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Echi leopardiani nel “Fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello

Echi leopardiani nel “Fu Mattia Pascal” di Luigi PirandelloNel 1904 sulla rivista «Nuova Antologia» fu pubblicato a puntate il Fu Mattia Pascal, romanzo umoristico e capolavoro dello scrittore Luigi Pirandello. Frustrato bibliotecario della città di Miragno, Mattia Pascal si ritrova protagonista di una singolare avventura: a causa di uno scambio di identità viene creduto da tutti morto suicida; questo equivoco gli consente di poter cominciare una nuova vita sotto le mentite spoglie di Adriano Meis e, soprattutto, lontano dagli umori instabili della moglie Romilda e della suocera, la vedova Pescatore.

Lo sventurato Mattia Pascal, col passare del tempo, si sente imprigionato in una specie di limbo: sebbene sia vivo, agli occhi delle istituzioni risulta morto; anche la sua nuova identità, non essendo presente in nessun registro e certificato, per lo Stato non esiste. Di conseguenza il bibliotecario è nella grottesca condizione di morto-vivente solo perché non risulta alcun documentoo attoche provi il suo esistere.

Ciò che vive il bibliotecario è la condizione di forestiere della vita, personaggio tanto caro a Luigi Pirandello. Mattia Pascal, come anche Enrico IV e Vitangelo Moscarda e l’uomo dal fiore in bocca, è fuori dal turbinio dell’esistenza; osserva la proteiforme vita da lontano senza potervi prendere parte alcuna. Sebbene questa condizione presenti dei notevoli svantaggi, per lo scrittore è l’unica che permette unavisione vicina al vero dell’esistenza. Il forestiere non è altro che un filosofo che, slegato dalla vita, può osservare la condizione umana spogliata di ogni orpello edabbellimento.

«In considerazione anche della letteratura, come per tutto il resto, io debbo ripetere il mio solito ritornello: Maledetto sia Copernico!»

 

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Agli occhi disincantati del bibliotecario, l’astronomo polacco Niccolò Copernico ha aperto la mente all’essere umano facendogli comprendere tutta la sua piccolezza ed insignificanza in relazione ad un universo vasto ed insondabile.

«Io dico che quando la Terra non girava, e l’uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva della propria dignità, credo bene che potesse riuscire accetta una narrazione minuta e piena d’oziosi particolari.»

 

La figura dell’astronomo è presente anche nelle Operette morali di Giacomo Leopardi. Nel Copernicoil Sole dichiara di essersi stufato di girare attorno la Terra, «sciocchissima fatica di correre alla disperata, […], intorno a un granellino di sabbia», ora sarebbe dovuto accadere il contrario. Per questo motivo chiama al suo cospetto Copernico affinché annunci al mondo intero la novità. Ciò, secondo lo scienziato, però, causerebbe una rivoluzione non affatto piacevole.

«Copernico

Ma ora se noi vogliamo che la Terra si parta da quel suo luogo di mezzo; se facciamo che ella corra, che ella si voltoli, che ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto, né più né meno, che si è fatto di qui addietro dagli altri globi; in fine, che ella divenga del numero dei pianeti; questo porterà seco che sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il trono, e lasciar l’impero; restandosene però tuttavia co’ loro cenci, e colle loro miserie, che non sono poche.»

 

Attraverso lo scambio di battute tra il Sole e Niccolò Copernico, Giacomo Leopardi ridimensiona la concezione che l’umanità ha di sé: davanti alla consapevolezza che la Terra si comporti al pari degli altri pianeti del sistema solare, si rivela nient’altro che un mucchietto di «quattro animaluzzi» che vive «in su un pugno di fango, tanto piccino»

Analoghe parole spende anche Mattia Pascal quando, discorrendo con don Eligio, dichiara amaramente: «che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci ormai, le nostre». Le varie faccende umane perdono qualsiasi rilevanza se messe a confronto con l’indeterminatezza dell’universo e gli infiniti mondi possibili.

