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Cosa vuol dire essere padre? “La rancura” di Romano Luperini

Cosa vuol dire essere padre? “La rancura” di Romano LuperiniRomano Luperini lo conosciamo tutti come uno dei migliori saggisti e critici letterari italiani. Spesso ci viene difficile immaginare che uno dei letterati più eminenti della nostra letteratura possa lasciarsi andare con trasporto emotivo e con tanto coinvolgimento nel genere romanzesco. È un po’ come se Gianfranco Contini, colonna storica del nostro Novecento italiano, avesse scritto un romanzo autobiografico; se solo ci fermiamo a pensare al suo linguaggio intriso di termini filologicamente perfetti negli scritti dedicati a tutto il panorama novecentesco, nessuno di noi potrebbe ipotizzare nemmeno la prima frase di un suo romanzo.

Romano Luperini, nel libro La rancura edito recentemente da Mondadori nella collana “Collezione Scrittori italiani e stranieri”, abbandona le pagine di analisi e interpretazione per tentare di esprimere sé stesso. Forse, non per la prima volta, giacché aveva già dato alle stampe L’uso della vita – 1968 (vincitore del Premio Volponi nel 2013), lo scrittore senese comprende la difficoltà di liberare il proprio io e di non bagnar le pagine con le lacrime che, secondo me, potrebbero essere scese allo stesso nel momento in cui ha deciso di raccontare la storia della sua infanzia, della sua adolescenza e della sua maturità: il romanzo di tre generazioni.

E con quale abilità lo stesso romanziere ha saputo fondere le tematiche della Resistenza italiana con la letteratura postmoderna di fine secolo e del Duemila.

Servivano un tema e una figura centrale per riuscire in un’operazione sociologica di tale perfezione; servivano un padre e un figlio, un rapporto mai sbocciato e riscoperto troppo tardi o mai compreso fino in fondo. Solo che la relazione coinvolge più di una generazione: dal soldato-padre al figlio sessantottino, il quale è papà dello scrittore Marcello.

Le stesse preoccupazioni per il nonno e il padre morto: quanto è difficile amare la propria prole, capirla e farsi capire ed educarla con i giusti precetti di vita. Succede così con Luigi, reduce della seconda guerra mondiale nei confronti dell’attivissimo figlio Valerio e accade nuovamente con quest’ultimo nei riguardi del quasi quarantenne Marcello. Dal 1945 al 2005, dalla librazione partigiana e la guerriglia in Jugoslavia all’evento generazionale del Grande Fratello, passando per il turbolento Sessantotto e la quiete intellettuale che ha avuto il sapore di fallimento di uno scossone che alla fine s’è ridotto a cenere, perché gli ideali che lo guidavano sono stati assorbiti dal sistema economico e mediatico.

Ognuno di noi è diverso dal nostro genitore, ma quante volte col trascorrere degli anni avvertiamo somiglianze caratteriali che quasi ci spaventano e sembrano essere un dono ereditario positivo o negativo che sia.

Romano Luperini finge di nascondersi e preferisce la formula abbreviata del proprio cognome a quella anagrafica. Il suo alter-ego è Valerio Lupi, dunque non siamo di fronte a una scelta completamente biografica. Certo la variatio del nome non inganna il lettore: dietro c’è una storia di famiglia sottesa, riscoperta, rielaborata nell’ottica di un ritorno al mos maiorum della propria famiglia.

La domanda che Valerio prima e suo figlio Marcello poi si pongono è: chi era mio padre? Optare per una semplice cronistoria generazionale avrebbe potuto annoiare il lettore o non dargli quell’effetto malinconico che passa attraverso le pagine del romanzo. Meglio allora cambiare il narratore fra la prima e la seconda parte e altrettanto fra questa e l’ultima. Meglio optare talvolta per una miscela di generi.

Ecco che così Luigi viene conosciuto attraverso il Memoriale del padre, Valerio è la figura centrale della seconda parte di storia e Marcello chiude la catena familiare con una porzione narrativa che ha un sapore prolettico, perché come ben sappiamo Valerio Lupi, nella realtà Romano Luperini è ancora vivo ad oggi. Curiosa, se vogliamo, questa scelta di morire da un punto di vista narrativo per provare a immaginare cosa diranno di lui i suoi figli.

Una separazione in tre parti, una cornice chiara e coerente, geometricamente perfetta. Altrettanto limpida è la scelta narrativa: prima la terza persona, poi la presa diretta della prima e nuovamente l’utilizzo della terza.

