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Diario di un comitato di lettura

Diario di un comitato di letturaCome (e di cosa) scrivono oggi gli aspiranti scrittori?

I ricordi di guerra del nonno che invecchia, in una città di baci dati e non dati, tra vino, gatti, immigrati, amori violenti e malattie. Questo potrebbe essere un riassunto delle mie ultime tre settimane passate a leggere racconti in veste di “comitato di lettura” per la sezione racconti del Premio Letterario InediTO. Il mio compito è stato quello di selezionare la rosa degli otto racconti finalisti tra gli oltre cento inviati. Sarà poi una giuria “togata” a decretare i vincitori durante il Salone del Libro di Torino (10 - 14 maggio 2012). Sono stata catapultata dentro l’osservatorio privilegiato di un premio letterario. Come (e di cosa) scrivono oggi gli aspiranti scrittori? In una specie di diario ho tenuto traccia delle tendenze tematiche e dei modelli narrativi per delineare la fotografia che emerge da questo campione di 110 racconti a tema libero.
 

  • I temi– Fioccano le memorie di famiglia, gli episodi legati ai nonni in tempo di guerra, nelle campagne o nelle città; chi a casa, chi partigiano, chi soldato che scrive dal fronte. Lo straniero in divisa si tramuta poi nell’immigrato alle prese con l’integrazione in città giudicanti. Ragnatele urbane che fagocitano “gli ultimi” (immigranti, senzatetto, anziani soli, persone in disagio psichico) e, al tempo stesso, li rendono invisibili. Non manca certo l’amore in tutte le sue declinazioni negative: mancato, immaginato, perso, tradito, molesto, violento. Si scrive di maternità ma, soprattutto, di terza età. Il corpo che invecchia, la malattia, la solitudine spersonalizzante e l’assistenza mortificante. Spopolano gli animali, soprattutto i gatti. Dalla Bibbia e dagli extraterrestri di galassie lontane arrivano sprazzi di significato cosmico.   
  • Il genere letterario– Per quanto possano essere fuorvianti e riduttive le etichette vi è una netta prevalenza del modello “diario impazzito”. Una prima persona spesso inesperta che si perde in quello che in inglese è detto stream of consciousness, quel flusso di coscienza di pensieri disordinati che può facilmente scappare di mano. Il racconto sacrifica l’iter narrativo e inizia ad assomigliare più a un monologo slegato e privo di ritmo. Oltre al “biografico”, va per la maggiore anche l’elemento storico. Sono diversi i racconti ispirati al passato: da rievocazioni di battaglie e carteggi fra figure storiche a rivisitazioni in chiave epica e ispirate a testi sacri. In mezzo, qualche favola con la sua morale e alcuni gialli alla Il commissario X. Quasi assenti l’avventura e il fantasy.
  • Il discorso diretto– Qui, ahimè, casca l’asino e avviene la decimazione. L’inesperienza trova davanti al discorso diretto il suo ostacolo più grande. I preamboli diventano innaturali, i ‘botta e risposta’ suonano come la redazione di un verbale dai Carabinieri e la trasposizione dei discorsi risulta artificiosa e poco credibile. Qui si vede la mano di un bravo narratore, capace di rendere fluido lo scambio, senza appesantirlo con inutili congiunzioni. Quando il discorso diretto pare forzato si perde la magia all’istante.
  • L’imboccamento del lettore– L’immagine che mi sovviene è proprio quella del spoon- feeding, ovvero l’imboccamento di un neonato. È forse la poca sicurezza nella propria capacità narrativa, oppure la sottovalutazione del lettore che produce quella prosa troppo “spiegata”, quell’abitudine di mettere per forza in parola quello che andrebbe lasciato all’immaginazione di ognuno. Non mi riferisco alle descrizioni ma a veri e propri passaggi in cui si ha la sgradevole sensazione di essere preso di peso e trascinato sulla strada di significato già tracciata dallo scrittore. Non c’è modo di “entrare” intimamente in un racconto quando il campo è già seminato e il raccolto sbattuto in faccia. Il talento sta nel saper tirare le fila con tocco lieve e invisibile.
