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“Fiori”, ancora un’avventura per i Bastardi di Pizzofalcone. Incontro con Maurizio de Giovanni

“Fiori”, ancora un’avventura per i Bastardi di Pizzofalcone. Incontro con Maurizio de GiovanniFiori (Einaudi, 2020) è il decimo romanzo che Maurizio de Giovanni ha scritto raccontando la saga deiBastardi di Pizzofalcone, il gruppo di poliziotti chiamati a evitare la chiusura di un commissariato su cui è caduto un marchio d’infamia, per il comportamento disonesto di alcuni loro colleghi. Nonostante il pesante bagaglio di problemi personali e professionali che ciascuno di loro si porta dietro, questi poliziotti molto diversi tra loro riescono a diventare una valida squadra, capace di risolvere con successo crimini a volte inesplicabili.

In questo caso, come lascia immaginare il titolo, il punto di partenza è l’assassinio di Savio Niola, un anziano fiorista che una mattina viene rinvenuto assassinato in modo cruento in mezzo ai fiori del suo storico chiosco. Da lui si servivano da decenni gli abitanti del quartiere, ai quali sapeva consigliare cosa scegliere per trasmettere messaggi speciali alle persone amate. Chi può aver voluto la morte di una persona benvoluta da tutti e dalla vita senza ombre? Come sempre, de Giovanni ci suggerisce di imparare a comprendere tutta la complessità delle passioni umane, come ci ha confermato anche nell’incontro con i blogger avvenuto tramite Zoom.

 

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“Fiori”, ancora un’avventura per i Bastardi di Pizzofalcone. Incontro con Maurizio de Giovanni

Questo libro parla tanto d’amore. A cosa si è ispirato per questa storia?

Il tema centrale da cui sono partito è quello del pregiudizio. Quando inizio una storia dei Bastardi parto da una parola, che diventa poi il titolo, che nasconde o rivela dei sentimenti, e su questi inserisco le storie di tutti i personaggi. Con Nozze, ad esempio, il matrimonio era visto come vissuto in vari modi: il pregiudizio è una gabbia in cui ci rinchiudiamo, oppure veniamo rinchiusi. Anche tra i poliziotti di Pizzofalcone c’è chi è sia vittima, sia artefice dei pregiudizi.

Anche certi pregiudizi positivi possono essere una gabbia, come quando crediamo nella bontà di una persona e non vogliamo capire che in realtà non è affatto così.

 

La sua scrittura è sempre riconoscibile indipendentemente dalle varie serie. Quando scrive adotta un metodo diverso a seconda dei personaggi?

Il mio metodo principale è quello del capitolo breve: mai più di sei cartelle per capitolo. La scelta deriva dal fatto che il lettore deve poter leggere un brano di senso compiuto anche quando ha poco tempo. Questo metodo mi consente di entrare nelle singole atmosfere e di rimanerci per il tempo necessario. Se in un capitolo c’è un determinato personaggio il tono della narrazione cambia seguendo le sue caratteristiche e può essere comico, tragico, ironico, drammatico. L’immedesimazione nel personaggio dà il colore del capitolo.

In particolare, i romanzi deiBastardi sono corali e polifonici, a differenza delle altre serie che hanno un solo protagonista. Devo anche dire che la scrittura di questa serie per me è più veloce, proprio perché mi è più facile variare il ritmo a ogni capitolo, come se seguissi ogni personaggio con una telecamera.

 

Le stagioni hanno sempre tanta importanza nelle sue serie: segnavano la vita del commissario Ricciardi e segnano anche questa saga.

La lettura è un viaggio e lo scrittore è una guida turistica: prende il lettore a bordo e lo porta dove vuole, ma deve conoscere bene la meta e far capire al lettore cosa si può aspettare da un luogo. I sensi sono fondamentali: se io faccio immaginare al lettore il caldo, il freddo, il tepore del sole o la bellezza di un raggio di luce, lo porto più facilmente al centro della storia. InFiori sono partito come se usassi un drone, con una panoramica del quartiere in primavera fino ad arrivare al chiosco del fiorista. La primavera è uno dei momenti migliori per ambientare una storia criminale: è così bella e dolce che contrasta ancora di più col sangue.

