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Contro la beatificazione di Craxi. Intervista Gianni Barbacetto

Contro la beatificazione di Craxi. Intervista Gianni BarbacettoIl titolo parla già da sé: La beatificazione di Craxi. Le falsità e i luoghi comuni sul leader politico che continua a dividere gli italiani; ed esce per Chiarelettere, a firma di Gianni Barbacetto.

Sono trascorsi vent’anni dalla morte di Bettino Craxi, avvenuta il 19 gennaio 2000, in Tunisia, a Hammamet. Un anniversario che ha provocato un pellegrinaggio alla sua tomba, libri agiografici, tentativi di dedicare alla sua memoria una via o una piazza. Stando ad alcuni suoi sostenitori, Craxi sarebbe stato, appunto, un politico italiano di un certo livello. Eppure ci sono diversi fatti che conducono a conclusioni differenti. Infatti, la sensazione più pregnante che si ha nel leggere Barbacetto è proprio quella secondo cui nulla è come sembra. L’invito, sottile e sottinteso, è una specie di monito: bisogna prestare attenzione.

In una giostra di taglia e cuci sui fatti riguardanti Tangentopoli, Mani pulite, il processo Eni-Sai, atti e documenti alla mano, cerca di ricostruire un capitolo essenziale della storia italiana, adottando uno sguardo volto a fotografare una realtà.

In occasione dell’uscita del libro, con Gianni Barbacetto abbiamo cercato di ricostruire il motivo che lo ha spinto a dedicare un libro a Craxi, del sentimento della vergogna connesso al mondo politico odierno, lo slittamento di percezione legato alla figura di Craxi e altro ancora.

 

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Cosa l’ha spinta a dedicare un libro a Bettino Craxi?

Sinceramente, ne avrei fatto a meno. La storia della Prima Repubblica è interessante, ma io non faccio lo storico, quindi non è mio compito far tornare su quell’argomento, che appunto, appartiene agli storici. Il problema è stato che nel ventennale della morte di Craxi sono state fatte celebrazioni e santificazioni tali che mi è sembrato utile recuperare un minimo di fatti. Provare ad allineare fatti che sono stati dimenticati. Un esercizio di memoria. Non si può dimenticare, venticinque anni dopo, quello che successe in quel periodo, raccontando una storia leggendaria. Il libro nasce dalla necessità di curare la memoria della nostra storia recente e contrastare le narrazioni del tutto fantasiose che sono state fatte e che attengono non solo al passato ma anche al nostro presente. Chi fa delle narrazioni false, come tante di quelle fatte durante le celebrazioni santificanti di Craxi, parla al presente, rende bene il male e possibile che gli errori commessi e non riconosciuti si possano ripetere nel futuro. Tirare una linea e dire che queste cose non sono andate così, forse può essere utile.

Contro la beatificazione di Craxi. Intervista Gianni Barbacetto

Si stava meglio quando si stava peggio. A un certo punto, quando la storia si allontana e si svuota dell’immediato rischia di trasformarsi fino ad assumere nuovi connotati. Che tipo di meccanismo ha messo in moto un simile processo?