  • La gestione delle digressioni– Il flashback è un espediente gettonatissimo ma, anche quello, può diventare una bomba a orologeria. Ci vuole capacità a saltare tra presente e passato senza far calare il ritmo e poi, a un certo punto, bisogna sapere legare tutto insieme: episodi, azioni e sensazioni. La digressione è spesso la via più facile e, di primo acchito, la più poetica ma la deriva verso il caos narrativo è sempre in agguato.   
  • Il finale precipitoso– Oltre la metà dei racconti soffre della sindrome da finale frettoloso. Un’attenta costruzione del personaggio in pagine e pagine si spegne nel giro di due subordinate. Una settimana in dieci pagine fitte e poi lo spazio di anni in una frase. Come per le digressioni, la scorciatoia del finale eclatante corre un alto rischio di delusione. Concludere è forse la parte più complicata, è vero, ma non ce la si può cavare certo con qualche frase a effetto, con qualche fotogramma seppiato e un “the end” in campo lungo.  
  • La punteggiatura– C’è veramente poca cura nelle virgole e nelle pause. Credo che la punteggiatura sia estremamente sottovalutata quando, invece, è un’arma di potenza smisurata. Se si vuole scrivere in modo barocco, bisogna saper usare il punto e virgola. Se si vuole essere ermetici, bisogna saper dar spazio alle virgole. La punteggiatura non si improvvisa, così come non si improvvisa l’impaginazione. Un’altissima percentuale di elaborati contiene spazi prima della virgola o subito dopo aver aperto la parentesi. Saltano invece ripetutamente gli spazi tra un punto e l’inizio di una nuova frase. Insomma, anche l’occhio vuole la sua parte!
  • Gli errori grammaticali– È diffusa la confusione tra i pronomi gli/le. Il da preposizione non viene differenziato dal verbo. Stessa sorte per gli avverbi di luogo e che non si distinguono dai relativi pronomi. Perché (e tutta la banda dei benché, finché, nonché. . .) viene scritto con l’accento grave. L’amore per la scrittura, secondo me, è anche questo!
  • L’uniformità dello stile– Saltare da dettagliati passaggi in cui si sprecano aggettivi per descrivere una stanza fino all’ultima crepa nell’intonaco ad asciutte panoramiche a volo d’uccello provoca un disequilibrio narrativo. A tratti il racconto pare scritto da persone diverse ed è difficile che ne risulti un ritmo efficace. Per questo occorre rileggere mille volte, essere capaci di non affezionarsi troppo alle proprie parole e imparare a omettere, riscrivere, limare. La scrittura è anche esercizio!
  • I cliché– Le vittime preferite degli stereotipi narrativi sembrano essere le stagioni. Non si contano le “calde mattine d’estate”, “i tiepidi pomeriggi autunnali” e le “fredde sere d’inverno”. Omologate anche le equivalenze ‘cielo terso = energia interiore’ e ‘nuvole/nebbia = confusione emozionale’. Si ripetono alcune figure: il “pazzo” buono, la vicina impicciona, l’acqua cheta che rompe i ponti e gli uomini i cui caratteri si trasformano nel giro di una notte.  

 

Le meravigliose eccezioni

Two roads diverged in a wood, and I — I took the one less traveled by, And that has made all the difference.(da The Road Not Taken, Robert Frost) [Divergevano due strade in un bosco, e io… Io presi la meno battuta, E di qui tutta la differenza è venuta. (da La strada non presa, Robert Frost, traduzione di Giovanni Giudici)]

 

Mi ispiro a Frost per testimoniare le meravigliose eccezioni, quei racconti che compongono la mia rosa finale e che camminano lungo la strada “meno battuta”. Scritti diversi fra loro che ho scelto senza esitazioni. In essi c’è la maestria nel gestire narrazioni a più livelli temporali, c’è la capacità di costruire allegorie incalzanti e di cesellare i profili dei loro personaggi nel marmo. Sono scrittori che sanno dar vita a ogni singola parola, sono in grado di concedere un lasciapassare per mondi interni senza che tu te ne accorga. Architetti lucidi, solidi e indelebili. Va da sé che l’elemento soggettivo è inevitabile. Io, come l’astrologa, mi sono limitata a indicare e non a determinare. La patata bollente di selezionare i vincitori la lascio ad altri.

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