Cerchi che si chiudono. “L’assassinio del commendatore – Libro secondo” di Haruki Murakami
Finalmente, il 29 gennaio scorso è stata edita da Einaudi (per la traduzione della “solita” Antonietta Pastore) la seconda attesissima parte de L’assassinio del commendatore di Haruki Murakami, di cui proprio tra le pagine di «Sul Romanzo» avevamo iniziato a raccontare il libro primo, Idee che affiorano.
Anzitutto è doveroso rubare qualche riga all’analisi del romanzo e soffermarsi su un elemento che può sembrare solo apparentemente figlio di qualche voglia retorica. Ma il pathos e la curiosità che hanno accompagnato l’uscita dell’ultimo libro di Murakami meritano di essere considerati e rimarcati. Perché in un’atmosfera contemporanea in cui pare che solo il lancio di un nuovo modello di smartphone o di una nuova serie tvpossano destare interesse, il “fenomeno Murakami” cristallizza e dimostra quanto il mondo abbia fame di storie che nutrano la miglior letteratura. E quando si sceglie la parola “mondo”, non si esagera: l’amatissimo scrittore giapponese, infatti, gode di una notorietà e di un seguito planetario che soli pochissimi autori (e artisti) hanno visto riconosciuto (addirittura) nel corso della loro vita. Eppure, guarda caso, se c’è uno scrittore che Murakami vuole omaggiare con questo lungo racconto, è proprio uno di quelli che non hanno avuto troppa fortuna in vita: Francis Scott Fitzgerald. Dal quale, lo scrittore giapponese, estrapola una mirabile sintesi circa gli ipotetici destinatari dei suoi lavori: «Non mi fido delle persone che sostengono di essere normali, l’ha scritto Fitzgerald in so più quale romanzo» (L’assassinio del commendatore - Libro secondo, Einaudi, pag. 218). Ma andiamo, finalmente, a parlare della storia.
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Con Metafore che si trasformano, questo il sottotitolo, ritroviamo il ritrattista al centro della narrazione, esattamente dove lo avevamo lasciato, alle soglie di «una domenica oltremodo confusa» (L’assassinio del commendatore – Libro primo, Einaudi, pag. 411). L’intreccio tra realtà e allucinazione incrementa ancor di più i giri del motore, fondendo la sua architettura in una narrazione perfettamente centrata nei contorni di un realismo magico omogeneo, in cui, tra realismo e finzione avviene un’avvincente ed esistenziale compenetrazione di corpi e forme. Ognuna incastonata in una delle vere ossessioni del romanzo e dell’autore stesso, quella del tempo. Che se da un lato è essenziale per capire l’evoluzione - «Per ciò che ha una forma, il tempo è importantissimo» - dall’altro è l’unico anestetico invincibile - «Il tempo risolve ogni cosa» (L’assassinio del commendatore – Libro secondo, Einaudi, pag. 389) -. La spola tra le due anime di Murakami è continua, e lentamente la distanza fra le due si restringe, facendoci scivolare da una sponda all’altra, «attraverso lo stretto spiraglio che separa il nulla dalla realtà» (Ibidem, pag. 287).
L’ossessione del tempo è perfettamente dissimulata nella scelta di Murakami di collocare ancora una vola il suo personaggio principale in una bolla di solitudine, tra creazione e rimorso. Quasi a ribadire quello che rivela nel Mestiere dello scrittore (Einaudi 2017): «scrivere un romanzo, soprattutto un romanzo lungo, è qualcosa che si fa in solitudine».
