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Gadda, l’ingegnere filosofo

Gadda, l’ingegnere filosofoCarlo Emilio Gadda nasce a Milano il 14 novembre 1893, e fin dall’adolescenza nutre una passione per gli studi classici e letterari; seppur costretto, dalla madre e dagli altri parenti, a iscriversi alla facoltà di Ingegneria, non smetterà mai di ricordare i passi degli amati autori classici quali Orazio, Catullo, Virgilio, e altri episodi di opere greco-latine.

A tre anni dall’inizio degli studi, scoppia la guerra e Gadda si arruola volontario, venendo anche fatto prigioniero dopo la sconfitta di Caporetto; nel 1919 torna a Milano e vive con estremo dolore la notizia della morte in guerra del fratello. L’anno successivo si laurea in ingegneria elettronica, ma la vocazione umanistica non si è sopita, e dopo un periodo lavorativo presso alcune industrie, si iscrive a Filosofia, sostiene tutti gli esami e prepara una tesi su Leibniz, che però non discuterà. Nel frattempo ha ripreso la professione di ingegnere e spesso viaggia all’estero, stabilendosi anche per due anni in Argentina. Dal 1926 comincia la collaborazione con giornali e riviste, e sempre più la sua professione vira verso la letteratura, accettando solo sporadicamente incarichi da ingegnere.

Nel 1940 abbandona del tutto l’ingegneria e si traferisce a Firenze, dove conosce Montale, nel 1950 si sposta a Roma, dove resterà fino alla morte, nel 1973. Per migliorare le condizioni economiche, a Roma Gadda lavora per quattro anni con la RAI.

 

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L’opera di Gadda fotografa il mutamento della società italiana negli anni tra le due guerre e nel secondo dopoguerra, con una spiccata attenzione alle forme linguistiche. Confrontando la letteratura con la realtà, egli sviluppa una prospettiva negativa, una critica sostenuta verso le basi, umane e verbali, del mondo borghese a cui si sente legato, senza risparmiargli, però, un forte astio.

Gadda, l’ingegnere filosofo

Gadda cerca nella letteratura un senso di concretezza, una conoscenza particolare della realtà, guardando a uno stile narrativo basato sui modelli ottocenteschi, conscio però delle difficoltà di rappresentare gli aspetti veri e profondi del reale; le riflessioni di Gadda sono raccolte nella Meditazione milanese, dove si nota chiaramente come sempre sia presente nell’autore l’indagine sulla natura della conoscenza, sui modi in cui l’uomo si rapporta alla realtà; la realtà non è fatta e finita, ma si costruisce dinamicamente attraverso la conoscenza.

Vi è nel lavoro di Gadda una esasperata attenzione al dettaglio, al particolare, un costante sforzo di approfondire la molteplicità del reale, e un’ambizione enciclopedica; per dare l’idea della multiformità del mondo, egli non tralascia alcuna minuzia, struttura gli oggetti combinandoli tra loro, trasmettendo il senso di interezza e totalità del sapere e dell’essere.

Proprio questa continua concentrazione sugli aspetti più disparati della realtà, fa sì che molti libri di Gadda siano originati da raccolte di brani, di progetti sospesi; dunque è molto complicata la storia testuale delle sue opere, e ricca la serie di manoscritti, con tutte le conseguenti varianti che i testi subiscono nel tempo. Il primo volume pubblicato è La Madonna dei filosofi, per le edizioni di «Solaria», che mostra una prosa d’arte, barocca, ed è una parodia dell’amore e del melodramma.

Nel 1932, sempre su «Solaria», compaiono tre brani di un romanzo incompiuto, La meccanica; ancora con queste edizioni viene pubblicato il secondo libro nel 1934, Il castello di Udine, che si apre con la dichiarazione poetica di Gadda, cioè la deformazione dei temi e della linguistica, narrata con voluta pedanteria. In questo libro sono ormai evidenti i caratteri principali della lingua gaddiana, l’espressivismo e il plurilinguismo; Gadda usa molto spesso elenchi di parole, predilige l’accumulo di oggetti, il linguaggio deve rendere l’inafferrabilità della realtà esterna. Così come la realtà, anche il linguaggio si fa pastiche. Naturalmente questo pasticcio linguistico lascia ampio spazio alla comicità, alla parodia, alle forme grottesche, ma non manca di elevati spunti riflessivi, lirici, sofferenti. Gadda sa che non esiste una normalità, e sempre aleggia la nevrosi; egli lascia spazio alla sofferenza interiore, al difficile rapporto realtà-società.

