Capitano Paul Watson, il pirata che salva gli Oceani
Indicato dal «Time» come uno degli eroi dell’ambientalismo di questo secolo, Paul Watson (Toronto, 2 dicembre 1950) ha dedicato la vita alla protezione e conservazione degli oceani. Un’esistenza che sfiora la leggenda, quella del comandante: dalla sua prima missione da eco-ambientalista nei mari del nord, sulle ceneri della quale sarebbe nato il progetto Greenpeace, fino ai giorni nostri.
Nella fredda isola di Amchikta, nel sud dell’Alaska, Watson e uno sparuto equipaggio di eco ambientalisti, fra cui il leggendario Bob Hunter (co-fondatore di Greenpeace), partirono nel 1969 con l’obiettivo di fermare i test nucleari che avrebbero devastato fauna e flora marina protetta.
Non portarono mai a termine la missione, la bomba nucleare esplose e ancora oggi è ricordata come una fra le più grandi detonazioni degli Stati Uniti.
I volontari tornarono sconfitti sul campo ma non nell’animo: riusciti ad attirare la difficile attenzione della stampa e della popolazione, ben presto si cominciò a parlare di ecologia, in particolar modo rivolta alla protezione della vita marina.
Per gli Oceani! è l’urlo di battaglia che ha contraddistinto la vita di quest’uomo, che solcando i mari di tutto il mondo, ha lottato senza tregua contro imperi finanziari, politici corrotti, leggi controverse, burocrazie improbabili, con l’obiettivo di fare rispettare le norme che regolano la caccia alle balene, la pesca, la navigazione in generale. Legislazioni che, come quelle emanate dall’IWC (l’ente che regola la baleneria) i bracconieri di tutto il mondo si permettono costantemente di infrangere, rimanendo il più delle volte, impuniti.
Come spesso ha dichiarato nelle sue interviste: «Se muoiono gli oceani, anche noi moriamo».
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Una missione di vita, la sua, un legame imprescindibile con il mare e con le creature che lo popolano.
Nel libro Ocean Warrior: la mia battaglia contro lo sterminio illegale degli oceani (2012, Mursia, traduzione di Elena Montrasio), uno dei pochi disponibili in italiano, racconta nel dettaglio la sua battaglia contro le feroci baleniere russe, giapponesi e islandesi, che nel corso degli anni hanno decimato illegalmente la popolazione di cetacei nei mari del nord e nell’Antartide.

Il 1975 è stato l’anno della svolta: intercettata una famigerata baleniera sovietica, Watson e Hunter non hanno esitato un momento. Saliti su un gommone e scesi in mare, si sono messi in mezzo fra l’arpione e otto magnifici capodogli in fuga.
«A tutta velocità su un piccolo gommone, dovevamo superare la vertiginosa prua di acciaio di una nave assassina russa. Negli spruzzi nebbiosi delle balene in fuga, percepivamo fisicamente l’odore del loro panico [...] I balenieri mostrarono tutto il proprio disprezzo per la nostra azione non violenta lanciandoci un arpione esplosivo sopra la testa. Il tiro finì fra le onde, ma noi vedemmo la morte in faccia. Non fu tanto fortunata una delle balene. [...] Ferito mortalmente e impazzito dal dolore [il capodoglio] si riversò su un fianco; il suo occhio enorme guardò dritto nel mio. Lentamente la testa titanica riemerse dall’acqua. Impotenti, [sul piccolo gommone] sapevamo che saremo stati schiacciati: la balena si sarebbe schiantata su di noi. Eravamo paralizzati.
La balena ci evitò. Vacillò e si erse, immobile, sopra di noi. Guardai in alto [...] un occhio grande come il mio pugno rifletteva la sua intelligenza, e, senza bisogno di parole, parlava di compassione, comunicandomi che questo essere era in grado di distinguere, e che aveva capito quello che noi avevamo cercato di fare. Lo sguardo della balena mi colpì nel profondo dell’anima. [...] fui sopraffatto da un senso di pena, non per la balena ma per noi. Onde di vergogna si infransero su di me e io piansi. Sconvolto dall’orrore, dalla rivelazione che la mia specie era in grado di perpetuare tale crudele bestemmia. [...] Lasciai il comodo regno dell’auto-considerazione umana per abbracciare per sempre la commovente soddisfazione che veniva dal dedicare la propria vita agli abitanti degli abissi.»
