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Che cos’è il piacere per Epicuro

Che cos’è il piacere per EpicuroQuest’oggi indagheremo che cos’è il piacere per Epicuro partendo sia dalla definizione che ne dà il filosofo stesso sia dalla lettura che ne propone Carlo Diano, uno dei massimi studiosi di Epicuro.

Il pensiero del filosofo di Samo del IV/III sec. a. C., Epicuro, fondatore di una scuola con sede prima a Mitilene e Lampsaco e poi ad Atene, è molto più complesso di quanto lo stato frammentario dei testi pervenuti per via diretta – Diogene Laerzio – e indiretta – De finibus di Cicerone – ci permettono di apprezzare. Tuttavia la complessità e la profondità della sua filosofia ci sono restituite dagli studi di uno dei massimi filologi/filosofi del Novecento, Carlo Diano.

Lo studioso di Vibo Valentia, deceduto nel 1974, già noto per le sue opere filosofiche ed estetiche, in particolare Forma ed evento e Linee per una fenomenologia dell’arte e per i suoi studi sulla catarsi tragica, per le sue traduzioni dei Tragici, ha guadagnato fama internazionale proprio con i suoi scritti su Epicuro e l’edizione degli Ethica.

La Bur ripropone questi ultimi, gli Scritti morali, in una nuova edizione, maneggevole e molto curata, aggiornata e rivista dalla figlia dello studioso, Francesca Diano. La nuova versione è fedele a quanto Carlo Diano volle alla fine della sua vita, perché riproduce la sua edizione critica per l’Editore Sansoni del 1946, Epicuri Ethica, poi ristampata nel 1974 in edizione anastatica con l’integrazione di due importanti studi sui papiri ercolanesi delle Lettere di Epicuro, che nella precedente edizione della Bur non erano stati inclusi. La Bur ha così reso giustizia allo studio appassionato del Vibonese, dando al lettore l’opportunità di ricostruire quanto più possibile il pensiero di Epicuro, nomen omen, perché significa in greco «amico», «soccorritore», uno degli epiteti di Apollo. Questi, infatti, pose alla base della sua filosofia quanto riteneva di più sacro: l’amicizia, condivisa con i discepoli del Giardino,va cui erano ammesse anche le donne – una tra tutte l’etera Leonzio – ma estesa a tutta l’ecumene, che era per i Greci la terra abitata.

 

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Il suo pensiero incontrò non pochi detrattori, per aver posto il fine della vita nel piacere; questo dipese però, come osserva Diano, da una lettura errata del piacere stesso che, come si desume dall’intera filosofia, specie dalla Lettera a Meneceo, consiste nel perfetto equilibrio dell’anima e del corpo, e non è certo quello dei dissoluti e crapuloni che sono l’incarnazione del disequilibrio.

Che cos’è il piacere per Epicuro

Il senso dell’amicizia e la sua teleologia lo fecero apprezzare anche da Seneca, pur di corrente opposta, in quanto stoico, e da Cicerone che nel De finibus ripropone la sintesi del suo pensiero, fermandosi a riflettere sul concetto di piacere, che si differenzia da quello dei Cirenaici, sostanzialmente dinamico e cinetico, mentre quello di Epicuro è statico e catastematico e tende alla quiete, all’atarassìa e all’aponìa, alla mancanza di turbamento nell’anima e nel corpo che si consegue attraverso il tetrafarmaco.

Trovo che le basi del pensiero epicureo siano state fatte proprie dal grande Diano che – ci spiega la figlia Francesca nella premessa – pose l’amicizia all’apice dei suoi valori, come dimostra il discorso che egli pronunciò, nonostante le minacce, in occasione dell’assassinio del filosofo Giovanni Gentile, che egli considerò come un padre, essendo rimasto orfano precocemente, a otto anni. Giustamente la Bur ripropone la dedica al filosofo: «Quae singula olim singulis dedicavi/nunc omnia in unum complexus memoriae/Ioannis Gentile sacra esse volo».

Lo stesso sentimento di equilibrio interiore guida la traduzione e la curatela di Diano alle Opere morali di Epicuro: la traduzione è precisa e raffinata, le note esaustive e dotte circostanziano quanto si va traducendo.

Che cos’è il piacere per Epicuro

Il lettore, specie grecista, non può che provare un senso del piacere, direi epicureo, laddove sia appagato un bisogno così naturale e necessario, come il gusto di cogliere la passione e la maestria con cui il filosofo/filologo maneggia il testo e il pensiero di Epicuro. Credo che tra i due si sia creata una profonda sintonia e che Diano abbia provato non poco piacere nella sua operazione culturale, perché sosteneva che chi si occupa di un filosofo non possa che filosofare e il filosofare, come il creare, è un processo intellettuale che dà senso e piacere alla vita. Se si parla, poi, di un filosofo, come Epicuro, ellenistico, ma anche apprezzato in età romana – penso a Lucrezio e Orazio – che dà delle risposte al male di vivere, tanto che è stato accostato a Siddharta Gautama Shakamuni, il Buddha, credo che il piacere sia centuplicato per chi studia e per chi legge.

Relazioni col Buddhismo ve ne sono: basti pensare che Epicuro ha posto alla base della sua fisica il vuoto in cui si muovono in senso orizzontale e parallelo gli atomi, che non si incontrerebbero se non ci fosse la “deviazione”, il “clinamen” di Lucrezio, riprendendo il pensiero di Democrito e di Leucippo.

«Tutto pensa, anche l’anima pensa» diceva Leopardi nello Zibaldone, riprendendo il pensiero di Epicuro, per il quale anche l’anima è costituita di atomi, più leggeri di quelli del corpo, ma sempre atomi. Ciò non l’ha indotto a negare l’esistenza del divino, da cui però l’uomo è scollegato. Gli dei, infatti, non influenzano, come sostenevano i Tragici, l’azione dei mortali, ma nella loro perfezione, fondata sul piacere catastematico, vivono negli intermundia, e certo non si curano del Mondo.

 

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Perché temere allora gli dei, se sono totalmente indifferenti a noi? Questa è solo una paura che nasce dall’ignoranza e dalle illusioni umane. Certo, perché l’uomo insipiente si nutre di illusioni, da cui bisogna liberarsi filosofando, considerando che per questo non si è mai troppo giovani né troppo vecchi. Così, non si teme neanche la morte, perché «quando questa c’è, noi non ci siamo; quando ci siamo noi, questa non c’è.» La morte è dissoluzione degli atomi; perché temere allora se siamo impermanenti? Il concetto di “impermanenza” accosta alle filosofie orientali, anche se con esiti diversi. L’unico fine della vita è allora il piacere, come cessazione del dolore, si pensi a Leopardi, e alla virtù che ne consegue.


Per la prima foto, copyright: Debby Hudson su Unsplash.

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