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CRONACHE SCOLASTICHE (5): Cosa passa nella testa di un adolescente

IncertezzaA diciassette anni lessi uno dei libri più misteriosi di Dostoevskij, cioè L’adolescente, un romanzo del 1875. Avevo già letto I fratelli Karamazov e L’idiota, ero completamente affascinata da quella scrittura e soprattutto dall’universo di idee e di persone che ne scaturiva. In questo caso invece rimasi delusa nelle mie aspettative (anche se mi rendo conto che non ci può essere delusione con Dostoevskij, ma esprime bene il mio sentimento di allora). Il problema non era capire la trama, ovviamente, che pure è estremamente complessa, ma il fatto che ad essere disattesa era la necessità del rispecchiamento di quel periodo. Mi sembrò più facile rispecchiarmi allora nei monologhi di Tonio Kröeger, o nei vagabondaggi di Demian o Narciso e Boccadoro.

Il fatto è che l’adolescente vuole rispecchiarsi. Vuole trovare il suo simile, altrimenti il mondo non gli interessa. Penso all’esperienza che vivo tutti i giorni nella scuola. Non in prima media, ovviamente. Quando sono ancora bambini, e i loro occhi spalancati sul mondo includono anche te, ti vogliono conoscere, sapere tutto di te, vogliono la tua approvazione e sapere di far bene.

Poi in seconda media succede qualcosa. Si chiudono, si incupiscono. Vogliono sempre la tua approvazione ma non te la chiedono più espressamente. Un esempio banale: in prima media è una continua gara per leggere a voce alta. Devi inventarti continui sistemi per non scontentare nessuno, lettura a file, a file alternate, a chiamata. Tutti vogliono leggere, rispondere, farti sentire che esistono. In seconda inizia la metamorfosi. Alla domanda “Chi vuole leggere?” silenzio, sguardi abbassati, sorrisetti d’imbarazzo. Come se avessero paura di farsi vedere dagli altri. Come se leggere ad alta voce un brano, un capitolo di storia o qualunque altra cosa potesse far sembrare secchioni o “pizzosi”. Comunque impopolari, dei “soggetti”, insomma. In prima hanno ancora tutto il loro bagaglio di emozioni a disposizioni e si abbeverano ai miti, agli eroi, alle leggende. Ti sembra a volte che il confine tra realtà e fantasia sia labile, favolosamente flessibile. Cioè, sanno bene cosa è reale e cosa non lo è, però amano perdersi nell’immaginazione di mondi fantastici. Sono attratti dal soprannaturale, non ne hanno paura. Perché è l’ultimo avamposto dell’infanzia.
 
Dopo, non è più così. Anche le storie degli eroi, dei personaggi, non interessano più per il loro alone di fantastico ma per la storia personale che si portano dietro. Achille, ad esempio. Poi non importa niente a nessuno della sua assurda invulnerabilità, e di come la madre (fatalmente distratta) lo immerge nel fiume sacro dimenticandosi di quel caspita di tallone (la domanda che, in prima,  sempre  qualcuno fa: “Ma non poteva intingerlo per intero?”). Achille interessa perché piange di rabbia sulla rive del mare, perché è fragile nella sua presunta invulnerabilità. 
 
Così come, di Orlando furioso, importa poco che Astolfo vada sulla Luna a cavallo di un Ippogrifo per riprendere il senno del cavaliere impazzito, ma interessa e prende molto di più che Orlando sveli fino in fondo a se stesso la sua disillusione su Angelica. Soprattutto che quello svelamento sia un punto di non ritorno, dopo il quale il mondo non è più lo stesso.
 
L’adolescente cerca il suo simile, in cui rispecchiarsi e identificarsi. E tu, in quanto docente, sei il secondo adulto (come categoria) che gli si pone davanti dopo le figure genitoriali dal punto di vista dell’autorità. Proiettano su di te le loro scontentezze,  aspettative e recriminazioni. Pretendono da te giustizia assoluta nella valutazione, nei giudizi su di loro, sui voti. Ma, per il resto, il mondo che per loro ha importanza quotidiana è quello dei loro simili, dei coetanei. Il loro aggancio è la vicenda del loro simile, di chi vive e sente come loro, in modo a volte ribelle e violento, a volte timoroso e appartato.
 
E tu puoi fare due cose. Ascoltare la parte emozionale ancora adolescente dentro di te. E mediare continuamente. Perché dovrai agganciare le loro emozioni e le loro rabbie, altrimenti non impareranno nulla (se non c’è emozione, non c’è apprendimento). Sapendo che per tutta la vita quella mediazione tra Ideale e Reale, per quanto talvolta frustrante, talvolta ingiusta, è quella che insegna a vivere.
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