“Fiori”, ancora un’avventura per i Bastardi di Pizzofalcone. Incontro con Maurizio de Giovanni

Nei dieci romanzi di questa saga com’è cambiato, se è cambiato, il suo rapporto con i personaggi? C’è qualcuno che ama di più o di meno, qualcuno che ha messo in secondo piano?

Per rispondere devo parlare di una cosa che non mi piace molto, vale a dire l’impatto della serie televisiva sulla mia scrittura. Io partecipo alla sceneggiatura, ma tengo moltissimo a separare le due cose: quello che racconto nella fiction non lo racconto nei romanzi; i casi sono gli stessi, ma le storie dei personaggi non combaciano.

La televisione per sua natura ha bisogno di un protagonista, che in questo caso è Alessandro Gassman che impersona l’ispettore Lojacono, un attore di una certa levatura che spicca tra gli altri. Il suo ruolo e quello delle figure più legate a lui sono sempre in primo piano, e questo mi porta poi a metterlo un po’ da parte nella scrittura dei romanzi, non per punirlo, ma per dare spazio agli altri personaggi. Non è cambiato il mio modo di vedere i personaggi, ma a volte varia il tono con cui li racconto. Di certi, per esempio, accentuo il lato comico rispetto a quello drammatico.

 

Riguardo alla scelta linguistica di non inserire termini dialettali, bisogna dire che però dai dialoghi traspare tutta la napoletanità dei personaggi. Come ci riesce?

Recentemente è stato istituito un comitato per la tutela del patrimonio linguistico napoletano, che ha una dignità letteraria da secoli, formato da professori universitari che ne trattano nei loro studi, anche se una cattedra ancora non c’è. Sono stato inserito in questo comitato, penso per dare un tono più popolare e meno accademico all’operazione, ma questi disgraziati alla prima riunione mi hanno eletto presidente… (ride, ndr) Sono stato immediatamente sommerso da richieste di miei concittadini di scrivere un romanzo alla Camilleri, cioè in una lingua che fosse più simile al napoletano piuttosto che all’italiano, ma io non lo farò mai per tre motivi: il primo è perché Camilleri è un gigante e io no, il secondo è perché per me non è giusto che libri di ampia diffusione come i miei abbiano una connotazione linguistica che escluderebbe per forza, o almeno rallenterebbe nella lettura moltissimi lettori, il terzo è che non credo che ce ne sia bisogno. Io faccio parlare i personaggi con la cadenza che hanno i napoletani quando parlano in italiano, traducendo mentalmente dal dialetto. Non posso far usare un congiuntivo a un fruttivendolo, così come i dialoghi cambiano quando i personaggi sono agitati: la cadenza ti porta a Napoli senza difficoltà di comprensione. Se volessi scrivere in dialetto sceglierei piuttosto di scrivere qualcosa per il teatro.

 

Ha scritto trenta romanzi suddivisi in quattro serie thriller/noir. In futuro pensa di potersi allontanare dal genere e da Napoli?

Vorrei scrivere tre storie singole che ho in mente da molto tempo e che prima o poi dovrei raccontare. Una forse potrei svilupparla prossimamente e dovrebbe svolgersi in una piccola città del nord, lontano da Napoli. Una storia d’amore, che spero non deluda nessuno e che potrei considerare un’evasione, non un tentativo di spostarmi in altri territori. Per me la scrittura significa soprattutto raccontare storie di crimine.

 

La cosa più interessante dei suoi romanzi è l’evoluzione dei personaggi, per quanto seriali. Ci sono autori di cui è indifferente leggere il decimo o il quarto romanzo di una serie perché i personaggi non cambiano, mentre nei suoi è quasi obbligatorio seguire l’ordine di pubblicazione, in quanto contengono storie collaterali che si evolvono. Quando è partito con le varie serie aveva già in mente almeno buona parte delle evoluzioni dei singoli personaggi oppure sono nate procedendo con la scrittura?