Tuttavia, quest’apparente isolamento , è puntellato dalla presenza del signor Menshiki, le cui corrispondenze con Gatsby si fanno sempre più marcate, «[…] nel suo spirito c’è come un buco nero, qualcosa che finisce per attirare elementi strani e pericolosi. È questo il suo problema» (Ibidem, pag 387); dalla passione per l’amante, funzionale, negli intermezzi di sesso esplicito, all’elicitazione di quella che Murakami stesso chiama «la via maestra per l’altro mondo»; dalla nuova prepotente entrata in scena di Marie, la bambina di cui il pittore sta realizzando il ritratto per conto del signor Menshiki (che la crede sua figlia), che è la vera scintilla narrativa di questa seconda parte; dal ricordo della sorella morta Komi, che paleserà l’insondabile, alla ricerca della rottura di quello di cui siamo fatti: «Tutti, nessuno escluso, siamo per così dire circondati da solidi muri, è in questo modo che siamo fatti» (Ibidem, pag. 204). Poi, ancora, dalla moglie Yuzu. Che lega L’assassinio del Commendatore a L’uccello che girava le viti del mondo (Einaudi, 2007). Ed è qui, nel parallelismo fra questi due romanzi, che si può ravvisare come, se è vero che in questo Libro secondo tutte le ipotesi e supposizioni affiorate nella prima parte si realizzano e trasformano, proprio questo passaggio distingue L’assassinio da quasi la totalità dei lavori precedenti di Murakami. Per un semplice motivo: alcune delle sue più classiche consuetudini narrative vengono meno, accettando, per una volta, “la chiusura di (quasi) tutti i cerchi”, volendo usare le stesse parole dello scrittore. Invero, per la prima volta, non si ravvisano cortocircuiti narrativi come la scomparsa improvvisa di qualche personaggio - su tutte, quella del compagno di stanza di Tōru in Novergian Wood (Einaudi, 1993) - e, anzi non viene meno né la volontà di saziare il lettore delle curiosità diegetiche da romanzo giallo che affiorano prorompentemente soprattutto in questa seconda parte, né quella di concretizzazione delle metafore. In questo senso, la scelta di Murakami è spiazzante, perché se da un lato i topoi della buca e della foresta – scenari centrali sia inKafka sulla spiaggia (Einaudi, 2008), sia in L’uccello che girava le viti del mondo – restano cruciali all’interno delle dinamiche narrative, dall’altro è sorprendente osservare come l’autore scelga di sviscerare le trame della sua storia semplicemente risolvendole una a una. Ecco, quindi, come anche nella “chiusura del cerchio” Murakami è lontano anni luce dai caratteri di quella che potrebbe apparire una scelta banale e prevedibile.
Inoltre, è anche vero che se questo romanzo è più marcatamente realista di Kafka sulla spiaggia o L’uccello che girava le viti del mondo o La fine del mondo e il paese delle meraviglie (Einaudi, 2008), al contempo tocca, con una disarmante chiarezza metaforica, delle profondità mai indagate similmente in altri romanzi dello scrittore nipponico. Così, la discesa nel mondo delle metafore non può che indossare l’eco di tutti i celebri passaggi nell’aldilà che si sono avvicendati nella letteratura di ogni tempo; la caverna svela lo stesso binomio di libertà e prigionia, amore e morte del mito platonico, alludendo, persino, alla salvezza del suicidio dostoevskyiano; il trittico femminile su cui s’innestano le giravolte del ritrattista, attesta, ancora una volta, la centralità del personaggio femminile nel panorama di Murakami, che è solo fintamente ad appannaggio maschile. Struggente, a riguardo, la risposta del pittore:
Quale sarebbe questa cosa che hai sempre cercato in tutte le donne?
Non è facile da spiegare. È qualcosa che a un certo punto della mia vita ho perso, e in seguito ho cercato a lungo.
(L’assassinio del commendatore – Libro Secondo, Einaudi, pag. 141)
Murakami fa con i libri esattamente quello che scrive a pagine 67 di questo: «Una persona così, se resta a lungo in un posto, finisce per impregnarlo della proprio presenza» (Ibidem, pag. 153). E, in questo caso, va a racchiudere dove nessuno si aspetterebbe il segreto più grande: «Quella bambina aveva bisogno di piangere» (Ibidem, pag. 358). Alla fine sembra quasi buffo che si sia “dimenticato” di dirci come si chiama questo pittore. Ma a pensarci, Murakami riderebbe. Appunto perché: «È importante, nella vita, un nome» (Ibidem, pag.423), e lui deve solo scrivere, come Fitzgerald ricorderebbe: «Tu non sei un personaggio tragico. Non lo sono neanche io. Siamo soltanto scrittori e non dobbiamo fare altro che scrivere» (F. Pivano, Viaggio americano, Bompiani, 1997, pag. 47).
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Il nome lo diamo noi. Perché se «vogliamo credere a qualcosa, nulla ce lo vieta» (Ibidem, pag. 420). Dobbiamo, come ci suggerisce il significato del nome di Menshiki, attraversare di continuo le nostre due anime, mettendo in correlazione il fenomeno e il modo in cui è espresso.
La grandezza de L’assassinio del commendatore sta proprio nella volontà di Murakami di rimettere volutamente in discussione se stesso partendo dall’arte. Così, al senso di 1Q84 (Einaudi, 2011), a cui è “rubata” l’atmosfera noirdi L’assassinio, «Non sarebbe meglio se rimanessimo separati fino alla fine, conservando il desiderio di incontrarci? In questo modo continueremmo a vivere mantenendo intatta dentro di noi la speranza di rivederci, un giorno…», risponde questo Libro secondo a pagina 84: «il fatto (è) che per comprendersi meglio, è necessario ricorre a qualcun altro». Ora. Quando il ritrattista, da dentro la buca, sceglie di chiamare sua moglie Yuzu. Perché a volte, il cerchio va chiuso.
Per la prima foto, copyright: Manuel Cosentino su Unsplash.
Per la terza foto, la fonte è qui.
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