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Camminare come pratica estetica: Francesco Careri

Borgata GiordaniNon è facile scrivere un libro sul camminare. Per niente facile scrivere un libro sul Camminare come pratica estetica, soprattutto. È ciò che ha fatto con successo Francesco Careri — membro di Stalker, l'Osservatorio Nomade, fondato a Roma come organismo interdisciplinare il cui obiettivo è condurre ricerche sulla città e sugli spazi della città — pubblicando Walkscapes (Einaudi, 2006).

Walkscapes è, per prima cosa, un tentativo di costruire il camminare (non solo in ambito metropolitano) attraverso una visione storica dell'attività culturalizzata del percorrere e del segnare lo spazio da parte dell'uomo. Si parte, quindi, dal nomadismo, per poi passare al megalitismo (peraltro, a onor del vero, mal contestualizzato e mal collegato all'idea di spazio/terra dei nostri progenitori) e saltare alle avanguardie artistiche, all'“anti-walk” dei surrealisti e poi dei situazionisti, fino al “land-walk” dell'arte contemporanea, di Richard Long e Robert Smithson. Un viaggio che scavalca, con affascinante sintesi, secoli di piedi messi l'uno davanti all'altro, tracciando una linea che — in qualche modo — cerca di individuare un percorso, un processo; un tentativo diacronico che, in corso d'opera, contribuisce a creare una visione/pratica estetica e che, allo stesso tempo, raccoglie insieme gli elementi base per la creazione di un manuale, o per lo meno di un nucleo manualistico da mettere a disposizione dei membri del gruppo Stalker.

La riflessione sull'esperienza bretoniana delle escursioni dadaiste prima — l'inizio si tenne a Parigi, partendo da Saint-Julien-le-Pauvre, insieme, tra gli altri, a Paul Èluard, Benjamin Péret, Luis Aragon, Tristan Tzara — e delle deambulazioni surrealiste, così come le derive psico-geografiche di Debord o il “fare” il territorio camminadolo, proprio dell'artista Richard Long, costituiscono materiale propulsivo messo a disposizione degli attivisti/camminatori riuniti nel 1995 intorno al manifesto-comunicato stampa Stalker attraverso i Territori Attuali, che preannunciava un'azione esplorativa del territorio romano:

«Per compiere l'intero itinerario inaugurale è previsto un viaggio a piedi di 5 giorni durante i quali verranno percorsi circa 60 chilometri. I Territori Attuali, una volta inaugurati, costituiranno lo spazio cittadino dove esploratori, artisti e ricercatori di tutto il mondo potranno operare i propri percorsi sperimentali di ricerca oltre i confini del quotidiano».

Nelle intenzioni di fondo c'era l'idea di addentrarsi in territori liminali, esplorando le possibilità di

«penetrare la realtà mutante del pensiero e del territorio, fino adesso rimossa ma allo stesso tempo alimentata da un'incredibile quantità di scarti, materiali, immateriali e umani. Tra questi scarti si schiudono nuove forme di vita, nuovi spazi, di fatto vergini, di cui vorremmo capire il senso e le possibilità di evoluzione».

Una “manualistica” del camminare, riallacciandosi all'eredità lasciata da artisti e movimenti, si interroga sul senso, o sui nuovi sensi assunti dalla deambulazione — ormai — in ambito urbano, dove per urbano si tende a considerare anche i territori esterni, marginali, di qua o di là dal confine più o meno immaginario di ciò che sono la fine della città e l'inizio di un'altra dimensione connessa.
In più, rispetto ai predecessori, vive in Careri un ulteriore interrogativo, che ruota intorno alla possibilità di traslare il camminare su un piano estetico.

«Uno dei principali problemi dell'arte del camminare è trasmettere in forma estetica l'esperienza. I dadaisti e i surrealisti non avevano trasferito le loro azioni su una base cartografica e sfuggivano la rappresentazione ricorrendo alle descrizioni letterarie; i situazionisti avevano prodotto delle mappe psicogeografiche, ma non avevano voluto rappresentare le reali traiettorie delle derive effettuate».

Al contrario, artisti come Fulton e Long hanno — per “forza di cose” — utilizzato la mappa come strumento espressivo, benché con modalità e presupposti differenti. Un aspetto di non secondaria importanza, già messo in evidenza dall'Italo Calvino de Il viandante nella mappa (1984):

«La necessità di comprendere in un'immagine la dimensione del tempo a quella dello spazio è all'origine della cartografia. Tempo come storia del passato... e tempo del futuro: come presenza di ostacoli che si incontrano nel viaggio, e qui il tempo atmosferico si salda al tempo cronologico..La carta geografica insomma, anche se statica, presuppone un'idea narrativa, è concepita in funzione di un itinerario, è Odissea».

Dunque spazio da esperire, da attraversare e sperimentare. Ma entro lo spazio della narrazione.

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