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Augusto De Angelis, o della dissimulazione storica e romanzesca

Augusto De AngelisNei primi anni Novanta uscì una interessantissima biografia di Georges Simenon, dal titolo appunto Simenon del saggista Pierre Assouline. Scrittore dalla produzione vastissima, sia nella “maschera”, cioè il suo alter ego in Maigret, sia nei romanzi in generale, alcuni dei quali capolavori indimenticabili, come L’uomo che guardava passare i treni, o Il testamento Donadieu, e infine un romanzo a cui sono particolarmente legata e che meriterebbe una riflessione a parte, I fantasmi del cappellaio, degno delle atmosfere dense e stregate di Polanski.

Sempre in questo periodo mi è capitato tra le mani invece un piccolo romanzo pubblicato da Sellerio, cioè Sei donne e un libro, di uno scrittore italiano degli anni ’30, Augusto de Angelis. Mi è sorta spontanea l’analogia con Simenon. Stesso taglio “noir”, stessa distanza anni-luce dal giallo classico in cui il colpevole viene punito (cioè quello di stampo anglosassone), una struttura rassicurante in cui nel finale, nonostante l’immancabile omicidio o catena di delitti, la linea discriminante Bene/Male viene comunque ristabilita.

Inizialmente ho pensato ad un paragone tra i due scrittori. Poi certo, ad una prima analisi, mi è parso che il paragone potesse nuocere a de Angelis che invece mi era tanto piaciuto. Innanzitutto per la mole straordinaria di romanzi scritti da Simenon, e per gli innumerevoli “luoghi” letterari inaugurati e consolidati nel suo modo di inventare le storie e di nutrirle, attraverso il vissuto, apparentemente impalpabile, dei suoi personaggi. Allora ho cercato di “vedere” questo scrittore con occhi incontaminati (operazione critica difficile in realtà), quindi non condizionati da altre letture.

Ma chi era Augusto De Angelis? Nato a Roma, nel 1888, aveva esordito con il romanzo Robin agente segretoche era ispirato a L’agente segretodi Joseph Conrad. E in effetti, nonostante questo romanzo sia rimasto abbastanza sconosciuto, le atmosfere conradiane si fanno sentire forse proprio nei romanzi successivi, soprattutto per il fatto che la costruzione di un’atmosfera che fa da base emotiva ad una trama è proprio il tratto secondo me più notevole della scrittura di De Angelis.

Si occupa inoltre di saggistica, scrive una biografia della regina Maria Antonietta e, soprattutto, riesce a costruire una sua fisionomia di scrittore bene accetto nell’epoca plumbea del trentennio fascista. E qual è allora il tratto più interessante della sua figura? Secondo me, che sia riuscito, almeno sul piano letterario, a condurre un’operazione di dissimulazione assolutamente rilevante. Per esempio che abbia raggiunto l’intento di sdoganare, almeno per un po’, i suoi romanzi all’interno della politica di censura del Minculpop, dove il genere “giallo” era visto con sospetto. De Angelis compie infatti, ovviamente in sordina, una destrutturazione di questo genere per avviarsi sulle strade più labirintiche, e per questo meno ovvie e rassicuranti, del noir.

Per esempio, a cominciare dalla figura del commissario De Vincenzi, che nulla ha a che vedere con le figure tradizionali del giallo inglese, con le loro manie ripetitive, i loro gusti sempre uguali (il cioccolato per Poirot, il giardinaggio per Miss Marple e via dicendo): “De Vincenzi, lui, era profondamente turbato. Sentiva oscuramente dentro di sé che stava per vivere ore di angoscia.”(L’Albergo delle Tre Rose,Sellerio 2002, p.34). Questa è la modalità con cui De Vincenzi si avvicina al luogo del delitto; perdendo la sua iniziale lucidità, facendosi a volte sopraffare dall’atmosfera umanamente intricata, talvolta morbosa, della scena. Al punto da dare voce e presenza anche a suggestioni immateriali date da oggetti muti: “Che luce ardeva lì dentro?... Dovevano essere gli occhi della bambola… Ecco che sragionava […] Lo specchio! Uno specchio, è sempre pronto a raccogliere ogni vibrazione dell’ambiente che lo circonda. Adesso, anche lui – e non lo sapeva - vivevadentro quello specchio.”

E così, in questo atteggiamento direi quasi dantesco, in cui ci si fa inizialmente annientare dall’inferno in cui si entra, partecipando agli umori, alle angosce tutte umane dei “dannati”, gli indiziati, De Vincenzi riesce poi ad individuare quel clicepifanico (parlando nei termini del grande critico letterario Leo Spitzer, uno “Zirkel im Verstehen”, un magico circuito di comprensione) che lo fa giungere alla spiegazione finale, razionale del resto, ma che poteva essere compresa e raggiunta solo da chi è stato in grado di immergersi in quegli umori, in quelle solitudini, nelle pastoie sedimentate dei drammi umani ed emotivi.

Per questo, forse, mentre si leggono questi romanzi, che la casa editrice Sellerio sta ripubblicando a partire dal 2000, il lettore finisce per perdere di vista la ricerca del colpevole: perché si fa sommergere, lentamente e senza accorgersene, dalle ragioni dei personaggi, che chiamano, rivendicano, pirandellianamente, vita propria. E, alla fine, interessa di più venire a sapere delle loro vite, e delle loro ragioni, piuttosto che vincere la sfida razionale della ricerca dell’assassino.

Da non trascurare poi l’ambientazione a Milano; forse la città meno provinciale, quella in cui è più facile affrancarsi da certe suggestioni provinciali, anche letterariamente parlando. Direi infatti che De Angelis riesce a raggiungere un livello che provinciale non è affatto, e che affianca la sua produzione alle atmosfere noirdi certi grandi romanzi europei. E di quanti romanzieri italiani, anche più famosi e affermati di lui, si può dire questo?

Poi, ad un certo punto, l’incanto della dissimulazione finisce. Se era riuscito ne Il candeliere a sette fiamme(1936), a dissimulare addirittura un ritratto inedito e non negativo del mondo ebraico, De Angelis non può mascherare più di tanto negli articoli giornalistici, dove il paludamento letterario viene a mancare. Per i suoi articoli sulla “Gazzetta del Popolo”, scritti tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, viene arrestato con l’accusa di antifascismo e tradotto nel carcere di Como. Di lì esce nel 1944, assai provato, ma in seguito ad una discussione con un “repubblichino”, che lo aggredì violentemente, muore, in seguito alle percosse, pochi giorni dopo, a Bellagio, il 18 luglio 1944.

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