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“Città in fiamme”, il sorprendente esordio di Garth Risk Hallberg

“Città in fiamme”, il sorprendente esordio di Garth Risk HallbergSull’onda del successo ottenuto negli Stati Uniti, esce anche in Italia Città in fiamme (Mondadori, 2016), monumentale romanzo d’esordio di Garth Risk Hallberg, un insegnante trentottenne nato in Louisiana che ha scelto di ambientare la sua storia nella New York del 1977: una metropoli inquieta e pericolosa, dove la droga sembra circolare ovunque, l’alcool scorrere a fiumi e la malavita convivere con finanzieri senza scrupoli e artisti che vivono la breve stagione del punk.

Nella notte di Capodanno uno sparo in pieno Central Park, mentre infuria una tempesta di neve, ci pone di fronte a un delitto in apparenza del tutto inspiegabile, che però sembra unire in qualche modo una serie dei personaggi appartenenti ad ambienti del tutto diversi tra loro: Regan e William Hamilton-Sweeney, eredi di una ricchissima famiglia di finanzieri ma in perenne fuga dal proprio ruolo sociale; Keith, marito di Regan, e Mercer, aspirante scrittore compagno di William; il gruppo musicale punk fondato da William, che annovera tra i suoi fan la giovanissima Samantha, autrice di notevoli fanzine oltre che grande amica del timido e indeciso Charlie; e poi, il creatore dei fuochi d’artificio che illuminano tutte le feste cittadine, un vecchio reporter d’assalto in cerca di notizie, un detective poco ortodosso, una spaesata ragazza vietnamita.

Le vicende di tutti questi personaggi scorrono, intrecciandosi tra loro, fino alla notte del 13 agosto 1977, quando un gigantesco blackout mette in ginocchio New York. Per una manciata di ore la città piomba in un buio pressoché totale, che non è solo reale ma anche metaforico, perché la situazione sembra scatenare i peggiori istinti di una discreta parte dei suoi abitanti, che si danno a furti, saccheggi, stupri e rapine.

Se è impossibile dire di più riguardo alla trama, occorre però sottolineare lo stile personalissimo di Hallberg, che utilizzando con grande abilità digressioni, flashback e persino impostazioni grafiche particolari di alcuni capitoli (e qui occorre rendere merito al traduttore Massimo Bocchiola e alla pregevole edizione cartacea realizzata da Mondadori), cambia in continuazione la prospettiva da cui osservare i fatti narrati. Si tratta quindi di una lettura senza dubbio impegnativa, ma altrettanto affascinante per chi volesse assaporare, o riassaporare, certe imperdibili atmosfere degli anni Settanta.

Gart Risk Hallberg ha risposto alle domande dei blogger nel corso della prima presentazione del libro a Milano.

 

Parliamo di Città in fiamme partendo dai numerosi riferimenti musicali contenuti nel romanzo. Quarant'anni fa nasceva il punk, nel 1976: quanto è stato importante questo movimento per lei, e quanto lo è nell'economia del libro?

Per me è importantissimo. Il mio incontro con la musica punk è avvenuto a metàdegli anni Novanta, quando, come uno dei protagonisti del romanzo, mi sentivo molto solo, in un certo senso estraniato dalla societàche mi circondava, oltre che incompreso come ogni adolescente.

Ho finito per scappare dalla piccola cittadina di provincia nella quale sono cresciuto, per ritrovarmi in quella che era la scena punk di Washington DC.

Molti la definiscono una cittànoiosa, ma allora era pervasa da un movimento che mirava alla costruzione di qualcosa di assolutamente nuovo, senza chiedere il permesso a nessuno:mi ha cambiato profondamente vedere come il valore di una persona potesse essere determinato non da cosa indossasse o dalla sua posizione nella scala sociale al liceo, ma da ciò che sapeva creare.

 

La struttura del romanzo è molto singolare, soprattutto guardando a come le varie storie si intrecciano tra loro, rispettando sempre l'equilibrio dei continui sbalzi temporali.Che tipo di schema bisogna costruire per raccontare questo tipo di storia senza perdersi, o contraddirsi?

Possiamo dire che, da questo punto di vista, è stato molto vicino a una gravidanza, a livello di impegno e fatica. L'idea per il romanzo mi è venuta nel 2003, e ho passato quattro anni a NON scriverlo.

Scrivevo altro, ma una parte di me stava letteralmente fuggendo terrorizzata dalla prospettiva di affrontare questo lavoro, perché mi rendevo conto di che razza d’impegno comportasse.

Quando ho deciso di riprendere la mia idea in mano, da un lato mi è sembrato che la storia scorresse fluida nella mia mente, e di passare con semplicitàda un capitolo all'altro come se aprissi una porta e cambiassi stanza, ma dall'altro ricordo di aver passato sei settimane cercando di capire dove sistemare una specifica scena. Alla fine, in questo caso, il fatto di muovermi nel tempo e nello spazio mi ha aiutato a presentare la scena al lettore nella sua pienezza.

