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Ciò che le parole non dicono. Intervista a Gaia Manzini

Ciò che le parole non dicono. Intervista a Gaia ManziniNessuna parola dice di noi… Nessuna parola può dire di Ada, di Ada e di Alessio, di Ada e delle sue scelte, di Ada e delle sue paure. Sfuggono alle definizioni, personaggi e rapporti, e allora si è costretti a stringere le mani in un gesto immaginario per conoscere coloro che albergano le pagine del romanzo di Gaia Manzini, uscito per Bompiani, e intitolato appunto Nessuna parola dice di noi.

Fa male leggere, ma è un dolore che si può affrontare, Gaia Manzini lo distribuisce con sapienza senza mai eccedere, senza mai rendere questo dolore una fitta acuta, non permette che il lettore venga travolto dalla tempesta di emozioni che imperversa muta nel petto di Ada, della sua protagonista. Allora, è un po’ come nel caso del sublime kantiano: si guarda il mare in burrasca da un punto sicuro. È sublime anche la sensazione che si ha, nel leggere Nessuna parola dice di noi.

In occasione dell’uscita del romanzo, con Gaia Manzini abbiamo riflettuto su alcuni temi legati al romanzo.

 

È molto suggestivo il modo in cui «nasce» la madre e la mia domanda è questa: essere madre si apprende con lesperienza o esiste un istinto che si segue?

Nella mia esperienza esistono entrambi i fattori. C’è un istinto che serve a declinare la cura, ma non in tutte le donne è sviluppato allo stesso modo e poi c’è un percorso psicologico che ogni donna fa a suo modo e implica l’accettazione di un ruolo, gli assestamenti emotivi, l’equilibrio tra la vita famigliare, gli impegni esterni e le ambizioni personali. Quando nasce il primo figlio nasce anche una madre, qualcuno che muove i primi passi in questo territorio affascinante e complicato. Dal mio punto di vista, non si dovrebbe dare niente per scontato; la maternità è sempre una conquista.

 

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»La vita si può riparare», dice. La vita si può riparare? In che modo?

La vita si può riparare con la distanza che solo il tempo ci concede. Tante sofferenze giovanili, quando si diventa adulti, sembrano ridimensionarsi; a volte ci fanno sorridere, altre ci inteneriscono. Oppure, si può sempre scegliere di trovare un nuovo punto di vista da cui guardare al passato: trovare una narrazione che dica di noi in modo diverso, eliminando gli errori per trasformarli in passi necessari. Oppure ancora, le ferite possono rimanere lì dove sono e proprio per questo orientarci verso scelte migliori, più adatte alla nostra vita. Infine ci sono gli altri: le persone che incontriamo. Possono essere persone negative, ma possono anche essere incontri luminosi e decisivi, come è Alessio per Ada. Arriva sempre un momento in cui incontriamo qualcuno che sa amare meglio di noi, che si prende cura della nostra anima ferita facendoci sentire speciali. Facendoci rinascere e guardare alla sofferenza passata come qualcosa di ormai lontano.

Ciò che le parole non dicono. Intervista a Gaia Manzini

«Io non ti do punizioni, diceva mia madre quando ero una bambina. Devi sceglierla da sola la punizione.» Forse gli altri sono più clementi con noi? Perché noi ci perdoniamo gli errori più difficilmente?

Non ci perdoniamo gli errori perché gli errori ci rallentano, perché a volte dimostrano che in quel momento della nostra vita non eravamo lucidi. In un senso più ampio, gli errori e la sofferenza che ne consegue ci mettono davanti in modo inequivocabile alla nostra fallibilità di esseri umani.

 

La storia di Ada travolge e i sentimenti che si intrecciano, la delicatezza con cui si sfiora la pelle delle esistenze raccontate – perché si ha la sensazione di sfiorarli tutti, Ada, Alessio, la mamma di Ada – stimola la riflessione. Mi piacerebbe soffermarmi sui figli: sono ostacoli lungo il percorso della vita? Lo sono di più nel caso delle madri?

