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Case editrici, scrittori e surrealismo – parte I

Case editrici, scrittori e surrealismo – parte IA cura di Alberto Gherardi, Alessandro Greco, Morgan Palmas

 

Oggi nasce una nuova rubrica tenuta da tre persone: tutti i mercoledì. Un dialogo su letteratura, editoria, scrittura e non solo; un dialogo cinico, irriverente, scomodo; si faranno nomi e cognomi, verrete a conoscere fatti magari poco conosciuti o tenuti volutamente nascosti ai lettori.

 

Morgan: Alessandro, una breve introduzione per fare capire quanto stiamo facendo. Per chi non ti conosce, sei stato curatore di alcuni progetti editoriali, hai pubblicato racconti, hai collaborato con blog letterari (anche con Sul Romanzo) e osservi da anni il mondo dell’editoria con la curiosità che ti contraddistingue.

Dialogheremo assieme nel tentativo di condividere opinioni, forse utili per chi ci sta leggendo.

Gli ultimi dati sui lettori italiani non sono incoraggianti, che cosa ne pensi?

 

Alessandro: Ciao Morgan e ciao a tutti. Ho curato finora 8 progetti editoriali per 7 editori diversi e ho fatto conoscere e cooperare più di 100 scrittori. Dai perfetti sconosciuti, fino a gente come Gianni Biondillo, Marco Vichi, Maurizio De Giovanni (solo per citare tre premi Scerbanenco).

I dati sui lettori italiani sono scoraggianti perché gli editori italiani sono “scoreggianti”, nel senso che buona parte di ciò che producono sono puzze. L’editoria è schiava del Dio marketing e del pornobook, dopo il “successo” delle sfumature. Successo, poi, è un termine che andrebbe indagato a fondo. Voglio dire, perché un libro che ha venduto tanto è un successo? Successo di cosa? Perché il parametro vendite vale solo per i libri e non, che ne so, per i ristoranti? Se così fosse, se il numero di coperti fosse il parametro di valutazione della qualità dei ristoranti, McDonald’s non avrebbe rivali. Mi pare, invece, che una cena di pesce sia un attimino meglio, no?

 

Morgan: Un conflitto, quello fra numeri e qualità, mai risolto. Pochi concetti ma precisi: i grandi gruppi editoriali hanno un’arma pecuniaria e statisticamente vendono più libri delle case editrici che non afferiscono ai grandi gruppi appunto. Perciò sostenere la logica del numero di copie vendute va a loro vantaggio. Ma non è certo una novità. Pensiamo ai numeri ostentati per Il cielo è rosso di Giuseppe Berto, e parliamo degli anni Quaranta del secolo scorso. Non va dimenticato, Alessandro, un fattore importante: dietro alle vendite di un libro c’è una struttura che deve reggersi economicamente, vendere migliaia di copie di un libro mediocre permette di pubblicare un libro di grandissima qualità ma che non potrà andare oltre le 500 copie, altrimenti non vedrebbe la luce…

 

Alessandro: Balle. Sono gigantesche balle. Mi riferisco alla leggenda secondo la quale la vendita di migliaia di copie di bestseller spazzatura permetterebbe la pubblicazione di libri di qualità altrimenti destinati a restare inediti. È una contraddizione in termini: l’editore – in particolar modo i grandi gruppi editoriali – è, oggi, un imprenditore e, fatti salvi alcuni casi, punta esclusivamente al proprio tornaconto. Ne deriva una ricerca spasmodica del bestseller e basta. Ti chiedo di farmi qualche esempio. Qualche esempio di libro di altissima qualità a bassa tiratura uscito grazie agli incassi di 50 sfumature, di Fabio Volo, di Luciana Littizzetto o di Giorgio Faletti.

La realtà, almeno la realtà che vedo io, è che i libri di altissima qualità sono pubblicati sempre da piccole case editrici. Spesso vincono il Nobel per la letteratura e solo a quel punto se ne impadroniscono i grandi gruppi (per una tiratura). Voglio anche farti qualche esempio: Neo. Edizioni. Ha in catalogo 13 libri. Sono 13 gioielli. E qui non si tratta di fare pubblicità. Si tratta di raccontare quel che vedo, me lo hai chiesto tu. E io vedo, come ti dicevo, alcune rarissime eccezioni nei grandi gruppi, per esempio Guanda. Per il resto mi pare, ripeto, corrano tutti dietro il nuovo Volo-Moccia, in alternativa pubblicano nomi, non libri: Ligabue e Negramaro sono gli ultimi due esempi di come si è ridotta Stile Libero. O forse devo pensare che grazie alla pubblicazione di Ligabue possiamo leggere Foster Wallace? Non scherziamo, dai. Aldo Busi fatica a trovare un editore, questa è la realtà, perché Aldo Busi ha 1000 lettori, non di più. Lo stesso discorso vale per la TV, identico. Quando esplose il fenomeno Grande Fratello, ci fu la corsa al reality. La fattoria, L’isola dei famosi ecc. Ebbene, allo stesso modo dovrei credere che, che ne so, Report va in onda grazie all’audience di X-Factor? Mi viene da ridere. Poi certo, i lettori hanno le loro colpe…

 

Morgan: Parliamone anche con Alberto Gherardi (autore emergente dalla spiccata personalità linguistica e in passato amministratore di un forum di lettori a cui partecipavano anche noti scrittori italiani): alla luce di quanto abbiamo scritto finora, qual è la tua opinione? Poi, Alessandro, ti faccio gli esempi che chiedi, così nel frattempo ti passa la risata.

