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­CRONACHE SCOLASTICHE (2) - I “classici” a scuola

PetrarcaCi sono spesso, a scuola, giornate no.

L’attenzione degli studenti è appesa a un filo sottile: una luce troppo forte dalle finestre aperte sulla strada; il caldo precoce di una primavera già estiva a Roma; l’ora legale che rende tutti più assonnati. Sono quelli i casi in cui all’insegnante (di Lettere) vengono a porsi certe questioni. Per esempio. Quale senso abbia leggere un cosiddetto “classico” ai ragazzini. Partiamo dal fatto che nella scuola media inferiore non esiste un vero e proprio programma di storia della letteratura. Anzi, secondo i programmi non dovresti spingerti al di là di pochi e semplici cenni di storia letteraria. Quello che è importante è avvicinare gli studenti a tipologie diverse di testo, letterario e non. Dare un’idea dei generi, spaziare tra di essi, facilitare l’approccio a vari tipi di linguaggio. Poi però i testi letterari ci sono: le antologie mettono spesso brani anche difficili, “culti”, che difficilmente possono arrivare ai ragazzi senza una mediazione.

Quella mediazione è l’insegnante. Hai voglia a dire: la Lim (Lavagna Interattiva Multimediale), lo stimolo motivante che deve dare il via alla lezione, l’insegnante che deve aggiornarsi e modernizzarsi. Nei giorni scorsi, ho spiegato ad una seconda la canzone di Petrarca Chiare, fresche e dolci acque. Da quando insegno nella scuola media non l’ho mai fatta leggere. Non mi è mai sembrata, tra le poesie di Petrarca, quella più adatta. Con Dante è diverso: giochi facile. L’Inferno piace, seduce, affascina. Per alcuni è un po’ come un grande romanzo fantasy. Un’opera che regge tutte le trasposizioni: l’anno scorso ho portato due mie classi al Sistina (per chi non è romano, un noto teatro del centro) ad assistere alla versione rock dell’Inferno. Bravissimi tutti, cantanti e ballerini, un successo. E soprattutto la forza narrativa di Dante che vince su tutto.

Insomma, con Petrarca non è così. Quest’uomo apparentemente umbratile, chierico laico, vinto da ambizioni di gloria eppure desideroso di sembrare umile. Allo studente di seconda media non sembra proprio per niente chiaro cosa volesse. Intanto si affaccia subito con una serie di paradossi: vuole guadagnarsi fama presso i posteri con un poema in latino e scrive l’Africa, che ormai ben pochi leggono. E famoso lo è diventato ma per ben altro: poesie scritte in lingua volgare, per una donna che non corrispondeva il suo amore, che poi muore anche di peste nel 1348, quando Petrarca non aveva neanche cinquant’anni. Dante sembra chiaro, diretto nelle sue scelte di vita: l’esilio, il suo concetto di papato e impero, l’odio per i papi corrotti. Petrarca è sfuggente, si capisce che c’è qualcosa sotto. Per 366 componimenti a parlarci di una donna senza quasi mai nominarla, anzi giocando con il suo nome (l’aura, lauro). Ce la descrive per modo di dire: occhi capelli biondi angelico seno, tutta un simbolo.

In genere con i sonetti in classe te la cavi meglio: Solo e pensoso i più deserti campi / vo mesurando a passi tardi e lenti etc: i ragazzi capiscono quel senso di solitudine, quel desiderio di ritirarsi in una plaga lontana, per poi lamentarsene. Ma Chiare, fresche e dolci acque è diversa. Il titolo lo conoscono tutti (o quasi), ci fanno anche gli spot pubblicitari; il cliché di Laura è arcinoto, la bionda con gli occhi azzurri. Ma il linguaggio è un’altra cosa. Termini arcaici, latinismi, costruzione poetica con il verbo in fondo. Una parafrasi che sembra, per loro, più complicata di un sudoku ma non per questo divertente.

Al liceo un testo del genere lo spieghi in uno o due lezioni al massimo. Non che siano rose e fiori neanche lì, per carità. Però hai l’ausilio di una mediazione storico-letteraria più solida, i manuali sono strutturati e dettagliati. Le antologie per le medie offrono il più delle volte l’opportunità di strane immedesimazioni del tipo: “Ti è mai capitato di ritrovarti anche tu in un luogo senza capire dove fossi e perché?”e altre amenità simili.

Con la mia seconda, una classe fantastica, abbiamo impiegato tre lezioni. Infarciti di latinismi arcaismi costruzioni latineggianti, alla fine hanno fatto quasi tutti una parafrasi più che dignitosa. Hanno capito chi era Laura per Petrarca (ammesso che lo si sappia). Hanno pensato che dietro quella modellizzazione ci fosse la loro stessa emozione. La contraddizione di innamorarsi di un ideale. E hanno convenuto tutti con quello che dice l’ultimo verso del sonetto di apertura del Canzoniere (che per Petrarca è un po’ un must): che quanto piace al mondo è breve sogno.

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