Ci sono sette parti, sei interludi, un prologo e un epilogo: potevo dire "ok, io so che ci saràuna sparatoria qui, e so che ci saràqualcuno in questo posto, più o meno qui", e avevo circa una dozzina di elementi che sapevo dove sistemare, ma tutto il resto è venuto dopo.

Ho pensato che se avessi realizzato una mappa il risultato sarebbe apparso troppo controllato, e quindi l'ho scritto senza, a volte arrancando un po'.

 

Lei ha appena detto che l'idea le è venuta nel 2003. Ricorda anche come, o perché? Cosa l'ha scatenata?

Credo che la storia mi abbia scelto. Ho passato due anni viaggiando avanti e indietro tra Washington DC e New York, quando ero sui ventidue, ventitré anni. Nell'estate del 2003, ero seduto su un autobus che attraversava il New Jersey, e quando sono arrivato a scorgere lo skyline newyorchese la sua vista, che mi era sempre sembrata invitante, mi è apparsa ferita, un disastro (mancavano le Torri Gemelle, distrutte l’11 settembre 2001, ndr).

Stavo ascoltando l'iPod in riproduzione casuale, e all'improvviso ho sentito le prime note di una canzone di Billy Joel su New York negli anni Settanta, così ho pensato come quel periodo fosse simile al mio presente, con lo stesso clima di disordine e lo stesso senso di pericolo.

 

A proposito dei personaggi: il suo romanzo ne è pieno, e noi seguiamo le storie di alcuni di loro. Come “padre” di tutti ne ha uno preferito, o comunque un personaggio al quale si sente particolarmente legato? Oppure, al contrario, ce n'è uno che le piace decisamente meno degli altri?

Non posso rispondere a questa domanda, non perché non abbia un preferito, ma perché questo è cambiato ogni volta che ho riletto il libro.

Scrivendo, ovviamente, passi molto tempo a rileggere ciò che hai già steso, e ogni volta che riempivo l'equivalente di un quaderno, andando più o meno a finire un capitolo, perché quella era la lunghezza che volevo, io lo trascrivevo, quindi lo stampavo e lo rileggevo, modificandolo.

Magari, a una prima lettura, adoravo un particolare personaggio, e alla seconda mi trovavo a pensare che fosse un cretino. Ma questo è ciò che succede anche nella vita vera con le persone, perciò volevo che fosse così anche con i personaggi.

Parlando con i lettori, poi, è emerso come ognuno di loro avesse sempre due o tre personaggi preferiti, al punto che sarebbe stato interessante costruire un test del tipo "Se ti piace X, allora sei...". Però mi chiedo se anche per loro i preferiti potrebbero cambiare a una rilettura.

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“Città in fiamme”, il sorprendente esordio di Garth Risk HallbergTra i personaggi più interessanti c’è William, un uomo che, nella sua solitudine, cerca di reinventare la propria vita. Vorrebbe farlo anche cambiando la città, perciò vorrei sapere come lei reinventerebbe la città di New York oggi, e se la scrittura non sia anche questo: una possibilitàdi reinventare il mondo.

Tornando indietro fino a Sant'Agostino, troviamo l'idea di una cittàGiusta, di una cittàPerfetta. Il bello della città è che possa accogliere e dare una casa a praticamente ogni tipo di persona, mentre la cosa peggiore è che in una metropolitroviamo anche i senzatetto che dormono in strada accanto alle boutique di lusso.Questa è sicuramente l'ingiustizia più visibile che ogni grande cittàci mette davanti agli occhi, ed è anche la più grande sfida che si presenta a tutti noi.

Vorrei sicuramente che le cittàcontinuassero a essere il simbolo dell'ospitalitàe delle differenze, anche a livello economico, ma dovrebbero funzionare meglio sul piano della giustizia sociale.

 

Il romanzo è ambientato nel 1977, prima della sua nascita. È stato molto difficile immedesimarsi nei suoi personaggi, e nell'atmosfera di quegli anni?

Sono nato nel 1978, quindi possiamo dire che sono stato concepito nel 1977…Il mondo dei miei ricordi più vecchi è il mondo dei miei personaggi.

Anche qui in Italia gli anni Settanta sono stati anni di tumulti sociali: ricordo ancora mia madre che si sforzava di spiegarmi cosa fosse l'Esercito di Liberazione Simbionese, e se noi guardiamo ai primi anni Ottanta in America, sicuramente troviamo nel clima culturale qualcosa che era una reazione a ciò che era accaduto poco tempo prima in Europa.

E poi, l'essere convincente nel raccontare qualcosa di non vissuto fa parte dell'essere scrittore: se pensiamo a Hilary Mantel, lei ha dovuto fare un salto indietro di 450 anni con la sua macchina del tempo. A me è bastato andare indietro di diciotto mesi.