«Copernico

E qui non vi starò a dire del povero genere umano, divenuto poco più che nulla già innanzi, in rispetto a questo mondo solo; a che si ridurrà egli quando scoppieranno fuori tante migliaia di altri mondi, in maniera che non ci sarà una minutissima stelluzza della vita lattea, che non abbia il suo.»

Echi leopardiani nel “Fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello

Il forestiere della vita comprende la nullità, l’insignificanza del transeunte vivere umano.

Altra consapevolezza che aggiunge l’amareggiato Mattia Pascal è la totale indifferenza della natura ai problemi umani. Questa rivelazione avviene durante un curioso colloquio tra il bibliotecario ed un uccellino in gabbia.

«Là, in un corridojo, sospesa nel vano d’una finestra, c’era una gabbia con un canarino. Non potendo con gli altri e non sapendo che fare, mi mettevo a conversar con lui, col canarino: gli rifacevo il verso con le labbra, ed esso veramente credeva che qualcuno gli parlasse e ascoltava e forse coglieva in quel mio pispissío care notizie di nidi, di foglie, di libertà…»

 

Questo scambio di versi tra Mattia e l’animale veicola un’amara verità: «Ebbene, a pensarci, non avviene anche a noi uomini qualcosa di simile? Non crediamo anche noi che la natura ci parli? e non ci sembra di cogliere un senso nelle sue voci misteriose, una risposta, secondo i nostri desiderii, alle affannose domande che le rivolgiamo? E intanto la natura, nella sua infinita grandezza, non ha forse il più lontano sentore di noi e della nostra vana illusione». La natura non è affatto interessata agli affari umani; vive distante, apatica e distaccata.

Anche questa è un’altra eco leopardiana presente nel romanzo. Nel fantasioso Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo sul pianeta Terra il genere umano è scomparso eppure la natura continua il proprio corso, noncurante affatto dello sconvolgente accaduto.

«Gnomo

Sia come tu dici. Ben avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia risuscitassero, e sapere quello che penserebbero vedendo che le altre cose, benché sia dileguato il genere umano, ancora durano e procedono come prima, dove essi credevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli.»

 

Giacomo Leopardi, nel pieno dell’ottimismo imperante nel XIX secolo, proclama ironicamente la piccolezza dell’essere umano che non occupa più il centro dell’universo; non è più fine ma un mezzo che consente al mondo e alla natura di conservarsi; in sé non possiede alcuna particolarità tale da renderlo speciale, importante.

«Natura

Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità.»

 

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Anche nel celeberrimo Dialogo della Natura e di un Islandese il genio recanatese denuda con violenza l’esistenza umana, svelando ai suoi contemporanei che il mondo non è stato affatto concepito per loro; non sono sovrani ma pedine che servono alla sopravvivenza del pianeta. Inoltre, la natura è disinteressata anche alla loro sorte e quando permette una calamità non realizza il male che ha causato.

«Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.»

 

Doveroso sottolineare, anche se apparirebbe superfluo, la lungimiranza di Giacomo Leopardi. I suoi umori, i suoi tormenti, la sua poetica intrisa di nichilismo trovarono terreno fertile negli artisti italiani del XX secolo, tra questi anche Luigi Pirandello. Il fu Mattia Pascal vide la luce in un periodo caratterizzato da forte ottimismo e fiducia, simile a quello nel quale visse il giovane poeta di Recanati. Il secolo delle macchine, tanto decantato dai futuristi e da D’Annunzio, sembrava dare rosee aspettative sulle umane sorti, la penna di Pirandello, invece, si arricchisce di echi leopardiani per svelare le piccolezze, i disagi dei contemporanei sempre più smarriti in un universo immenso ed in continuo mutamento.

Cambiano i tempi ma le paure rimangono vecchie quanto il mondo.

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