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“Florence Gordon” di Brian Morton: il sottotesto come filosofia di vita (e di morte)

“Florence Gordon” di Brian Morton: il sottotesto come filosofia di vita (e di morte)Il protagonista dell’ultimo romanzo di Brian Morton, Florence Gordon (Sonzogno, 2015 – tradotto dall’inglese da Maura Paolini e Matteo Curtoni), è il sottotesto: «Una delle cose migliori della vita, tuttavia, è la differenza tra ciò che accade dentro di noi e ciò che mostriamo al mondo».

Dietro la vecchia militante femminista che continua a battersi per i diritti civili si cela la donna malata che non vuole chiedere aiuto. Sotto le vesti di un improbabile poliziotto c’è un letterato mancato. In mezzo alle battute pronte da sit-com si nasconde un matrimonio in crisi. Il tutto stretto nell’abbraccio nevrotico e seduttivo della Grande Mela.

Colei che dà il nome al quinto romanzo di Morton, il primo tradotto in italiano, è un’arzilla saggista newyorchese ultrasettantenne.Icona intellettuale delle battaglie femministe degli anni Settanta, Florence Gordon sembra tornare sulla cresta dell’onda all’inizio del romanzo, quando una recensione lusinghiera al suo ultimo saggio finisce sulla prima pagina del «NY Times Book Review».

Questa celebrità improvvisa somiglia però al canto del cigno. Non solo per Florence, ma per la generazione che rappresenta, quella delle attiviste femministe cresciute nel secondo dopoguerra, alle quali va il ringraziamento beffardo delle paladine contemporanee. Come quello della blogger pop, Willa Ruth Stone, la quale prima dichiara Florence indispensabile quanto la pillola e i Tampax, poi, però, ne prende le distanze: «il mondo di Florence Gordon è il mondo delle nostre nonne. Amiamo le nostre nonne e le ringraziamo, ma non vogliamo essere loro [...]Loro credevano che non si potesse fare niente di buono nel mondo se ci si continuava a fermare per rifarsi il trucco; noi, invece, crediamo che non si possa fare niente di buono nel mondo, se non ci si ferma a rifarsi il trucco».

Ma chi è Florence Gordon? Un «vecchio trombone», un «patrimonio nazionale» , un «gatto al sole», «un classico americano» o «un lupo solitario»? Di certo è una donna scorbutica, anaffettiva e giudicante, capace di disertare la sua festa di compleanno, incurante di sbagliare continuamente il nome della nipote ventenne arruolata come assistente e in grado di umiliare l’ex marito lasciandogli la mancia sul tavolo.

A settantacinque anni, dopo numerose opere dedicate al pensiero femminista, Florence è determinata a scrivere un memoir; il suo testamento intellettuale, un’opera in bozza che, secondo il suo giovane editor, potrebbe essere la cosa migliore che abbia mai scritto.

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“Florence Gordon” di Brian Morton: il sottotesto come filosofia di vita (e di morte)Il mondo professionale in cui si muove è uno scenario che Morton conosce bene e che lo scrittore newyorchese non ha scelto a caso. Anche lui professore, e membro di una certa schiera intellettuale, a tratti sembra fare il verso a quel circo accademico ed editoriale fatto di riti e codici criptati. Professore di letteratura in diversi atenei newyorchesi e direttore del programma di scrittura al Sarah Lawrence College, Morton non risparmia freddure sulle corsie preferenziali per entrare nel mondo accademico, né su certi meccanismi fumosi della critica letteraria.

Nonostante lo studio sia tutta la sua vita e Florence tenti in tutti i modi di tenersi a distanza, è costretta a “non comunicare” con la sua famiglia: l’ex marito frustrato, invidioso dei suoi successi letterari, il loro unico figlio, poliziotto per caso e in crisi con la moglie, a sua volta patetica fan di Florence, «come una di quelle persone che si presentano alle convention di fantascienza con le orecchie da vulcaniano». Solo la nipote, Emily, sembra in grado di tenere testa alla nonna. È nell’età in cui sta scegliendo molto di più dell’università: sta decidendo se seguire il consiglio di Virginia Woolf di «uccidere l’“angelo del focolare” – quella parte di sé che era stata addestrata ad anteporre i bisogni degli altri ai propri in ogni situazione» oppure se soccombervi.

Fa da sfondo una Manhattan che ricorda quella dei nevrotici circoli intellettuali alla Woody Allen degli anni Ottanta, ma aggiornata ai tempi del Dio internet e degli smartphoneAdesso che impazzano «i web stop delle persone che, senza alcun preavviso, si bloccano davanti a te per controllare qualcosa sull’iPhone». Per Florence, New York è l’unico luogo in cui ha senso stare: «riusciva ad accettare il fatto che i parigini vivessero a Parigi e i londinesi a Londra, ma non capiva perché un americano in pieno possesso delle proprie facoltà mentali volesse vivere in qualsiasi altro posto a parte New York».

La città non rimane fuori neppure dallo scontro generazionale che percorre il romanzo e che la copertina di Sonzogno ben rappresenta: Florence vestita di rosso, in “divisa” da manifestante, con un libro sottobraccio, circondata da gente incolore, rapita da conversazioni telefoniche. C’è lo storico agente letterario, il quale ha seguito Florence in tutte le sue pubblicazioni, sostituito da un giovane editor hipster armato di cellulare; c’è la blogger femminista e festaiola contrapposta alla Florence delle gloriose barricate; ci sono i giovani newyorchesi che non hanno mai sentito parlare di Ed Koch e Florence che, in segno di disprezzo per la tecnologia, getta il BlackBerry dell’amica dentro una caraffa di sangria. Eppure, la mela non cade mai troppo lontano dall’albero e le due fazioni si compenetrano molto più di quanto entrambe vorrebbero: «Abbiamo imparato tanto da voi [Florence e la sua generazione, n.d.r.]. E una delle cose che abbiamo imparato è la determinazione, la determinazione che ci dà il coraggio di dire che i vostri metodi non sono i nostri».

Florence Gordon regala diversi siparietti spassosi, soprattutto quando Florence si prende gioco delle sue adulatrici, in primis la nuora Janine: «Davvero non hai mai incontrato Gesù, Florence? Giurerei che ti ha citata nel Discorso della Montagna». Tuttavia, Morton sembra dare tutto troppo per scontato, rasentando lo snobismo. Fatta eccezione per qualche riferimento colto qua e là, il mondo del femminismo critico e la sostanza della vita intellettuale di Florence rimangono sempre sullo sfondo. Gli spunti che offre Morton per calarsi nella vita da studiosa di Florence Gordon sono deboli: la sua complessità può essere solo immaginata e rimane in superfice, obbligando il lettore a fidarsi della parola di Morton.

Tolta la patina di isterica ironia che culmina con una cena di famiglia in cui nessuno riesce a “salvare” l’altro, il retrogusto che lascia la lettura di Florence Gordon è un profondo rispetto per la libertà individuale: amare vuol dire lasciare liberi! Sempre, anche davanti alla malattia e alla morte. Superata la fastidiosa sensazione di essere spettatori di un “inside joke”, Florence Gordon resta un libro intelligente, godibile ma non memorabile, acuto ma anche scostante.

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