 

Molto interessante è il lavoro grafico che accompagna il romanzo, a partire dalla fanzine inserita all'interno del volume. Mi chiedevo se fosse opera sua, o se fosse stato realizzato insieme a un grafico sotto la guida della casa editrice.

Pensavo che fosse importante, in un romanzo così lungo, offrire al lettore qualche pausa, anche per poter apprezzare di più la struttura dell'opera nel suo complesso e assimilare quanto letto prima. L'ho notato anche nei romanzi di molti grandi autori, a cominciare da Don DeLillo, ma risalendo fino a Charles Dickens: l’offerta al lettore di un momento di pausa è una scelta ricorrente. Ad esempio in un romanzo picaresco, troveremmo il nostro protagonista che, nel bel mezzo del suo viaggio, arriverebbe in una radura e deciderebbe di fare una pausa per riposarsi, interrompendo così la narrazione anche per il lettore.

Mi sono trovato a scrivere questi documenti in prima persona, che avrebbero interrotto la narrazione che avviene in terza. Quando sono arrivato alla fanzine mi sono preoccupato, e mi sono chiesto "Come faccio a far capire al lettore il fatto che sia una fanzine punk, senza troppe didascalie?". Ho deciso che l'unica soluzione fosse realizzare concretamente la fanzine, ma io non so fare quasi nulla con Photoshop: così ho passato un mese e mezzo a ritagliare e incollare contenuto per contenuto, in un modo che di sicuro lo ha reso credibile come prodotto artigianale. Pensavo che l'editore avrebbe affidato a un grafico il compito di rifarlo, e invece è piaciuto: solo, hanno dovuto risistemare i miei file, perché erano un disastro, oltretutto pesantissimi. C'è da dire che queste fanzine io le facevo a mano quando ero un ragazzino, molto prima di Internet.

 

In Italia è uscito da poco il romanzo Giorni di fuoco di Ryan Gattis (Guanda, 2016) che tratta una tematica affine a quella del suo romanzo, ovvero i disordini del 1992 a Los Angeles. Per caso l'ha letto, e se sì, ha trovato qualcosa di affine ai temi di Città in fiamme?

Credo di aver letto una recensione, ma non ho letto il romanzo.Sono sicuro che ci siano un sacco di parallelismi.Anche nell'East Village a New York, negli anni Ottanta c’erano stati dei disordini dello stesso tipo di quelli di Los Angeles: io me ne sono in un certo senso appropriato, e li ho trasposti nella mia storia.

 

Prima di essere un romanziere, è un insegnante di scrittura. Ha qualche consiglio per chi, tra i suoi lettori, volesse diventare uno scrittore a sua volta?

Credo che per uno scrittore sia importante rimanere, in un certo senso, "distaccato" dal mercato, restare in quella che potremmo anche definire una condizione di semi-esilio.Detto così suona molto solitario, ma in realtà è una situazione di grande potere, perché tutto ciò che serve per essere uno scrittore sono una matita e un pezzo di carta

Io dico sempre ai miei studenti di scrivere il libro che solo loro potrebbero scrivere: poi, se una volta finito qualcuno volesse pubblicarlo, sarebbe perfetto.

Se invece nessuno volesse pubblicarlo, almeno avrebbero scritto quello che volevano: se scrivessero pensando solo alla pubblicazione, e questa non dovesse arrivare, si ritroverebbero ad aver buttato il loro tempo facendo qualcosa che magari nemmeno volevano.

 

Città in fiamme è uno dei casi letterari più discussi degli ultimi anni. Fino a che punto questo livello di attenzione e di fama pesa sulla prospettiva di mettersi a lavorare a un altro romanzo?

L'unico successo vero, e lo stesso vale per ogni riconoscimento, che può essere attribuito a un libro, è quello che nasce in privato, con la lettura da parte del lettore: quando non sono presenti né l'autore, né l'editore. Ragionando in questo modo, passerà davvero molto tempo prima di sapere sul serio quanto questo romanzo sia stato un successo o no, e di sicuro non sarò io a poterlo fare. Questo pensiero mi confortava molto nel momento in cui stavo scrivendo qualcosa che mi sembrava impossibile da pubblicare.Quindi aggiungo ai consigli dati sopra ai giovani scrittori quello di non perdere mai la speranza, e di cercare di concentrarsi non tanto sulla pressione esterna, quanto su quella interna. Sul loro desiderio di creare qualcosa che valga, e che duri nel tempo.

 

Dietro a un grande scrittore c'è (quasi) sempre un grande lettore. Se lei dovesse indicare uno o più libri ai tuoi lettori, invitandoli a scoprirli, quali sceglierebbe?

Apprezzo moltissimo il lavoro di un'autrice di racconti americana, Deborah Eisenberg: ha scritto ventisette novelle che, prese nel loro insieme, sembrano comporre una vera e propria sinfonia.

Adoro poi i romanzi ambientati a New York scritti da Saul Bellow, ma tornando veramente indietro, se non hai letto I fratelli Karamazovdi Dostoevskij, non hai vissuto davvero.


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