“Estetica dell’architettura” di Pierluigi Panza
«Col formarsi dell’estetica o filosofia dell’arte l’attività dell’artista non viene più considerata come un mezzo di conoscenza del reale, di trascendenza religiosa o di esortazione morale. Con il pensiero classico di un’arte come mimesi […] entra in crisi l’idea dell’arte come dualismo di teoria e prassi, intellettualismo e tecnicismo: l’attività artistica diventa un’esperienza primaria e non più dedotta, che non ha fini al di là del proprio farsi. Alla struttura binaria della mimesis succede la struttura monistica della poiesis […]».Questo è quanto scrive Giulio Carlo Argan nel capitolo dedicato al classico e romantico del suo mitico manuale di Storia dell’Arte (ultimo tomo, L’arte moderna).
Il volume di Pierluigi Panza, Estetica dell’architettura (Guerini e Associati), giunto quest’anno alla seconda edizione, parte da questo presupposto per ricostruire il dialogo tra filosofia ed estetica negli ultimi tre secoli(non a caso, lo stesso Argan faceva risalire la rottura della tradizione all’illuminismo) nelle riflessioni di quei pensatori che hanno assunto i due termini come interlocutori di una più ampia considerazione del sistema delle arti. Ideale centro nevralgico dell’impianto discorsivo è il rapporto tra architettura e arte inteso come civiltà, funzionalità, linguaggio, stile, imitazione, trasformazione tecnologica oltre che la valutazione del ruolo dell’artista sia nel senso di creatore-progettista sia in quello di imitatore della realtà; l’arte come bildung e non solo come bellezza e l’architettura come poiesis e non solo come capacità tecnica.
Pensiamo all’idealismo tedesco, secondo cui tutte le arti (inclusa l’architettura, pienamente ricompresa nel novero delle cinque belle arti, assieme a pittura, scultura, musica e poesia) non sono l’espressione di un pur sempre faticoso lavoro artigianale ma «lavoro estetico realizzato da individui dotati di particolare perizia o genio», o a Schelling che considera l’architettura, tra le arti plastiche, quella che più si avvicina alla musica (da Hegel considerata volontà pura e posta quindi sul gradino più alto) poiché dotata, come ogni arte, di utilità (condizione e non principio), rispondendo pienamente alla «caratteristica di ogni arte di rappresentare, nel reale, l’oggettivo e il soggettivo contemporaneamente attraverso l’intuizione».
Si tratta dunque di un’opera che si è guadagnata pieno diritto di lettura per la capacità di tracciare percorsi diversi nel processo conoscitivo, generando informazioni e interpretazioni alternative o integrative rispetto alle tradizionali metodologie speculative a carattere puramente logocentrico,raccontando le trasformazioni attraverso il peculiare linguaggio dell’architettura (campo specifico della rappresentazione urbana) non come mero surrogato di quello dei filosofi ma elevato a proiezione attenta della realtà. Non semplicemente un’antropologia non scritta, piuttosto uno squarcio su ciò che non può essere detto, scritto o finanche narrato, ma progettato e edificato per mezzo di architravi, colonne e capitelli.
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Il testo si risolve strutturalmente in forma di antologia che raccoglie i contributi di quei filosofi che si sono provati in questo complesso dibattito, tematizzati secondo il carattere precipuo del loro pensiero. Si va così da Valery e Heidegger (Costruire e Pensare) a Adorno e Benjamin (Il problema della tecnica), Focillon e Eco (Le forme e il loro codice), Gadamer e Derrida (Ermeneutica e decostruzione), passando per Rousseau, Kant e Santayana (Bellezza e Ornamento), Goethe, Hegel, Spengler (Epoche e stili), Ruskin e Simmel (Materia e Memoria).
Chiaramente Estetica dell’architettura non è libro per una lettura di svago (oppure sì, tutto è relativo). La prima impressione è di trovarsi dinanzi a uno scritto di scolastica memoria, un manuale, un compendio, uno di quei “mattoni” che ci obbligavano a ingoiare per un tedioso esame e che per lo più finiva per essere mandato giù a forza, o a memoria, senza mai essere realmente digerito e metabolizzato. Di certo richiede impegno e una certa familiarità (e simpatia) verso le discipline oggetto d’indagine, ma se pure un lettore incuriosito si lasciasse sedurre dall’idea di una lettura fuori dai soliti recinti argomentativi, potrebbe scoprire – com’è capitato alla sottoscritta – un certo piacere nel riuscire a seguire il filo del discorso senza perdersi, se non qualche volta, utilizzando come coordinate quelle stesse nozioni uggiose dei tempi della scuola, evidentemente non del tutto espulse dalla memoria ma sedimentatesi da qualche parte e pronte a riemergere con un senso di sgomento trionfo. A detrimento del sentimento, sempre più diffuso, che studiare è inutile e la cultura sia aria fritta.
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