 

Alberto: La cosa che mi ha sempre infastidito dell’editoria italiana (parlo da autore e da discreto consumatore di libri) è la mancanza di passione che si percepisce nella maggioranza delle case editrici. È verissimo quel che dice Alessandro parlando di molti editori-imprenditori alla ricerca del solo tornaconto, soggetti che potrebbero vendere l’opera omnia di Philip Roth o due chili di quartirolo con lo stesso entusiasmo (zero, peraltro comprensibile nel caso di quella specie gessosa di formaggio) e competenza (poco più di zero). Con queste premesse, è normale che si ottenga più successo col quartirolo, che non richiede esercizio del pensiero ma solo una buona dose di saliva, piuttosto che con un libro. Mi pare che a mancare sia anzitutto il senso artistico del lavoro di editore (e con editore non intendo solo il chief, ma l’intero staff), cioè la capacità e la voglia di individuare voci personali e storie “speciali”, e poi l’abilità di valorizzare al meglio quel piccolo grande mondo che è un romanzo. Questo è il punto che più mi colpisce: l’agghiacciante mancanza di idee, fantasia, passione, sia nella fase di individuazione di un’opera letteraria che di realizzazione e divulgazione del libro. La grande maggioranza degli editori fa il compitino, spesso neppure quello, e poi si lamenta che il prodotto libro non funziona, con il messaggio sottinteso che la colpa non è sua ma di quei caproni italiani che non leggono, o dell’autore che s’intestardisce a scrivere cose che non vendono. Questi in realtà non sono editori. Sono cartolai, cartolai del quartierino. O del quartirolo.

Credo che alla gente le belle storie interessino sempre, bisogna però fargliele conoscere. Grandi autori e grandi storie non mancano neppure in Italia, ma è necessario che i padroni del vaporetto Narrativa si facciano un bell’esame di coscienza ed escano dal circolo dell’autoreferenzialità. Inizino a fare seriamente attività di ricerca dei talenti letterari e guardino al prodotto libro anche con l’occhio del fan; creino hype attorno alle nuove uscite e dialoghino maggiormente con i lettori. Producano meno libri ma li amino di più. La smettano di atteggiarsi a depositari del Potere d’Editoria Italiano, e dal superbo castello di carte in cui si sono collocati la piantino di mandare alle stampe l’ennesimo libro, magari anche bellino, limitandosi a urlargli: Vai e venditi!, come direbbe un rumeno alla sua amica d’infanzia.

 

Morgan: Tu, Alessandro, scrivi “Ne deriva una ricerca spasmodica del bestseller e basta”. Non nego che tale fenomeno esista, ma non si può circoscrivere i grandi editori dentro confini così definiti. La realtà è più complessa di quanto si vorrebbe, con piglio drastico, sostenere. Parliamo di Mondadori – lo stesso si potrebbe fare per Rizzoli, Feltrinelli o GeMS –, il catalogo è di numeri importanti: libri che entrano e libri che escono, cioè che non sono più ristampati. E i libri non ristampati si dimenticano il più delle volte dopo pochi anni, come credete che un importante catalogo possa essere nutrito se non attraverso scelte commerciali magari aggressive, pompando sui libri che hanno vendite considerevoli? Avere per i grandi gruppi editoriali in catalogo un libro che vende 100 copie o meno in un anno è fallimentare, ma lo si può fare grazie ai libri “di moda”, e, capiamoci, avere un titolo in catalogo significa costi per un’azienda, su tutta la filiera dalla quale dipende un singolo libro. Un esempio? Nel 2010 è stato pubblicato da Mondadori “La resistenza tricolore” di A. Petacco e G. Mazzuca, quanto potrà vendere questo libro? Come tenerlo “in vita” se non attraverso l’aiuto che altri libri possano donargli? È una logica paradossale? No, è una logica economica, come quando un fornaio ha poco interesse a tenere il pane con l’uvetta secca in vendita, ma grazie al cospicuo introito delle rosette e delle mantovane può differenziare la sua offerta tenendo “in vita” i prodotti che qualche giorno non vende ed è costretto a buttare. Non va diversamente nel Regno Unito, in Olanda o in Germania, dove i lettori – in proporzione sull’intera popolazione – sono più numerosi rispetto al nostro paese. Là è un altro il fattore discriminante: il tipo di acquisto del lettore, meno uniformato e meno schiacciato dai bestseller. La responsabilità è soltanto delle scelte economiche degli editori? Uhm.

 

[La prossima puntata sarà online mercoledì 30 gennaio 2013]

 

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