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E se stesse per arrivare la disfatta dell’homo sapiens?

E se stesse per arrivare la disfatta dell’homo sapiens?Vedere limitata la nostra libertà personale a causa di un virus negli anni Venti del Duemila non era un’ipotesi così remota. Le pandemie in passato ci sono già state e se aggiungiamo la globalizzazione, un eccessivo consumismo, il poco rispetto per l’ambiente, le probabilità aumentano. Discorso simile se pensiamo che il web ci manipoli orientando le nostre opinioni. Tale assunto non è certo lontano dal vero. O ancora, che un'alluvione stravolga il luogo in cui abitiamo a causa dei mutamenti climatici.

Questo per dire che se estremizziamo tali eventi nella finzione letteraria entriamo nella distopia che non è poi così lontana dalla realtà che viviamo. Un genere letterario che strizza l’occhio alla fantascienza rivolgendo uno sguardo interrogativo e critico sul presente, e lo fa sembrare pure meglio se pensiamo a un futuro peggiore o apocalittico. Apre dibattiti, risveglia coscienze sopite, suscita inquietudine.

Ha scelto di esordire proprio così immaginandoci con piglio e ironia fra cento anni un’attrice e comica italiana molto nota al grande pubblico e che ha fatto della satira la sua arma di battaglia: Sabina Guzzanti, con 2119. La disfatta dei Sapiens, edito da HarpenCollins Italia.

La storia – divisa in capitoli con numerazione binaria e non decimale – inizia in un certo senso in medias res, perché il mondo è già cambiato. Innanzitutto dal punto di vista geografico, e lo si vede da una mappa piuttosto eloquente posta a inizio libro.

 

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Quanto alla trama, si presenta ramificata e complessa. È necessaria attenzione per entrare nella storia, vista la presenza di una fitta rete di personaggi e dialoghi, che vede coinvolti adulti e bambini. Un romanzo corale dove tutti sono importanti nel bene e nel male.

E se stesse per arrivare la disfatta dell’homo sapiens?

La società è strutturata sulla base di un sistema feudale in cui le ricchezze sono concentrate nelle mani di supermilionari che controllano il web, i Crem, gestite da un Consorzio di multinazionali, mentre i nuovi poveri sono i migranti ambientali che non hanno nemmeno diritto di voto e che si trovano ammassati in grandi campi di accoglienza situati nel sud dell’Europa.

Di umano nelle persone è rimasto poco: un microchip ne controlla pensieri. Per giunta le cose rischiano di peggiorare con un algoritmo che ne cancellerà il libero arbitrio. Infatti:

«il Consorzio ha lanciato in rete Alq, una nuova bestia tecnologica le cui capacità sono ancora in buona parte oscure. Presentato al pubblico come un algoritmo di nuova generazione, è evidente che in realtà sia un’intelligenza artificiale a tutti gli effetti. Un’intelligenza artificiale diffusa, senza corpo, che esiste solo nella rete. Una specie di cervello potentissimo ideato per soggiogare gradualmente il web divenendone l’unica volontà, pilotata dagli azionisti di maggioranza del Consorzio».

 

Gli unici che vogliono cambiare il sistema prima che sia troppo tardi sono i redattori di una rivista, «Holly», con a capo Tess, direttrice in gamba ma frustrata perché poco considerata dagli altri, che tiene una rubrica dedicata ai felini, “Gattomat”, perché sono animali portatori di consensi facili. 

Questi cronisti non sono ben visti dal potere in quanto non si limitano a riportare le notizie; pertanto sono considerati dei dissidenti, un manipolo di terroristi pericolosi che mettono strane idee in testa agli altri.

Vengono così confinati, da una sentenza di tribunale, in un’isola sotterranea per ridurli al silenzio.

E se stesse per arrivare la disfatta dell’homo sapiens?

Lasciano dunque la loro città Taur – che si distingue dagli altri feudi Crem perché è la sede del governo, mentre il parlamento che dovrebbe vigilare sul rispetto della Costituzione viene violato nel totale disinteresse dei cittadini, come denunciato dagli stessi giornalisti – alla volta della nuova vita, insieme alle loro famiglie.

