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Dilma Rousseff e i Mondiali della propaganda

Dilma RousseffMai come quest’anno c’è stato un Mondiale di calcio dal sapore propagandistico, tra quelli disputati in una democrazia.

Che fossimo davanti a un esperimento costoso e mal riuscito di Dilma Rousseff era chiaro da tempo, visto il forte, fortissimo dispiegamento di forze, l’occultamento della povertà e la diffidenza verso i reporter brasiliani che avevano iniziato a seguire dalle favela il corso di questa celebrazione politica finita nel peggiore dei modi.

Sacrificando la spesa sanitaria, scolastica e nei trasporti, la Rousseff ha voluto fare il passo più lungo della gamba, restando in stampelle a un anno esatto dalle prossime elezioni. Cade nel fango la sua ambizione personale ammantata di populismo, che a San Paolo si chiama Calcio, il Dio Calcio. Non ha fatto i conti con la realtà di un Paese, il suo, che sta inseguendo male il modello occidentale, quello uscito con le ossa rotte dalla crisi del 2008, quello piegato dalla finanza e dalla speculazione edilizia. E ha voluto regalare a se stessa e a un popolo la disfatta, la delusione, lo sconforto.

Non c’è da stupirsi se riprendono i moti, se si riaccende la fiamma della contestazione, se oltre il tifo restano la dilaniante realtà di uno Stato diviso tra nuovi ricchi (come in Russia), vecchi poveri (come in Cina) e nuovi impoveriti (come dappertutto).

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La concentrazione del conflitto, allora, è pronta sulla soglia della storia brasiliana, un conflitto inedito, senza precedenti, perché l’onda populistica attivata dalla Rousseff era altrettanto inedita.

Luiz Felipe Scolari sarà forse la vittima sacrificale, come il calciatore Dante, ma è l’immagine di Neymar con la schiena rotta quella che più calza alla descrizione di questo Brasile nel coito interrotto con la crescita economica.

E non è nemmeno casuale, perché la storia non lo è mai, che a sconfiggerlo e a ricondurlo alla sua ragion d’essere sia stata la Germania, la zelante Germania, la cinica Germania di un’altra donna, Angela Merkel, che partecipando, adesso, alla finale, si prende gli onori e i tributi che erano destinati alla sua collega.

E già… il mondo cambia, cambia il genere, il sesso dei potenti, ma le retoriche restano uguali, come gli squilibri dentro il Brasile e tra quest’ultimo e il resto del mondo.

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