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Daniele Cobianchi e i quarantenni affetti da “La sindrome di Hugh Grant”

Daniele Cobianchi, La sindrome di Hugh GrantSono tanti e vivono in mezzo a noi i quarantenni che Daniele Cobianchi descrive nel suo romanzo La sindrome di Hugh Grant, pubblicato da Mondadori. Sono affetti da questa “patologia”, non perché siano bellocci e fascinosi come l’attore britannico protagonista delle commedie romantiche più famose degli ultimi venti anni (da Quattro matrimoni e un funerale a Notting Hill, tanto per citarne un paio), ma perché, proprio come questo celebre scapolo d’oro, fuggono (quasi) sistematicamente dalle responsabilità. Si rifugiano nel cliché dell’eterno giovanotto che ha raggiunto una buona posizione economica (o almeno si spera), ha amici divertenti, trascorre il tempo tra hobby, feste e viaggi più o meno costosi. Tra questi, si può annoverare anche qualcuno munito di una fidanzata “eterna”, quella giusta, ma non così tanto da meritare di essere portata all’altare. Fin qui sembra tutto troppo facile e si potrebbe dire che ogni donna tra le lettrici di questo articolo conosce più di qualcuno (cui mandare sonori anatemi) tra i quarantenni affetti dalla sindrome di Hugh Grant.

«Non capisco questa cosa dei quarantenni che girano con la scarpetta al collo – si legge in un passaggio del romanzo – li vedevo anche quando stavo con Marcella, tutti impettiti e gonfi in organze sintetiche e lini misti acrilico, darsi un tono da protagonista del Grande Fratello e dire: «Io sono uno che le cose le dice in faccia, punto». Ma all’epoca, l’idea di farne parte era così distante da me che non mi preoccupava, e con Marcella si rideva a crepapelle quando questi bellimbusti ci tagliavano la strada». C’è dell’altro, però, nella storia di Thomas Rimini, affermato manager nel marketing dei sughi pronti. Non bisogna fermarsi al ciuccio che spicca sulla copertina rosso fuoco di questo romanzo, che sta a metà tra il divertissement  di Bridget Jones e la frenesia di Rebecca Bloomwood, pur se declinato al maschile e in salsa meneghina, con una freschezza e spontaneità tutte sue.

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Daniele CobianchiNon è soltanto il racconto di un uomo di successo che non vuole sposare la sua fidanzata storica, come accade di sovente. Non è soltanto la vecchia questione del Peter Pan che si rifiuta di crescere e via dicendo. Cobianchi, scrittore – ha pubblicato Il segreto del mio insuccesso (2006) e Dormivo con i guanti di pelle (2013) – ed esperto di comunicazione, racconta una storia comune sia a uomini che a donne, fatta di fragilità, di incapacità di amare, di rinuncia totale a mettersi in gioco. Se gli uomini si rivelano inaffidabili, traditori, scostanti, le donne non stanno messe poi tanto meglio, suggestionate dal carrierismo alla Melanie Griffith o imbrigliate nella dipendenza dai social network o da dinamiche alla Carrie Bradshaw e socie direttamente da Sex in the City.

È il ritratto di una generazione che, in fondo, non sa quello che vuole e non sa dove andare, ambientato in una Milano che non è più da bere, dove si aggirano i fantasmi degli Yuppies anni Ottanta, ma senza un eccessivo ricorso all’analisi sociologica, sia chiaro. Tutti, uomini e donne, giocano ad interpretare un ruolo cui non appartengono veramente, come pedine di una gigantesca scacchiera. Più che dominare, sono dominati, completamente in balia di emozioni e stati d’animo che non sono in grado di gestire. 

Non sveliamo le vicende che Thomas, piacione incallito, si trova ad affrontare, districandosi tra un dedalo di appuntamenti amorosi e amichevoli.

La sindrome di Hugh Grant si legge tutto d’un fiato, diverte e fa riflettere allo stesso tempo e in molti si riconosceranno nello spaccato agrodolce di questi tempi che Cobianchi ben conosce.

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