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Contro l’antimafia, per un’altra antimafia

Contro l’antimafia, per un’altra antimafiaContro l’antimafia di Giacomo Di Girolamo, uscito per Il Saggiatore, è il libro che ci voleva per sgamare i trucchi di una certa antimafia e per cominciare a ritrattare certi schemi, teoremi, rigidità che hanno governato la lotta civile e associativa alla mafia.

Il lavoro nasce con un’invocazione al latitante Matteo Messina Denaro – che Vespa non esiterebbe a chiamare il nuovo “capo dei capi” – e con l’amara constatazione della latitanza silenziosa dello Stato in una società, quella italiana, nella quale il clima di mafiosità torna a essere egemone nonostante i proclami, le manifestazioni, le marce e i festival di cui ogni territorio pullula.

Sin dalle prime battute Di Girolamo vuol mettere in guardia il lettore dalla banalizzazione dell’antimafia come fenomeno culturalmente ed economicamente “altro”, per richiamare la nostra attenzione sui giri d’affari, sulle prebende, sulle mitologie quotidiane che santificano alcuni, promuovono altri, edificano eroismi giudiziari e giornalistici a vantaggio di un irrobustimento di condizioni materiali e di carriere che soddisfano i bisogni di alcuni circuiti cooperativi, associativi, politici e finanche religiosi.

 

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È evidente la nettezza con la quale Di Girolamo denuncia l’appropriazione indebita di un tema da parte di schiere più o meno interessate di pezzi della cittadinanza attiva laddove, e chi scrive ne sa qualcosa, il contrasto alla mafia vive una regressione epocale, mentre i tessuti criminali si intersecano, si intrecciano e danno luogo, come ci spiegano molto bene alcuni studiosi come Marco Omizzolo, a nuove collaborazioni. Collaborazioni che determinano, in alcuni casi, la riappropriazione dei beni confiscati, attraverso prestanome, da parte delle mafie.

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Contro l’antimafia, per un’altra antimafiaIl merito del lavoro di Di Girolamo sta nella restituzione di un punto di vista tutto sommato neutro, oggettivo, che non nasconde il biasimo verso quelle associazioni che dietro il paravento della retorica si appropriano di cose pubbliche, di spazi confiscati, senza però produrre un salto qualitativo nel loro uso. E quante sono le città del Sud e del Nord attraversate da questo fenomeno? Quante volte ci siamo detti, nei contesti antimafia, che l’antimafia non è un lavoro, non è una professione, ma una specie di nuova esperienza dubitativa? Soprattutto adesso che le mafie si legalizzano, si mescolano all’economia “sana”, se ne nutrono e indossano l’abito pulito grazie alle tante lavatrici di denaro sporco aperte in Italia e nel mondo.

 

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Dunque questo libro fa bene alla salute dell’antimafia, deprofessionalizzandola, perché oggigiorno lottare contro la mafia è ripartire dalle piccole cose del quotidiano nelle quali la cultura mafiosa si è diffusa. Ed è opportuna la scelta di un interlocutore oscuro come Matteo Messina Denaro, il nome che più ricorre nelle parole del Ministro Alfano come fosse il sacro Graal della mafiosità. Di Girolamo smonta proprio questo asservimento alla mitizzazione dei boss, attraverso una scrittura che ripercorre gli errori e le nefandezze delle antimafie stracciando le vesti dell’ampollosità antimafiosa, rivelando alcune tristi oscenità.

Viene infatti da domandarsi, lungo la lettura, quanto fruttano questi beni impropriamente assegnati, per esempio, in termini di consenso politico, e quanto fruttano i libri cosiddetti contro la mafia, un business secondo soltanto a certa narrativa di genere tardoadolescenziale. Quindi in sostanza, con questo Contro l’antimafia Di Girolamo ci dà ottimi suggerimenti su cosa fare e cosa non fare per riattivarci culturalmente contro il crimine organizzato.

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