Credo che ci sia stata una parte del nostro paese che non ha mai accettato Mani pulite, cioè una normale inchiesta contro la corruzione politica, capitata in un momento particolare, in cui è stato possibile, per la prima volta, che i magistrati individuassero il sistema di corruzione scientifico che teneva insieme politica e affari del nostro paese. Una parte non l’ha mai accettata, l’ha vista come un complotto, come un attacco, una prevaricazione, uno strabordare del potere giudiziario nei confronti della politica, mentre invece era semplicemente un’inchiesta che ha accertato un sistema di corruzione che era scientifico e che nessuno può negare. Ogni appalto della Prima Repubblica, ogni denaro pubblico che usciva dalle casse della pubblica amministrazione era tassato da una tassa invisibile, la tangente da elargire ai partiti, da dividere poi. Questo è un fatto storico e comprovato da centinaia di confessioni non estorte con la tortura. Questo ancora oggi non viene accettata. Addirittura c’è questa cosa strana: mentre allora la maggior parte degli italiani inneggiava a Mani pulite, oggi, paradossalmente, il sospetto contro Mani pulite ha contagiato anche quelli che allora erano favorevoli. Un esempio, Feltri che inneggiava alla caccia al cinghialone — con toni che non mi piacevano allora e non mi sono mai piaciuti, perché sono toni volgari, irrispettosi degli imputati, dal punto di vista umano. Come non mi sono mai piaciuti quelli che esibivano il cappio in parlamento, perché l’ho sempre visto come volgare e violento. Oggi, invece, sono tornati a difendere la politica a ogni costo, anche quando la politica è tornata a fare le cose che faceva nella Prima Repubblica, quindi ad avere un rapporto corruttivo con gli affari.

Ho notato, però, che persino chi era allora dalla mia parte, come Michele Serra che, con il giornale «Cuore», metteva alla berlina, con toni ironici e mai cattivi, satirici, fa ora autocritica e si pente di certi titoli di allora che sono entrati nella storia del socialismo italiano, ma anche del costume, perché fotografavano esattamente un momento culturale. Mi sono stupito che si sia pentito. Perché pentirsene? Ha fotografato ciò che stava accadendo.

C’è un processo di rimozione, da una parte, e di quasi pentimento, dall’altra, e allora ho pensato che fosse utile rimettere in fila queste storie, andando a riprendere le vecchie sentenze e cercando di fare i conti con quella storia, che è la nostra storia. Se non abbiamo chiarezza sul passato, non riusciamo a costruire un buon futuro.

 

Quanto sta pagando l’Italia di oggi la politica di ieri?

Credo che, siccome non siano stati fatti i conti fino in fondo con la storia della Prima Repubblica, noi facciamo ancora fatica a costruire una politica pulita e un discorso politico corretto; una dialettica politica che sia corretta. Quando non hai chiaro il passato non riesci a costruire il presente. La politica e il modo in cui si confrontano maggioranza e minoranza oggi risente di un passato ancora da sanare. È come una ferita suturata male, non guarita, quindi continua a dare fastidio per tutta la vita. L’Italia è un po’ così.

Poi, io su Craxi non do un giudizio tutto negativo, c’è la questione del rapporto con la corruzione, che non riguardava solo Craxi, ma tutto il sistema, Craxi non era nemmeno il recordman delle tangenti, perché le tangenti erano proporzionali al partito. Craxi era più visibile. Lui stesso si metteva in una posizione di visibilità tale da sembrare l’unico, ma questo non è assolutamente vero. Non era nemmeno il principale.

Bisogna riconoscere a Craxi una cosa difficile da riconoscere a molti politici di oggi, cioè la preminenza della politica. Craxi era uno che accettava la corruzione in nome della politica, mentre oggi molti fanno politica per arricchirsi, per avere potere. Si è invertita la situazione. Allora la politica era al primo posto, Craxi era un animale politico, che poi ha accettato tutti i compromessi della Prima Repubblica.

Contro la beatificazione di Craxi. Intervista Gianni Barbacetto

Dice: non sono stati Di Pietro e Mani pulite ad affondare Craxi nelle aule di giustizia. Nel libro, dedica uno spazio rilevante a questo aspetto…

Non solo Craxi, ma tutti i partiti della Prima Repubblica sono collassati non sulla base dell’inchiesta giudiziaria, ma perché, alle elezioni, gli italiani non hanno più votato quei partiti. Nel giro di cinque anni sono morti cinque partiti storici italiani, ma non perché sono stati chiusi d’ufficio, dai magistrati, i quali non hanno mai perseguito i partiti, ma singole persone e singoli reati. Sono stati gli italiani a capire che quel sistema era un sistema malato e corrotto. Dopo di che è nato un altro sistema, sul quale si potrebbe discorrere a lungo, ma non è questa la sede. Non era la magistratura andata fuori dai suoi compiti.