Da allora Watson non si è più fermato.

Lascia Greenpeace che a suo dire è diventato un «grande carrozzone burocratico» e fonda nel 1977 la sua organizzazione: la Sea Shepherd Conservation Society.
Watson diventa il pastore del mare e, a differenza di Greenpeace, sceglie come modus operandi l’azione diretta: agire in qualsiasi modo non violento per impedire le attività illegali in alto mare e mostrarle al mondo.
Nel 1978 il capitano intercetta la Sierra, una delle più famigerate baleniere pirata di tutti i tempi e, senza esitare un momento, la rincorre, la sperona e la affonda al largo delle acque portoghesi.
Da allora non si contano più le azioni di questo guerriero del mare, che con le sue navi dalle bandiere nere solca le acque più sperdute per intercettare e fermare bracconieri e pescatori senza scrupoli.
Il «Guardian», nel 2008, lo ha descritto come «una fra le cinquanta persone che potrebbero salvare il pianeta»ma, con la stessa forza, è stato spesso considerato dalla stampa e dalle autorità alla stregua di un eco-terrorista e un pirata.
LEGGI ANCHE – “Seal Wars” di Paul Watson [Traduzione italiana in anteprima]
Di fatto, il capitano Watson, pur utilizzando l’azione diretta, come ad esempio l'impiego di idranti, di razzi fune per impigliare le eliche delle navi, il lancio di acido butirrico (una sostanza innocua ma dall’odore nauseabondo) sul ponte delle navi per rendere inutilizzabile la carne di balena e molto spesso speronando navi pirata o sabotandole nel porto affinché non possano partire per le loro missioni di morte, non ha mai ufficialmente infranto la legge.
E soprattutto, molto sovente, ha autodenunciato le proprie azioni, con il risultato che i governi che chiudevano un occhio sul bracconaggio, si sono ritrovati esposti alla giustizia e ai mass media.
«La percezione generale è che noi siamo i cattivi. Ci chiamano pirati. E che lo facciano pure, non mi interessa cosa pensa la gente. Noi non siamo in mare per protestare e scattare foto. Io mi metto fra l’arpione e la balena. Che mi chiamino pure pirata. Sono quarant’anni che vado per mare e non ho mai infranto una legge o fatto male a qualcuno o commesso crimine alcuno, ma sono stato minacciato di essere inserito nella lista rossa dell’Interpol, insieme a trafficanti di droga, serial killer e criminali di guerra», ha dichiarato in una delle sue tante interviste, che si possono trovare con facilità sul web.

Per le coraggiose azioni portate avanti negli anni Settanta e Ottanta fino ai giorni nostri, Sea Shepherd è diventata il simbolo della salvaguardia degli oceani, in tutto il mondo.
Un’organizzazione progettata nel minimo dettaglio, che non ha dimenticato i principi del suo fondatore: l’azione diretta, l’indipendenza da qualsiasi forma politica o commerciale, la gratuità delle azioni. Nessun volontario percepisce bonus o stipendi, Sea Shepherd rimane una delle pochissime associazioni il cui denaro viene speso fino all’ultimo centesimo per finanziare le campagne in mare.
La Flotta di Nettuno conta oggi ben dodici navi, fra le quali la mitica Brigitte Bardot, donata appunto dall’attrice francese, famosa per il suo amore per gli animali; la veloce Bob Barker che, capitanata dal coriaceo capitano Peter Hammarstedt, ha affrontato più volte l’Oceano Antartico sfidando la flotta baleniera giapponese e salvando la vita a oltre 1000 balene ogni anno. E la nuovissima, moderna e potente Ocean Warrior, un pattugliatore d'altura antartico, nonché nave ammiraglia e fiore all’occhiello di Sea Shepherd.