I figli sono ostacoli fin quando la società e la cultura dominante ci porta a pensarli come tali. È un processo lungo dimostrare che i genitori sono intercambiabili nell’educazione e nell’affiancamento alla crescita; ancora più lungo dimostrare che le donne che sono madri possono essere delle lavoratrici impeccabili e ambiziose tanto quanto chi non ha figli. Ci sarebbe da fare un discorso complesso sul welfare, sui tempi, i modi e i luoghi in cui organizzare il lavoro. In poche parole, perché le donne dovrebbero scegliere tra i figli e la realizzazione personale? Quando arriverà il momento in cui ci sentiremo legittimate a volere tutto? Quando la politica troverà delle risposte concrete per l’organizzazione famigliare?

Ciò che le parole non dicono. Intervista a Gaia Manzini

I padri sono spesso definiti come i grandi assenti. Nella storia di Ada, il suo di padre è al massimo un sussurro che mitiga le emozioni della madre. Laltro padre è un immenso silenzio... qual è il ruolo dei padri nelleconomia dellessere genitori?

Credo moltissimo nella figura paterna. Mio padre ha avuto un ruolo decisivo nella mia maturazione emotiva e ho al mio fianco un uomo che è anche un padre attento e molto partecipe. È come se negli ultimi anni gli uomini avessero riscoperto la paternità attiva. A scuola sono in tanti quelli presenti, e non solo lì.

La mia storia nasce da un’urgenza che si lega al materno radicato in tre generazioni di donne. Avevo bisogno di focalizzarmi da un lato su questo e dall’altro sul ruolo taumaturgico che ha l’amicizia nella vita di Ada. In questo romanzo ho cercato la fluidità stilistica e la compattezza tematica: tutto questo implica delle scelte. Qualcosa rimane per forza al margine della messa a fuoco.

 

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È un tema molto delicato, me ne rendo conto, ma questa frase mi ha colpita. Dice: «dellaltra soluzione mi sarei pentita per tutta la vita, di avere un figlio invece non ci si pente mai». Non poteva essere un pensiero più attuale e più sentito... mi riferisco allaborto. Qual è la sua posizione in merito?

Le donne hanno diritto di poter scegliere. La natura ci ha dotato di un corpo uno e multiplo allo stesso tempo: portatore cioè della possibilità di riprodursi, che è un dono bellissimo e pieno di mistero. Nel processo, non sempre lineare, che ci porta a diventare donne, ho personalmente avvertito due momenti distinti: la crescita del corpo e poi – solo successivamente – quella psicologica. In altre parole, a volte il corpo è pronto ad accogliere la vita, ma la mente ancora non lo è, come accade ad Ada. La frase citata nella domanda non è il mio punto di vista: è quello che la madre dice quando Ada a diciassette anni si rende conto di essere incinta e non sa che cosa fare. Per me la procreazione deve essere cosciente e responsabile, deve essere una scelta. Anche l’aborto è una libera scelta e come ogni scelta può essere difficile e avere delle conseguenze. Io credo che dobbiamo tutti prenderci cura del corpo delle donne e del fatto che debba trovare una sintonia con la maturazione psicologica: prendersene cura significa parlarne, trovare narrazioni, portarle nelle scuole, nelle università, aprire dibattiti continui. La maternità è una conquista: anche quando nasce un figlio voluto non è detto che nasca anche una madre. Ognuna di noi deve fare un percorso, scoprire la giusta postura che declina amore, assunzione di un ruolo e rispetto delle proprie esigenze personali. Sicuramente in questo processo delicatissimo che coinvolge anche il proprio figlio, il primo passo all’origine di tutto è quello della madre. Per questo motivo deve essere un passo fatto in piena coscienza.

 

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Per la prima foto, copyright: Nik Shuliahin su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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