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Conoscersi e vivere la propria omosessualità. “Il primo che passa” di Gianluca Nativo

Conoscersi e vivere la propria omosessualità. “Il primo che passa” di Gianluca NativoL’ho letto d’un fiato, Il primo che passa di Gianluca Nativo, uscito per Mondadori. Le parole sono tutte al posto giusto, nella quantità giusta, al ritmo giusto.

Il protagonista, Pierpaolo, è nato e cresciuto in un quartiere residenziale della periferia di Napoli e con questi occhi, gli occhi di chi arriva dalla periferia, vede, vive, si muove nella città incontrando meraviglia, grazia e squallore. Studia medicina perché tra i libri si trova bene, ma soprattutto perché lo vogliono i suoi. Il padre è un uomo che ha dovuto faticare molto per fare lo scatto all’interno della società, Pierpaolo sarebbe il primo della famiglia ad avere la vita già pronta.

Non solo la famiglia richiede di essere accontentata. In mezzo agli amici, Pierpaolo frequenta le ragazze sebbene non senta alcuna attrattiva per loro. Ha appena capito di essere gay e di non sapere da dove incominciare per capirsi, per accertarsi, per essere quello che è.

 

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La trama in sé è un fiume che scorre, trascina, invade le stanze, gli angoli più intimi di una vita da scoprire, anche se Pierpaolo sembra più un regista che un protagonista. È sua la lingua con cui si racconta, la prospettiva, la scelta di tagliare una scena o aggiungerne un’altra, ma, in quanto regista, osserva, passa in mezzo agli eventi senza lasciarsi coinvolgere da essi. Ne nasce un effetto interessante: quello che Pierpaolo scopre è ciò che il lettore scopre. E, allo stesso modo in cui lui non possedeva un archetipo a cui attingere per comprendere se stesso, la propria sessualità, lo stesso lettore si rende conto di non possedere questo bagaglio culturale. L’immaginario collettivo è strettamente eterosessuale, anche in assenza di avversioni nei confronti dei differenti orientamenti sessuali.

Conoscersi e vivere la propria omosessualità. “Il primo che passa” di Gianluca Nativo

Sarebbe riduttivo, però, se ci si soffermasse su questo dettaglio. Pierpaolo, sì, capisce di essere gay in un mondo eterosessuale, finto o vero che sia, ma questo è solo un caso particolare di una categoria, per definizione universale: Pierpaolo è il diverso, in un mondo che non contempla la diversità poiché non ne parla, non definisce le sue regole, non le dà lo spazio per avere il coraggio di accettarsi essa stessa.

All’inizio, troviamo Pierpaolo in mezzo agli amici, anzi, a fianco di uno di essi, un dongiovanni che non perde alcuna occasione per mettere in mostra la propria mascolinità. Gli amici sono invitati a spiare le sue prodezze. È spettacolarizzazione, Angelo, l’amico disinibito, l’alter ego di Pierpaolo, che vive a Napoli, in un appartamento lussuoso, con tutti i confort a disposizione. È una crisalide, Angelo, e tale resta per tutto il tempo.

 

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Pierpaolo è affascinato per lungo tempo da questa creatura così espansiva, egocentrica, che sembra non debba mai rinunciare a nulla; ma non si può fuggire da ciò che si è. Una sera, Pierpaolo rientra da una delle feste di Angelo, in macchina c’è un amico comune. Sono le cinque del mattino alla periferia di Napoli, laddove un tempo c’erano campi e ora l’unica attrattiva sono i prezzi bassi degli affitti. I due, nell’abitacolo, sono vicini. L’altro, questo amico con cui Pierpaolo sente di condividere più di un’affinità, gli vuole dire qualcosa. Qualcosa di importante, sembra delinearsi dalla tensione che si crea nell’aria. Non lo dirà.

Conoscersi e vivere la propria omosessualità. “Il primo che passa” di Gianluca Nativo

A spezzare la magia sono i carabinieri giunti per arrestare il signor Tammaro, il padre di Pierpaolo, l’uomo rispettato, che ha creato un piccolo impero con il suo lavoro, costruendo palazzi e case, persino la palazzina in cui vivono loro e da dove possono scrutare il mondo, da una posizione privilegiata, da sopra i tetti.

 

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Si viene a creare una specie di faglia. Il padre dentro casa, ai domiciliari, il figlio fuori casa, a sperimentare se stesso. Sembra quasi che la reclusione del padre, a cui è permesso di affacciarsi al massimo sul balcone, abbia reso il mondo, la periferia, Napoli, liberi per essere esplorati. A livello simbolico, il padre diventa ombra, assenza oltre la porta di casa, e il figlio può essere ciò che sente di essere, trova uno spazio, sperimenta – che è l’unico modo per evolversi, crescere, conoscersi.

Dal punto di vista stilistico, Il primo che passa di Gianluca Nativo è un piacevole snocciolarsi di pagine, una dietro all’altra, mentre la sensazione più pregnante è che l’immaginario, da cui dipende poi il piano reale del mondo, passa anche per la letteratura.


Per la prima foto, copyright: Greta Schölderle Møller su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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