Bisogna capire che una serie la decide il lettore, e di conseguenza l’editore, e non lo scrittore. Quando uno scrittore decide a tavolino di iniziare una serie lascia delle sospensioni che il lettore vede, ma non è detto che ne sia contento. Io posso raccontare la giornata di una persona senza sapere quello che ha fatto prima e quello che farà dopo, ed è questo che faccio: ogni libro, in realtà, deve essere unico e definitivo. Se poi ai lettori un personaggio piace e dopo un anno vorrebbero sapere ancora qualcosa di lui, perciò l’editore accetta che io scriva il seguito, io torno da quel personaggio sapendo che anche per lui è trascorso del tempo e non posso ritrovarlo identico a come l’ho lasciato: devo per forza farlo evolvere in qualche modo.

La scelta di raccontare un personaggio statico sarebbe più comoda sia per me sia per il lettore, ma è molto più divertente farli crescere. Penso che mi annoierei a morte a scrivere di un personaggio statico.

“Fiori”, ancora un’avventura per i Bastardi di Pizzofalcone. Incontro con Maurizio de Giovanni

In Fiori c’è una preponderanza delle storie personali dei vari personaggi rispetto all’indagine. È una scelta voluta o è nata per caso?

In questa serie, con così tanti personaggi, il rischio per me è sempre quello di lasciare da parte storie collaterali che vorrei raccontare, ma che alla fine appesantirebbero il libro. Vorrei evitare che la trama gialla diventasse solo un escamotage per parlare sempre di più dei Bastardi e dei loro problemi: potrei scrivere un romanzo di seicento pagine in cui faccio evolvere tutte le storie personali, ma non intendo perdere il mio ritmo narrativo e voglio sempre lasciare qualcosa da raccontare la prossima volta.

Dare più spazio ai personaggi è un limite, perché io devo scrivere in primo luogo una crime fiction. Posso parlare un po’ di più di un protagonista singolo, come nella serie di Sara o di Mina, ma con i Bastardi questo diventa un problema.

 

Un altro grande tema del libro è quello dell’emarginazione: ci si scaglia contro gli anziani non più validi, contro i precari, contro gli omosessuali… È così?

In questo periodo a Napoli c’è un forte dibattito sui lavoratori in nero: gente che lavorava pure onestamente, anche se non veniva pagata in modo regolare, e che adesso non ha più nulla, rischiando di diventare una bomba sociale. Sono fuori sia dal mondo legale sia da quello criminale e sono ignorati da entrambi. Nei romanzi abbiamo il dovere di parlare di queste cose.

 

Come è stato misurarsi col linguaggio dei fiori?

La preparazione dei romanzi può durare molti mesi, a differenza della scrittura che di solito mi impegna per circa un mese, e mi ha fatto scoprire molte cose a seconda degli argomenti che ho trattato: l’autismo, il linguaggio non verbale… I fiori hanno un linguaggio vastissimo. Ho scoperto che esiste persino un codice di accoppiamento dei fiori nei mazzi per trasmettere determinati significati e lo trovo affascinante.

 

Maurizio De Giovanni ha il pollice verde?

Sono negato per qualsiasi attività manuale, dal bricolage alla cucina. Se non fosse esistita la scrittura mi avrebbero buttato giù dalla Rupe Tarpea subito dopo la nascita come essere inutile. Se non potessi affidarmi a dei professionisti per qualsiasi cosa dovrei lasciarmi morire.

 

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Una domanda cattiva: ha avuto qualche volta la tentazione di far morire uno dei Bastardi, di dare magari un cambio radicale alle situazioni?

Potrei farlo in caso di necessità. Sono stato malissimo quando ho fatto morire Rosa, la tata di Ricciardi. Sembra strano dirlo, ma scrivendo ci si trova spesso di fronte a dei passaggi che rendono inevitabili delle scelte. Questa serie in realtà non è come le altre un racconto di personaggi, ma di un luogo ben definito, che è il commissariato di Pizzofalcone, all’interno del quale, tutto sommato, i personaggi potrebbero essere anche intercambiabili.

 

Qual è il confine tra il bene e il male nei suoi romanzi?

Non c’è, perché odio il manicheismo nei romanzi come nelle fiction. Spesso nelle fiction capisci subito dalla prima inquadratura se un attore fa il buono o il cattivo e questo per me è sbagliatissimo. Ci sono delitti in cui la vittima è molto peggiore del suo assassino, perciò pure nella narrativa il confine è labile. Del resto anche i poliziotti di Pizzofalcone non sono affatto persone irreprensibili.

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