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Dove siamo finiti? “Storia delle mie ossa” di Francesco Leto

Dove siamo finiti? “Storia delle mie ossa” di Francesco LetoFrancesco Leto ha circa quarant’anni e pubblica il suo nuovo romanzo da Mondadori, col titolo di Storia delle mie ossa; è un libro svagato ma non semplice, forse perché non si sa bene dove voglia andare a parare questa specie di biografia romanzata, seppure con scrittori e artisti importanti della tradizione a corredo (ad esempio, nella presentazione del libro vengono fatti i nomi di Swift e del regista Tim Burton). Leto è stato citato come simpatico “amico dell’anima” da Ornella Vanoni in un’intervista rilasciata al «Corriere della Sera» (a volte dice la cantante che dorme di notte con lui, per poter parlare di poesia); d’altronde, in qualità di scrittore, cerca di avere una propria visione della vita, magari con la pubblicazione di romanzi e poesie che assomigliano a quei corpi patafisici delle opere di Boris Vian. Storia delle mie ossa è una sorta di biografia con una voglia trasparente di non far muovere la storia in maniera classica, da A a B. Il protagonista del libro è un uomo che ha ereditato una fragilità ossea da parte del proprio padre:

«Da lui ho avuto in dono solo una fragilità ossea che mi basta uno sgambetto per spezzarmi il collo del piede e che si aggiunge alla fragilità di stomaco e di nervi, trasmessami sempre da lui, e che si somma a tutta una lunga serie di altre spiacevolezze fisiche che per ora preferisco risparmiarvi».

 

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Dove siamo finiti? “Storia delle mie ossa” di Francesco Leto

Il padre aveva conosciuto la moglie e madre del protagonista a Roma, la Rossa, che aveva un rapporto abbastanza conflittuale con la Pungolatrice, la sua levatrice e anche sua sorella. Quando nacque il protagonista la madre volle essere sicura che tutto fosse normale:

«La Rossa volle subito sincerarsi che l’orecchio sinistro fosse della stessa dimensione di quello destro, aggraziati come quelli di mio padre e che il paio rispettasse l’armonia della testolina. Poi, sfinita, fors’anche per tutti gli esercizi di aerobica di quei mesi, diede un colpettino di tosse e chiuse gli occhi per dormire».

 

La Pungolatrice aveva una specie di bazar con dei gelati alla menta che dovevano essere in ghiacciaia «vecchi di chissà quante estati»:

«Il bazar rimaneva sempre aperto. Anche durante gli orari di chiusura bastava bussare senza timidezza. Era il momento in cui lei faceva la siesta sulla poltrona. Non ha mai mancato di ripetermi di lanciarmi a aprire la porta, semmai si fosse abbandonata al riposino pomeridiano. Non ce n’è mai stato bisogno, è sempre stata più veloce di me».

Dove siamo finiti? “Storia delle mie ossa” di Francesco Leto

La figlia della Pungolatrice si chiama Euridice e ha una passione scatenata per il cantante Luis Miguel, per il quale aveva cercato d’imparare perfino lo spagnolo.

Intanto un giorno il padre del protagonista, in un’estate afosa e senz’aria, morì:

«Mentre ero lì lì per buttarmi tra le sue braccia, (la Rossa) si alzò in piedi per portarmi dritto di fronte alla bara di mio padre. Aveva voluto sistemarlo un po’ decentrato e soprattutto circondarlo di fiori per occluderlo alla vista dei visitatori più indiscreti. Mi invitò a riflettere sul senso della vita e su quanto non ci si possa mai permettere di dissipare un solo secondo della nostra esistenza. È per questo che ci teneva a dirmi che io non l’avrei mai vista piangere. Perdere cotanta bellezza, aveva detto, era una dura prova ma lei avrebbe celebrato a modo suo ogni giorno il ricordo di nostro padre.»

 

A volte il protagonista del romanzo fa quasi un’autodenuncia dal punto di vista della biografia raccontata e si mette a scrivere «dovrei mantenere una certa distanza di sicurezza dai personaggi del mio romanzo». È una spietata denuncia che non ci fa mettere in tutto il libro la sequenza da A a B. È un romanzo che ci fa sentire che tutto lì, anche gli episodi minimi, è di grande importanza e apre a ogni cosa, anche la minima come quella di non aver bisogno di stare dentro una nazione, anche se Parigi è il luogo della sua anima, anzi la panchina a Villemanzy:

«Sarei potuto morire già tante di quelle volte nella mia vita che potrei riempirci pagine e pagine di questo romanzo, il titolo sarebbe: Diario della mia sopravvivenza.»

 

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È una specie di rocambolesco libro che accetta e discetta su tutto, senza far troppo caso ai punti all’interno della storia. Fino alla fine, quando si giunge alla storia d’amore tra il protagonista e lo studente che lui seduce per le lezioni d’italiano, con la voglia di contargli perfino le nocche ossute della mano destra, promettendogli una loro descrizione in un prossimo romanzo:

«Tocca sempre a me dar loro una storia che sia decente e che parli a qualcuno, e cioè a tutti noi».


Per la prima foto, copyright: Jordan Koons su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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