La mission di Sea Shepherd rimane quella di fermare la distruzione dell’habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani del mondo e allo stesso modo portare alla luce le terribili illegalità che continuano a perpetuarsi: nel lontano Giappone, per esempio, ogni anno vengono uccisi in maniera brutale migliaia di delfini. O le famigerate Isole Faroe, (Danimarca), dove ancora oggi continua, sotto gli occhi bendati di un governo che favorisce la tradizione, la famigerata Grind.
Nel suo libro, Watson chiama le Faroe le isole feroci, i fiordi insanguinati: ogni anno, per mero folclore, centinaia di globicefali vengono attirati verso le rive e brutalmente massacrati.
«Per chiunque ne sia stato testimone oculare, il Grind è un’orgia primitiva a base di sangue e violenza, l’infima espressione del disprezzo dell’uomo nei confronti della natura. È una barbarie umana pateticamente giustificata da deboli appelli alla tradizione, e blasfemi richiami a diritti e azioni condonati da Dio. Solo un popolo completamente isolato dalla realtà ecologica contemporanea può sguazzare in mezzo a tanto sangue e tanta miseria con tale lussuria e con il sorriso sulle labbra.»
Negli ultimi anni Sea Shepherd ha dato molto risalto alla pesca illegale: il 40% di tutto il pescato mondiale proviene, infatti, da una violenta forma di pesca di frodo.
Una delle azioni più significative è stato l’inseguimento del peschereccio Thunder, nave composta da un equipaggio di bracconieri e pirati ricercati per anni dall’Interpol con la pesante accusa di “illegal fishing”, pesca illegale.
Nel 2015, la Bob Barker capitanata dall’inarrestabile Peter Hammarstedt (nominato altresì nel 2018 al Pritzer Award), la intercetta al largo dell’Antartide e dopo un estenuante tallonamento di centodieci giorni, senza sosta, il peschereccio pirata desiste e si autoaffonda, per eliminare ogni prova. Ma giustizia è fatta: il Thunder si inabissa nell’oceano e l’equipaggio viene arrestato.

In Italia, Sea Shepherd si è recentemente occupata, con l’operazione SISO, al largo delle isole Eolie, di intercettare le letali attrezzature da pesca FAD, oltre 10.000 km di reti ed equipaggiamenti illeciti abbandonati in mare, in un luogo protetto e magnifico della nostra penisola come l’Arcipelago delle Eolie.
Un'altra campagna tutta italiana è Operazione Siracusa, precisamente nell’area protetta del Plemmirio, che copre circa 2.500 ettari di territorio siracusano. La protezione di quest’oasi marina è considerata prioritaria a causa del bracconaggio e altre attività di pesca illegale, che hanno portato la Cernia Bruna, i ricci di mare e innumerevoli altre specie sull’orlo dell’estinzione.
Sea Shepherd è un’organizzazione che nasce da un sogno, dalla visione di un uomo straordinario, che non ha desistito, che ha lottato in prima linea fra mille difficoltà, senza mai arrendersi.
«Il mio lavoro non rappresenterà molto di più di un’increspatura nell’oceano, eppure molti anni lo hanno increspato prima di me. [...] La mia piccola increspatura si unirà alle loro e insieme diventeranno piccole onde, quindi onde più grosse e forse, con il tempo, ondate che si abbatteranno sugli scogli dell’ignoranza e dell’egoismo umano.»
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Sono con il capitano Paul Watson, oggi, migliaia di volontari in tutto il mondo, la cui missione è la salvaguardia della vita marina; all’urlo di Per gli Oceani!, seguendo le orme del più grande pirata buono di tutti i tempi, rimangono in piedi, fieri sulle loro navi, molto spesso rischiando la vita, per dimostrare che, in momenti difficili come i giorni nostri, il cambiamento è ancora possibile.
(Per aiutare, sostenere, approfondire, o diventare un volontario di Sea Shepherd visita: www.seashepherd.it.)
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