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Gabriel Garcia Marquez creatore di miti. La teoria del tempo narrativo in “Cent’anni di solitudine”

Gabriel Garcia Marquez creatore di miti. La teoria del tempo narrativo in “Cent’anni di solitudine”In questa settima puntata della rubrica dedicata alla scoperta mensile di dodici premi Nobel per la letteratura, conosciuti e meno conosciuti (qui la puntata precedente), racconteremo di Gabriel Garcia Marquez, vincitore del premio nel 1982. In particolare, concentreremo la nostra analisi su uno dei suoi romanzi più celebri – Cent’anni di solitudine –, applicandovi empiricamente la teoria del tempo narrativo del filosofo francese Paul Ricoeur che tanto ha influenzato sia la letteratura nordamericana sia quella dell’America Latina.

Noto anche ai non addetti ai lavori, Cent’anni di solitudine, pubblicato per la prima volta a Buenos Aires nel 1967, ha stravolto le linee guida letterarie dell’America Latina di allora e non solo, tanto da rendere l’autore colombiano ma naturalizzato messicano uno dei più influenti scrittori del suo tempo e, al contempo, permettere alla letteratura latinoamericana di farsi conoscere finanche nell’antico continente; lo testimoniano i numerosi premi letterari di cui Cent’anni di solitudine fu insignito, per esempio, in Italia e in Francia.

 

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Altresì, il romanzo di Marquez è ascrivibile a quel filone narrativo che da La ricerca del tempo perduto (1913) di Proust ha lavorato, plasmato e ri-pensato una materia tanto irrinunciabile quanto evasiva come il tempo: Cent’anni di solitudine è un capolavoro di zigzag nel tempo[1]. In questo senso, il capolavoro di Marquez costituisce un esempio teoretico imperdibile per poter mettere alla prova la Theory of Narrative Time di Ricoeur, che parrebbe descrivere plasticamente la dicotomia su cui si regge l’impalcatura temporale di Cent’anni di solitudine, ossia quella tra sequenza cronologica degli eventi e modelli a-cronologici[2].

Gabriel Garcia Marquez creatore di miti. La teoria del tempo narrativo in “Cent’anni di solitudine”

Sin dalla relazione tra l’incipit e la conclusione del romanzo, Cent’anni di solitudine offre una struttura temporale che può essere comparata a un grande ciclo temporale in cui il concetto di Ricoeur noto come whitintime-ness[3]mostra chiaramente l’oscillazione del movimento narrativo che oltrepassa e retrocede rispetto al passato e rispetto al futuro. La morte dello zingaro Melquiades è esemplificativa di questo: prima è presentato l’evento centrale (la morte di Melquiades stesso) e successivamente Marquez torna ancora più indietro, raccontando la maggior parte della vita di Melquiades. Tale evento, inoltre, è evocativo di un altro elemento chiave: la resurrezione di Melquiades diventa un evento mitico tramite la terapia della cura della memoria.

Un altro esempio di questo puzzle temporale di “andirivieni”, che Marquez va costruendo senza preparare in alcun modo il lettore, è riconducibile alla danza per l’inaugurazione dell’abitazione della famiglia Buendía. Nuovamente, dapprima Marquez menziona il fatto saliente per poi procedere con un vorticoso salto nel futuro e, successivamente, ricondurci all’origine dell’evento centrale.

Gabriel Garcia Marquez creatore di miti. La teoria del tempo narrativo in “Cent’anni di solitudine”

Tutti questi esempi sono funzionali alla realizzazione e all’interpretazione del livello che il concetto diwhitintime-ness esprime, ossia come il piano del tempo narrativo in Marquez non sia lineare, ma circolare, o meglio: la circolarità nel romanzo consiste nella creazione di un’illusione atemporale nella coscienza del lettore e nel confondere il tempo della storia in un eterno presente[4]. Invero, l’esistenza del tempo circolare permette al mito di Macondo di trasformarsi, apparendo e scomparendo a intervalli differenti. Marquez, pertanto, è giustamente stato definito come un mythmaker[5], in grado di ridelcinare e scomporre, come fosse un fisico, l’idea lineare (oggi sappiamo sbagliata) del tempo.

Altresì, Cent’anni di solitudine è la concretizzazione dell’espetto della teoria del tempo narrativo di Ricoeur che quest’ultimo ha chiamato decostruzione della cronologia[6], e che ha messo profondamente in crisi la stesura di Marquez del suo romanzo durata anche per questo oltre vent’anni.

La struttura circolare è del tutto compatibile con la trama, benché il romanzo non contenga alcuna indicazione (i capitoli non sono titolati): Cent’anni di solitudine, provando empiricamente la teoria di Ricoeur,è una catena di ripetizioni e continuità non lineare; nomi e luoghi della famiglia Buendía sono ripetuti più volte nel corso del romanzo e Marquez si preoccupa costantemente di sostenere la trama con “nuovi inizi”. La narrativa della ripetizione dimostra come nel romanzo si legga l’inizio nella fine e viceversa; Marquez stimola lo strumento della memoria come mezzo per espandere il tempo, ma essa è un’arma a doppio taglio: molti personaggi soccombono davanti all’illusione di poter ricordare e ricostruire il passato. In questo senso, la circolarità del tempo va considera come una scappatoia narrativa[7]dalla realtà della storia, essendo la concretizzazione dell’ossessione temporale con cui Marquez ha intessuto Cent’anni di solitudine: l’illusione di un eterno presente.

 

 

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Quest’idea del romanzo di Marquez come un complesso labirinto temporale (e spaziale) – che lo rende forse uno dei classici più difficili con cui confrontarsi – fa propri alcuni dei principali aspetti della teoria del tempo di Ricoeur: da un lato la circolarità del viaggio, dall’altro la linearità della ricerca. Questi due aspetti, pertanto, si fondono, regolando la relazione tra temporalità e narratività in Cent’anni di solitudine.

 

Riferimenti bibliografici

DE TORO A. (1984), Estructura Narrativa y Temporal en Cien Anõs de Soledad, in Revista Iberoamericana (128).

GUSTAVO L. MARTINEZ A. (2004), Ricoeur’s Theory of Narrative Time and One Hundred Years of Solitude, in Espiga (9, pp.173-182).

MARQUEZ G. G. (2017), Cent’anni di solitudine, Mondadori, Milano.

RICOEUR P. (1980), Narrative Time, Ed. W. J. Mitchell, Chicago.

 


[1]Cfr. Gustavo, Martinez (2004, p. 174).

[2]Cfr. Ricoeur (1980, p.165).

[3]Ibidem, p. 168.

[4]Cfr. Toro (1984, p. 167).

[5]Cfr. Gustavo, Martinez (2004, p. 177).

[6]Idem

[7]Cfr. Gustavo, Martinez (2004, p. 178).

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