose allucinazioni che contemplano strisce di fuoco e topi e pipistrelli, un finale per niente consolatorio(insomma non come quello imposto da Hollywood al film di Billy Wilder, comunque grandioso e vincitore di quattro meritati Oscar) e domande, molte domande senza risposta, come quando l’autore si chiede perché così tanti alcolizzati siano dotati di un talento fuori dal comune. Già, ce lo chiediamo anche noi, e intanto Jackson entra nel novero dei grandi scrittori americani del Novecento che hanno segnato la letteratura, alla stregua di Hemingway e Fitzgerald (che qualche problemino con l’alcol ce l’avevano, in effetti).

Ho sempre pensato che si dovesse essere parsimoniosi con l’uso della parola “capolavoro”, parola che non ho difficoltà ad abbinare a Giorni perduti, romanzo di indubbia potenza narrativa e scintillante valore letterario, perfetto compendio della mentalità tossica («Non c’era nessun motivo per bere. All’inferno i motivi – il padre assente, la madre troppo presente, il trauma della confraternita, i troppi soldi per curare il trauma, più le altre dieci o quindici ragioni a cui ricorrevi per giustificarti.»), uno dei più grandi ed eloquenti libri sull’alcolismo mai scritti insieme a Via da Las Vegas di John O’Brien (oltre alla passione per la bottiglia, i due scrittori sono accomunati tra l’altro dalla morte per suicidio).

Un grazie dunque a Nutrimenti che ha pubblicato il libro in Italia e a Simone Barillari per averlo tradotto, riproponendo fedelmente lo stile di Jackson fatto di espressioni gergali, giochi di parole, interruzioni e di una punteggiatura diversa a seconda dei vari passaggi (utilissime le sue note a piè pagina e le sue considerazioni a conclusione del testo). E infine un grazie all'autore e alla sua creatura, Don Birnam, e poco importa se fosse davvero il suo alter ego o meno, se quelli siano stati realmente i suoi giorni perduti (come ha detto Carver: «Tu non sei i tuoi personaggi, ma i tuoi personaggi sono te»...). Ciò che importa è che il romanzo ci abbia regalato un personaggio indimenticabile; eccolo lì in un'altra...”notte di bagordi che puzzano di whisky e un’altra mattina di dolori che chiedono ancora un po’ d’alcol raschiando in fondo alla bottiglia, solo un altro po’, solo un goccetto: «Ieri notte si trattava semplicemente di bere. Adesso era una medicina».

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