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Fuggire per non morire. “Quattro stagioni per vivere” di Mauro Corona

Fuggire per non morire. “Quattro stagioni per vivere” di Mauro CoronaNon si può raccontare il racconto di una fuga. Tocca leggerlo, camminare piano dietro al protagonista, non farsi sentire, perché ha paura, si nasconde, tende l’orecchio a ogni rumore. Bisogna essere silenziosi.

A fuggire è Osvaldo. La storia la racconta Mauro Corona, per Mondadori. Quattro stagioni per vivere: questo il titolo.

Tutto inizia da un camoscio. Osvaldo ha bisogno di carne per la madre malata, moribonda. Parte per una battuta di caccia, ma trova una soluzione facile e finisce per fare un torto ai fratelli Legnole. Uomini stupidi, burberi, vendicativi. Non che il villaggio di cui Osvaldo fa parte sia fatto di uomini raffinati e gonfi di politically correct. Tranne i pochi amici che ha e che lo aiutano con segnali nel momento del bisogno, gli altri lo odiano, lo invidiano, lo tradirebbero senza pensarci due volte. Osvaldo, però, è diverso. Ha rispetto. Per le cose, per la natura, per gli esseri umani.

 

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Intimamente, l’istinto gli direbbe mors tua vita mea, ma la coscienza – perché Osvaldo ha una coscienza – non gli consente di attuare quelle fantasticherie che lo aiuterebbero a mettere in salvo la propria vita, troncando quella dei fratelli Legnole. Dice, infatti, che nessun uomo merita di morire per mano di un altro uomo, nemmeno il più bastardo. Gli si tolga la libertà. Per sempre. Forse Osvaldo la pensa così perché sa che la libertà – se tolta – produce più sofferenza della morte. Chi erano stati i primi a teorizzare qualcosa di simile, gli stoici forse? Difficile stabilirlo, la filosofia è un problema dei liceali in procinto delle verifiche di fine semestre o di qualche appassionato.

Non che Osvaldo non uccida. Lo fa, all’occorrenza, come nel caso del camoscio, che era pronto a inseguire sui monti per sparargli, ma lui uccide solo la selvaggina.

Fuggire per non morire. “Quattro stagioni per vivere” di Mauro Corona

La domanda che rende questo romanzo una narrazione universale è se un uomo meriti di morire per un suo gesto. Qualsiasi esso sia. È una domanda sottile, sorge al lettore che, sempre a passo felpato, si inerpica sulla montagna, si nasconde nelle grotte, accende il fuoco quando si alza la nebbia, per non farsi vedere nemmeno lui dagli occhi dei fratelli, lì, al riparo, assieme a Osvaldo.

C’è un altro pensiero che s’innalza dalla pagina, si incunea negli occhi di chi legge, scivola tra le pieghe della mente e si affretta a unire i punti della fuga attuale, ovvero dell’emorragia umanitaria che sta sanguinando copiosamente alle frontiere dell’Ucraina. Ci sono madri e figli in fuga, e loro non hanno rubato alcun camoscio.

Anzi, non hanno neanche la capacità selvaggia di Osvaldo di destreggiarsi sul terreno scosceso e arido della montagna, in mezzo alla sciarpa di pino mugo che avvolge il collo alla base dei picchi. Non hanno nemmeno gli occhi di Osvaldo, che guardano con rinnovato stupore la natura che gli sta attorno e lo salva, lo accoglie, lo protegge proprio come un ventre. Dice, infatti, Osvaldo: «Da quando sono in fuga, ho cominciato a conoscere quello che non avevo mai incontrato. E ho guardato con altri occhi ciò che prima reputavo ridicolo e insignificante».

Trascorrerà diversi mesi in fuga, Osvaldo, lasciando la propria casa per un tempo lunghissimo, per la prima volta. Si era allontanato poche notti dalla sua casa e ora, da fuggiasco, la sua casa è la montagna intera, le grotte, la solitudine.

 

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È un’avventura, quella di Osvaldo, raccontata con la passione di chi ama i luoghi, gli animi di cui si narra. Il lettore scivola dentro la vicenda di Quattro stagioni per vivere, si lascia trascinare in mezzo alla natura, al freddo, al caldo, al cambiamento, alla paura, all’incertezza. Dice Corona: «Alla fine, per un verso o per l’altro, tutti sono seguiti da qualcuno», in questo caso aggiunge: «che vuole farli fuori», ma noi possiamo fermarci prima e allargare le maglie della metafora fino a contenere il passato, le paure, le fragilità, i sogni, i fallimenti. E allora la fuga di Osvaldo è anche la nostra fuga, quella delle madri dei nostri giorni e di tutti coloro che fuggono lasciando le proprie case sotto le minacce altrui. Ci ritroviamo così tutti, inseguiti, spaventati e coraggiosi, sotto il tetto di queste Quattro stagioni per vivere.


Per la prima foto, copyright: Anthony Riera su Unsplash.

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