Analisi psicologica e pastiche linguistico sono espressi rispettivamente nei due scritti più celebri di Gadda, La cognizione del dolore e Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.

Gadda, l’ingegnere filosofo

La cognizione prende forma dopo la morte della madre di Gadda, e molti elementi autobiografici del rapporto madre-figlio affluiscono nel romanzo, sotto una nevrosi connessa a traumi infantili, a sensi di colpa, a risentimenti, alla vita opprimente della società borghese. Gadda proietta la propria esperienza sui protagonisti del racconto, in un mondo reale e fantastico; l’indagine psicologica scende in profondità nell’io, e l’autore si volge alla psicanalisi. Il romanzo è diviso in due parti, ambientato in Maradagàl, immaginario paese sudamericano che ha appena vinto una guerra contro il confinante Parapagàl. Il protagonista è Gonzalo Pirobutirro d’Eltino, un malinconico e nevrotico ingegnere che si dedica a progetti letterari nella sua villa, in cui vive con la madre, dopo che il fratello è morto in guerra. Don Gonzalo vive nella solitudine, detesta il mondo circostante, odia borghesi e contadini, mentre la madre si dimostra più benevola verso l’umanità che li circonda. Ma anche con la madre Gonzalo ha un rapporto difficile, rancoroso. Egli rifiuta la protezione del “Nistitùo de vigilancia para la noche”, un’organizzazione di reduci che fanno le guardie notturne. Una notte in cui Gonzalo è assente, la madre viene trovata agonizzante nel letto per le botte subite alla testa.

Gadda proietta in questo racconto l’Italia del primo dopoguerra e del fascismo, con tutti i mali che l’autore vede nella società; la nazione fascista appare grottesca e barocca, e il protagonista si scontra con un’umanità che insegue valori illusori.

Nel Pasticciaccio non ci sono elementi biografici, ma un tuffo nella polifonia dei linguaggi italiani, un concreto mondo sociale reso dal pastiche di voci, tra le quali nessuna prevale sulle altre.

Apparentemente il racconto è un giallo classico: in un palazzo borghese di Roma è avvenuto un delitto, da cui si snoda l’indagine. Ma pur mantenendo la tensione del racconto poliziesco, la narrazione si perde in mille particolari, alla ricerca di tutto ciò che quel delitto comporta, fatti e persone a esso collegati, ricerca del colpevole; tutto insomma diventa un vero pasticcio. La vittima è la benestante, e bella, Liliana Balducci, e il caso è affidato al commissario molisano Ciccio Ingravallo, coadiuvato dai funzionari della questura e dai carabinieri di Marino. Le indagini però si complicano lungo il romanzo, e si disperdono su tante piste differenti.

 

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In primo piano spicca il romanesco della città, a cui si aggiunge la parlata laziale della campagna, il napoletano dei poliziotti e dei funzionari amministrativi, il veneto della signora Menegazzi, rapinata poco prima del delitto, il toscano, alcune lingue straniere e settoriali; il racconto è una fotografia della società italiana negli anni del regime, e proprio a Roma si intrecciano tutte le lingue.

Gadda sfrutta l’inventiva linguistica, che oscilla tra ironia e disperazione, per mostrare tutte le sfaccettature di un mondo che non si può correggere, e al miscuglio di linguaggi e comportamenti corrisponde la delusione di Gadda che non trova alcuno degli ideali morali e civili in cui credeva.


Riferimenti bibliografici

Carlo Emilio Gadda, in G. Ferroni et alii, L’esperienza letteraria in Italia. Dal secondo Ottocento al Duemila, 3A, Milano, Mondadori, 2006, pp. 511-526.

Carlo Emilio Gadda, in Letteratura. Edizione accorpata. Dal Decadentismo al Novecento, 5B-6B, Atlas, pp. 311-326.

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