Si può discutere perché sia avvenuto allora, per esempio, e si può capire che in quegli anni, 1992-93, in Italia c’è la crisi economica per cui non si può più fare la vita dei partiti della Prima Repubblica, è caduto il muro di Berlino, quindi non c’è più l’improcessabilità del sistema che c’era prima. I magistrati avevano già provato in precedenza a fare indagini nei confronti della politica, ma erano stati fermati. Il sistema politico italiano era improcessabile per ragioni geopolitiche internazionali, quindi non si poteva fare il processo che Pasolini chiedeva.

Nel libro, faccio il confronto dei costi tra la metropolitana milanese con quella di un altro paese europeo, lo stadio di San Siro con uno spagnolo da cui si vede che i costi erano dieci volte quelli europei. Era evidente che non si poteva andare avanti così. La corruzione stava uccidendo il paese dal punto di vista economico.

 

Vorrei soffermarmi ora su un dettaglio. Gabriele Cagliari indirizza al suo avvocato difensore, Vittorio D’Aiello, una lettera in cui spiega la sua decisione di togliersi la vita parlando di vergogna. È un dettaglio, come dicevo, ma mi sembra un dettaglio particolarmente eloquente. Ovvero, di vergogna, a livello politico, si sente parlare sempre meno, se non proprio affatto, e anzi, certi gesti che prima suscitavano vergogna, ora pare suscitino orgoglio, o qualcosa di molto simile…

Credo che nella Prima Repubblica ci fossero dei reati ma quando venivano scoperti bisognava mettere alla porta chi le aveva commessi, oggi viene difeso, quasi si rivendica il gesto.

C’è stato un certo periodo, un biennio, il ’92-’93, in cui si diffuse la voglia di riformare il sistema, di farne uno più giusto, ma anche di stupore, perché si era scoperto quanto fosse ingiusto.

Lei ricorda la lettera di Cagliari, ma io posso ricordare la lettera di un altro esponente socialista, Moroni, che esprime le stesse cose: l’insostenibilità della situazione, in cui il singolo si trova quasi vittima di un sistema che aveva accettato, fino a giungere a scelte terribili o definitive, come il suicidio, su cui nulla si può dire.

Il vizio pagava un tributo alla virtù, mentre oggi c’è la rivendicazione del vizio come giusto criterio di valore per istaurare un sistema di potenza.

 

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La percezione più pregnante del libro, o almeno quello che io ho colto, è una specie di monito. Attenzione: nulla è come sembra. Per esempio, lo stesso tentativo di salvare Moro è poco limpido. Può fare un commento in merito?

La questione Moro è molto complicata, se n’è parlato in centinaia di libri, io in un capitolo non ho l’intenzione di risolverlo e non potrò risolverlo ora in due parole. È una storia complicata.

Credo, però, che Craxi fosse giustamente dalla parte di quelli che volevano salvare Moro, che abbia tentato di salvarlo, e che, però, una volta che Moro è stato ucciso, Craxi abbia fatto un accordo con quelli che lo volevano morto. Moro era un pericolo sia per le Brigate rosse sia per le componenti filo-occidentali che dovevano tenere lontano la creazione di un’alternativa. Alternativa che era il progetto del primo Craxi, progetto che io valorizzo in uno dei capitoli. Il problema è che lo abbandona. Craxi aveva in mente di fare un’alleanza della sinistra e andare al governo in alternativa alla Democrazia Cristiana, abbandona il progetto e gli resta solo la possibilità di elargire potere, governo e sottogoverno alla Democrazia Cristiana, restandoci alleato. Il sistema di Tangentopoli è anche questo: se tu devi contendere poltrone, posti, potere alla Democrazia Cristiana e sei un piccolo partito, hai bisogno di più tangenti. Craxi accetta questo sistema, abbandona il primo programma e va con chi ha goduto benefici dalla morte di Moro.


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