Cosa vuol dire essere padre? “La rancura” di Romano Luperini

Forse perché Romano Luperini non se la sentiva né di assumersi l’onere di ridar voce al padre e nemmeno di interpretare i pensieri di suo figlio. Altrettanto non poteva evadere da sé e dal suo vissuto, perciò è giustificato il punto di vista personalizzato che digrada dalla giovane infanzia alla maturità del cinquantenne. Una pagina diaristica e documentaristica, dalle cure, dagli aneddoti, dai costumi del dopoguerra alla libertà espressiva e aggressiva del movimento femminista, digradando sempre più verso la piattezza e la vacuità della società contemporanea. Dalle cartoline inviate al fronte alle mail quale mezzo per restare in contatto con parenti, amici e donne da amare.

L’emozione che emerge come un mare dalle pagine della Rancura di Romano Luperini è nella capacità di un critico di saper trasportare sulla pagina la sua coscienza, il suo Io, i suoi ideali e i suoi ricordi.

Più sfogli le pagine, più qualcosa cresce, si immerge dentro di te, come se stessi ascoltando un monologo pirandelliano, dove da un approccio umoristico si arriva al tragico aspetto della vita. Il sentimento che commuove chi legge il romanzo nasce da una penna che non è sterile, fredda e coincisa, ma è calda, ricca e nervosa.

Il nervoso di chi non ha mai capito chi fosse o sia il proprio genitore, quali grandi imprese (considerando lo scenario bellico), quali strepitosi discorsi pubblici (riferendoci a Luperini politico di Democrazia Proletaria), quali lezioni universitarie e scolastiche (entrambi i genitori sono insegnanti di Letteratura italiana) e quali pagine di pura lirica non sono state lette o ascoltate dai propri figli.

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Chi era quel padre che al figlio appariva scorbutico, cattivo (forse perché faceva soffrire la propria moglie) e insensibile, che il trascorrere degli anni, gli episodi, le differenti opinioni nei dialoghi a tavola hanno nascosto? Come mai fuori dalla propria casa queste persone, che fossero partigiani o intellettuali, erano stimate, rispettate, benvolute dal mondo intorno a loro?

Difficile rispondere a domande simili, forse, come ammesso dallo stesso Luperini, una terapia analitica può aiutare a scavare e scovare quell’altro da cui noi discendiamo.

Come espone Marcello nei capitoli conclusivi, laddove fra una dichiarazione d’intenti e un progetto in sospeso emerge l’embrione che darà vita al romanzo, forse l’unico modo per trovare risposte a questi quesiti è prendere una macchina da scrivere, aprire l’incartamento del Memoriale e le altre testimonianze cartacee mai lette e riportare tutto sulla pagina. Proprio come fa Romano Luperini, legando i periodi fra loro in modo incantevole, grazie a una prosa elegante, dinamica, ma anche riflessiva e coinvolgente

Con la capacità di passare dalla cronaca al romanzo epistolare, dal diario biografico a un genere di recente creazione: la docu-fiction. La funzione metalinguistica del nostro linguaggio invade, sorprendendo il lettore, gli ultimi atti della storia e allora la parola di stampo britannico diventa quella più identificativa di una rielaborazione artistica in divenire, come se le domande del figlio fossero quelle del padre scrittore.

Cosa vuol dire essere padre? “La rancura” di Romano Luperini

Come scrivere questa docu-fiction autobiografica, quali documenti inglobare, quali scartare, cosa raccontare e cosa non svelare del proprio padre?

Un padre che non c’è più come nella realtà e un altro che finge di non esserci più; che fare: compiangerlo o riscoprirlo? Piangere non serve più, perché il tempo non ridà mai indietro nulla. Quella figura che abbiamo odiato per una serie di incomprensioni e motivi futili, non parla più. È in quell’istante che bisogna imparare a lasciare da parte la rancura, quel sentimento di rabbia nascosto che è il risultato di un rapporto tortuoso, acerbo e fatto di incomprensioni con il proprio genitore. 

È meglio dare lustro all’eroe che avevamo davanti con l’emulatio dei modelli più prestigiosi della nostra letteratura.

Apre, dunque. La rancura di Romano Luperini un ritratto che sembra uscito da un quadro di Monet, come Ritratto di un uomo seduto, pensieroso e sguardo indecifrabile; nelle sue gesta eroiche durante la guerra d’Istria c’è tutta la pagina di Beppe Fenoglio, c’è un paesaggio che si fa sfondo epico di piccole imprese da raccontare con risonanza enorme, recuperando l’eleganza arcaizzante di D’Annunzio; c’è la scrittura frammentaria e malinconicamente pensosa di Moravia nella conclusione del romanzo e non manca la prosa filosofico-esistenziale di Pirandello.

C’è uno dei grandi maestri della lirica nostrana, più volte esaminato dallo stesso Luperini: c’è Eugenio Montale col suo paesaggio ligure anche se siamo in Toscana e in quei tre versi del paratesto tratti dalle parti del poemetto Mediterraneo in Ossi di seppia c’è l’emblema e la chiave di lettura della Rancura:

«E questa che in me cresce
è forse la rancura
che ogni figliuolo, mare, ha per il padre
».

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