David Lynch e il suo spazio dei sogni
Puntata n. 44 della rubrica La bellezza nascosta
«Tutta la macchina di Twin Peaks si muoveva velocissima. Era come cavalcare un toro nell’occhio del ciclone, e per chiunque fosse coinvolto fu davvero destabilizzante. È grottesco sentirsi oggetto di un’attenzione così smisurata, e non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Il secondo anno diventò un vero e proprio delirio: nel momento stesso in cui cercavamo di andare avanti con le puntate la serie iniziava ad avere una vita propria come fenomeno culturale. E queste forze risultavano spesso in contrasto tra loro.»
Alcuni uomini riescono, grazie alla loro arte, a coinvolgere e a meravigliare; questi individui sono spesso conturbanti, e senza ombra di dubbio dei geni. Parlare di David Lynch può essere semplice, ma anche rischioso; un uomo che ha fatto della sua immaginazione e delle sue paure il fulcro della sua opera artistica, un uomo che ha destabilizzato platee, che le ha commosse o confuse. Alcune pellicole di Lynch sono veri e propri enigmi e per giungere alla soluzione c’è bisogno di guardarle e riguardarle, e molto spesso solo per arrivare a un’interpretazione personale di ciò che si è visto.
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Regista, sceneggiatore, fotografo, pittore e all’occorrenza musicista, l’uomo David Lynch sembra venuto fuori da un romanzo, da un racconto fantastico; ha da sempre scavato nell’anima dell’essere umano con pellicole come Eraserhead (1977), The Elephant Man (1980) o Una storia vera (1999), ci ha regalato una serie tv come Twin Peaks che per regia e sceneggiatura resta una delle vette più alte per quanto concerne i telefilm; ci ha regalato rompicapi come Mulholland Drive (2001), Inland Empire – L'impero della mente (2006) e scosse, con pellicole come Cuore Selvaggio (1990) e Strade perdute (1997) e Velluto blu (1986). Ma prima di ogni cosa, le sue opere, che siano state filmiche o fotografiche o pittoriche, ci hanno deliziato con un lato estetico indiscutibile; si può affermare che ogni opera su cui abbia messo le mani sia diventa “arte” nel senso assoluto del termine.
David Lynch è nato nel 1946 (Missoula), con l’aiuto della giornalista americana Kristine McKenna ha scritto la sua biografia Lo spazio dei sogni pubblicata in Italia da Mondadori, traduzione a cura di Luca Fusari e Sara Prencipe.

Un testo che rappresenta un vero tesoro per potersi addentrare nell’universo Lynch e per cercare di comprendere da dove siano nate le sue nevrosi, le sue paure e la sua propensione per quella parte della vita che pare trovarsi sempre al di là della normalità. Ci troviamo quindi a fare un viaggio al fianco del regista, partendo dalla sua infanzia fino a giungere alle prime pellicole, alla musica, ai primi successi e ai momenti di difficoltà. Un viaggio che è anche visivo perché all’interno della biografia ci sono molte foto di David Lynch che lo ritraggono in svariati momenti della sua esistenza.
«Verso la fine del nostro lavoro, entrambi abbiamo avuto la stessa sensazione: ci sembrava che il libro fosse un po’ breve e scalfisse appena la superficie della storia. La coscienza umana è troppo vasta per essere racchiusa in un libro, e ogni singola esperienza ha mille sfaccettature. Noi volevamo che fosse la parola definitiva, ma non è che una rapida occhiata.»
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Le parole di Lynch sono precise e asciutte, ci racconta tutto quello che è stato della sua vita senza nasconderci niente, un racconto a cuore aperto sul percorso di un artista, sulle passioni di un uomo geniale, e sulle sue debolezze. Come lo stesso regista spiega all’interno del libro, lui e la giornalista McKenna hanno preferito lavorare individualmente su ogni singolo capitolo, salvo poi passarseli e confrontarli per farne venir fuori un risultato soddisfacente per entrambi e quanto più vicino alla veridicità dei fatti.
“Fin da piccolo Lynch aveva un talento naturale per il disegno. Per non limitarne l’immaginazione, la madre non gli diede mai album da colorare; il padre portava a casa dal lavoro pacchi di carta millimetrata, così, quando gli andava di disegnare, David aveva a disposizione tutto il necessario e veniva incoraggiato a seguire la sua fantasia. «Era appena finita la guerra, in giro c’erano un sacco di residuati bellici, disegnavo pistole e coltelli» ricorda. «Ero appassionato di aerei, bombardieri e caccia, Flying Tigers e mitragliatrici automatiche Browning raffreddate ad acqua.»”

Lo spazio dei sogni è uno di quei libri che vanno custoditi gelosamente perché, quando un meraviglioso artista come Lynch decide di aprire le porte del suo mondo e di farci entrare, non ci resta altro da fare che metterci comodi e leggere e guardare le foto e provare a comprendere cosa ci sia, della sua vita privata, nei suoi film.
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Se c’è una cosa sicura è che le pellicole di David Lynch sono oggetti senza confini, la sua visione della realtà, che viene fuori in maniera magistrale anche dalle sue opere fotografiche, è unica e inavvicinabile; non resta che andare a ripercorrere tutte le sue opere, per chi non l’avesse ancora fatto, e di andare a scoprire il Lynch pittore o il Lynch musicista, perché anche lì vedrete venire a galla quel senso di onirico ed irreale che ha pervaso, da sempre, la sua filmografia.
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