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Dalla parte della Signora Vicario. “Un Letto fra le Lenticchie” di Alan Bennett e Luca Torracca

Dalla parte della Signora Vicario. “Un Letto fra le Lenticchie” di Alan Bennett e Luca TorraccaTornare a teatro dopo quasi un anno è un’emozione fortissima che ha lo stesso sapore di un ritorno a casa a lungo desiderato. Il tutto è amplificato se quel teatro è l’Elfo Puccini di Milano e se in scena c’è un testo di Alan Bennett. Stiamo parlando di Un Letto fra le Lenticchie, celebre monologo tratto dai Talking Heads e che prende, nuovamente, vita grazie a Luca Toracca.

Non è la prima volta che Toracca veste – letteralmente – i panni dei protagonisti dei meravigliosi monologhi dei Talking Heads (tradotto in italiano per Adelphi, con il titolo di “Signore e Signori”). Un Letto fra le Lenticchie, infatti, è il terzo monologo ad animare il palco dell’Elfo Puccini, dopo il grande successo di Una Patatina nello Zucchero e Aspettando il Telegramma – andati in scena, rispettivamente, nel 2018 e nel 2019.

 

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Quando entriamo nella sala Baush del celebre teatro meneghino, Toracca è già in scena con tanto di parrucca, collant, collier di perle e vestito a fiori. Interpreta Susan, l’atipica e frustrata moglie di un vicario di una piccola comunità nei pressi di Leeds. L’intimità della sala e la prossimità dell’attore verso gli spettatori incarnano perfettamente lo spirito dei Talking Heads, i cui monologhi ci ricordano quasi delle “confessioni” tra il personaggio e il pubblico. Lasciamo “confessioni” tra virgolette, perché hanno ben poco di sincero. Il personaggio si svela e si sgretola davanti a noi, ma non conosciamo la verità fino in fondo. Solo una delle sue molteplici – e spesso decisamente arbitrarie – interpretazioni.

La Susan di Toracca è estremamente frizzante e intraprendente e si discosta leggermente dal personaggio schivo, quasi apatico di Bennett. L’accento, qui, è stato posto sull’irriverenza e sulla ribellione della sua figura, trascurandone, forse, l’aspetto più drammatico. Susan, infatti, è ben lungi dall’incarnare la tipica e classica moglie di un membro del clero anglicano. Oltre ad essere fortemente impacciata e insoddisfatta di una vita in cui proprio non si riconosce, ha evidenti problemi di alcolismo che la spingono a rubare il vino della Comunione dalla sagrestia e a contrarre debiti con le drogherie del quartiere.

Il fine ultimo dei Talking Heads, come dimostra chiaramente questo monologo, è mettere in scena le contraddizioni insite nella natura umana e il suo inevitabile conflitto con le istituzioni. La Chiesa anglicana non è certo esente da tutto questo, anzi. Invece che portare conforto e redenzione, per Susan la religione è fonte primaria di stress. Suo marito Geoffrey, il signor vicario, è troppo impegnato a far carriera e a bearsi di sé stesso per accorgersi che la “Signora Vicaria” – come viene chiamata più volte Susan – salta le funzioni, è perennemente ubriaca e sembra considerare Dio “un lavoro come un altro”.

Eppure, ad un primo sguardo, come ci dice anche lei stessa Susan sembra “fatta apposta per Dio”, anche se, di fatto, nessuno le ha mai chiesto se ci crede veramente. “Uno dei grandi misteri della vita”- affermerà esasperata – “o almeno della mia di vita, è: perché ci si aspetta che la moglie di un vicario vada in chiesa? (…) Tralasciando poi la questione più ampia, cioè se una crede in Dio o no. Si dà per scontato che la moglie di un vicario ci creda, ma in realtà la questione non è mai posta (…). Eppure avrei preferito che qualcuno mi consultasse”.

L’unico che sembra capirla è proprio quel Mr Ramesh, proprietario ventiseienne e indiano di una piccola drogheria di Leeds in cui Susan capita per caso, a caccia di alcolici, e che sarà il fautore della sua redenzione.

Il testo, comunque, non manca di comicità e Toracca riesce a darne spessore. Basta pensare all’episodio della composizione floreale nei pressi dell’altare o al racconto del primo incontro carnale tra Susan e Mr Ramesh. È opportuno, però, ricordare che quando si tratta di Bennett parlare di comicità è sempre un po’ rischioso. L’ironia di Bennett somiglia un po’ alle giunchiglie che l’esosa Mrs Belcher pericolosamente colloca intorno all’altare e che potenzialmente potrebbero attentare alla vita del vicario. È evidente e dona colore al testo, certo, ma sa anche essere estremamente pungente.

Non è difficile, dunque, affezionarsi a Susan e parte del merito va comunque riconosciuto all’interpretazione di Toracca. Quello che emerge però, e lo diciamo con un po’ di rammarico, è un’eccessiva italianizzazione del personaggio rispetto all’originale britannico. Mettere in scena Bennett in un contesto diverso rispetto al mondo anglosassone è sempre molto rischioso, per via dei numerosi e spesso intraducibili riferimenti culturali e spesso si finisce per stravolgerne troppo i personaggi o di esasperarne troppo gli aspetti ironici solo per il gusto di “strappare risate”.

Toracca descrive Un letto fra le lenticchie come un testo leggero, un divertissement, ma è un discorso valido fino a un certo punto. Come in tutte le opere di Bennett, l’ironia è un ingrediente fondamentale, ma non è predominante. La situazione di Susan è più tragica di quel che sembra, ma il fatto che ne riusciamo a ridere – o meglio, a sorridere – fa di questo testo, così come del resto dei Talking Heads un capolavoro prezioso.

 

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Ciò non toglie nulla, chiaramente, al talento di Toracca e alla sua sensibilità di attore, come ha più volte dimostrato in varie occasioni e, in particolare, negli altri due monologhi bennettiani – Una Patatina nello Zucchero e Aspettando il Telegramma. Buona parte del problema risiede probabilmente nella scelta della traduzione. Dal cartellone non è chiaro a chi appartenga, ma se si conosce un po’ il testo originale – come nel nostro caso- saltano subito all’occhio alcuni errori che influiscono notevolmente sulla buona riuscita del testo. Tradurre “Geoffrey is bad enough, but I’m glad I wasn’t married to Jesus” con “Geoffrey è già cattivo di suo, ma sono contenta di non essere sposata con Gesù”, ad esempio, ci sembra un po’ azzardato. Geoffrey non è cattivo. È un inetto insensibile e megalomane. Sono due cose diverse.

Un po’ un pasticcio, insomma. Ma tutto sommato, ci va bene anche così e di certo non ci impedirà di tornare a occupare – speriamo sempre più spesso- le prime file di ogni teatro che vorrà mettere in scena qualche meravigliosa opera di Alan Bennett.

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