«La navigazione procede senza intoppi. Quando arriva l’ora di dormire, stabiliti i turni al timone, si sistemano chi in terra, chi nelle cabine, chi sui divani. Le ore trascorrono veloci in un clima di grande eccitazione, in cui si alternano speranza e terrore per l’ignoto. Gli unici che dell’esperienza colgono solo il lato positivo sono i bambini. Oltre ad Ayla, figlia di Tess e Jonathan, ci sono i gemelli Ruber e Pap, figli di Chris; c’è Marta, figlia di Elsa dell’amministrazione. C’è Juno, figlio di Usserl, il grafico forzuto e pieno di interessi. E la piccola Koko, orfana di una redattrice uccisa durante un reportage, adottata da Solongo e un po’ da tutti. Le età variano dai sette anni di Koko ai dieci di Marta, la più grande».

 

Chi si impegna per l’affermarsi della democrazia ed è contro ciò che è sinonimo di sovranismo non viene ridotto certo al silenzio semplicemente perché in esilio.

Si crea così una sorta di “guerra fredda”, a colpi di messaggi ologrammatici, schermi predominanti per cui ogni opinione dev’essere supportata da una conferma proveniente dai media, piante che sembrano aliene ma lo sono meno dei robot, malattie e virus che sconvolgono i già fragili equilibri.

Una lotta che vede contrapposti due modi di vivere e vedere il mondo dove ci si salva solo se si utilizza bene quello che è stato donato dalla natura per essere chiamati sapiens.

Pertanto, 2119. La disfatta dei sapiens si pone come denuncia socio-politica di uno stato attuale di cose che potrebbe peggiorare senza un radicale quanto coraggioso cambio di passo. E questo coraggioso cambio di passo spetta a tutti noi, ora. Non è più procrastinabile.

 

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Narrativa come impegno civile e intellettuale, in linea d’altro canto con la cifra stilistica dell’autrice.

Appare curiosa e fa pensare anch’essa, inoltre, una citazione sulla libertà di espressione e sulla libertà di espressione artistica in particolare, posta in esergo al libro:

«Impiegai anni a capire che avevo scelto di lavorare in ambiti disprezzati e marginali quali la fantascienza, il fantasy e la narrativa Young Adult proprio perché quei generi sfuggivano al controllo della critica, dell’ambiente accademico, a ciò che era considerato canonico, lasciando libera l’artista che era in me» (Ursula K. Le Guin).

 

Determinati argomenti, come sappiamo, vennero già affrontati nella metà degli anni Cinquanta del Novecento: l’occhio totalizzante e totalitario del Grande Fratello in 1984 di Orwell e, prendendo spunto del maccartismo americano, Ray Bradbury, che mise in evidenza le conseguenze dall’autoritarismo e dell’eccesso di spettacolarizzazione in Fahrenheit 451.

Tuttavia, fermo restando che a parte le riflessioni che ne derivano, Guzzanti si discosta per stile da questi due classici della distopia, l’impatto resta notevole. Se poi teniamo conto del periodo particolare che stiamo affrontando il pathos emotivo aumenta. Oltretutto, come dichiarato dalla casa editrice e dalla stessa autrice in alcune interviste, la parte relativa alla pandemia è stata scritta prima dell’arrivo del Covid-19. Una lettura visionaria impegnata, non consolatoria, ma neppure ombrosa o del tutto pessimistica come si capirà giunti al termine.

Interessante pare essere il fatto che, unita a uno spirito carico di humor e a un messaggio di speranza e sogni, realizza un mix arguto e singolare.

Infine, la prevalenza di personaggi femminili con il ruolo dell’eroina Tess, quella sottovalutata e screditata e i suoi fantomatici gatti – a cui spettano un ruolo di primo piano, sinonimo di indipendenza oltreché di click facili sui social – e i viaggi che hanno una discreta importanza nel legare fra di loro le vicende, rendono 2119. La disfatta dei sapiens un romanzo moderno, pieno di avventure in un certo senso picaresche.


Per la prima foto, copyright: Robynne Hu su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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